23 Agosto 2017
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Al via il processo Aemilia

Il processo scaturito dall’operazione cd. “Aemilia” per la Regione Emilia Romagna è un processo che ha coinvolto un notevole numero di imputati e per i cittadini emiliani viene considerato come il loro maxiprocesso.
Le indagini condotte dalla Procura Distrettuale Antimafia di Bologna fanno emergere come le organizzazioni criminali si sono radicate nel territorio e ridisegnano il quadro delle modalità di dominio mafioso da parte delle cosche operanti in tutto il territorio nazionale e nello stesso territorio dell’Emilia Romagna.
L’operazione “Aemilia” ha permesso di svelare un vero e proprio “sistema di potere” finalizzato ad esercitare un controllo pervasivo del territorio, attraverso l’infiltrazione nei principali centri di potere (economico, imprenditoriale, politico); racconta come la ‘ndrangheta ha potuto massimizzare l’utilità di rapporti stabili con tali centri di potere, finalizzata a compromettere l’equilibrio della vita democratica, proponendosi in contrapposizione agli interessi pubblici.
L’esercizio dell’attività criminale è condotto con metodo pervasivo, strutturato attraverso la commissione di innumerevoli atti di violenza e rafforzato dal potere intimidatorio discendente dall´uso della violenza e dall´ostentazione del vincolo associativo.
Ancora dagli atti processuali emerge che la omonima cosca di ‘ndrangheta operante nel territorio di Cutro si poneva come un gruppo unitario emiliano portatore di autonomia con specifica forza di intimidazione nel territorio, derivante dalla percezione, sia all´interno che all´esterno del gruppo stesso, dell’esistenza e dell’operatività dell’associazione nell’intero territorio come un grande ed unico gruppo ‘ndranghetista con suo epicentro in Reggio Emilia.
Sempre dalle indagini si legge come il clan, oltre ad operare col consueto meccanismo delle estorsioni a danno di imprenditori, rafforzato da episodi di violenza e di danneggiamento
di beni, abbia messo in piedi un sistema rodato che consentiva di controllare le attività economiche in diversi ambiti, con prevalenza del settore edilizio e dei trasporti. Tutto ciò consente
di comprendere con quale virulenza ed efficacia le “mafie” riescano a mantenere e rafforzare il controllo dell’attività economica della Regione e non solo.
Le indagini fotografano ancora come i clan hanno cercato di controllare ed influire sull’esercizio del diritto di voto in occasione delle principali competizioni elettorali. In particolare, è emersa l’eccezionale capacità persuasiva della ‘ndrangheta, capace di controllare ampi “pacchetti di voti” e di attirare su di sé l’interesse della politica stringendo anche patti con alcuni politici.
Da tale vicenda si evince l’eccezionale potere di controllo esercitato dalla ‘ndrangheta, che ostenta la propria egemonia e la ricchezza dei contatti politici di cui dispone, dimostrando come
gli affiliati alla ‘ndrangheta abbiano la capacità reale di pilotare il consenso elettorale, sfruttando la condizione di assoggettamento e di omertà derivanti dal vincolo associativo.
E’ in particolare rilevante notare la spiccata capacità del clan di penetrare il tessuto economico del territorio, anche e soprattutto in quei settori, come quello dell’edilizia attività redditizia che permette il controllo del territorio e la capacità di intrecciare relazioni con soggetti che, pur non facenti parte dell’organizzazione, hanno un ruolo di concorrenti esterni a
servizio dell’associazione per rafforzarla.
E’ importante evidenziare come l’operazione “Aemilia” rileva una precisa strutturazione organizzativa dei clan che ne consente il coordinamento e la pacifica coabitazione, e acclara, ancora una volta, che i clan si finanziano anche e soprattutto attraverso il meccanismo delle estorsioni a danno degli imprenditori oppure acquisendo la titolarità di attività commerciali, e ciò conferma come le mafie continuano ad affinare tecniche e modalità di controllo del territorio, pur non rinunciando ai settori storici di incidenza.
La lettura attenta degli atti di indagine ci fa comprendere come la criminalità organizzata mafiosa reinveste i propri proventi, accumulati dalle attività illecite, in attività produttive legali, e non più e solo come semplice copertura delle attività illecite ma come necessario sbocco per la riproduzione allargata del capitale accumulato e per il controllo del territorio.
E’ pacifico che l’impresa mafiosa riesce ad assicurarsi merci e materie prime a prezzi di favore (anche con intimidazioni e minacce) appalti e mercati di vendita senza essere esposta alla stessa pressione concorrenziale di cui devono tenere conto le altre imprese (ancor di più nei momenti di crisi economica che attraversa il Paese).
Ma uno dei vantaggi di cui gode l’impresa mafiosa è costituito dalla compressione salariale e dalla maggiore fluidità della manodopera in essa occupata. La compressione salariale consiste anche nella evasione dei contributi previdenziali ed assicurativi e nella violazione delle regole sulla sicurezza del lavoro.
I lavoratori devono subire salari più bassi ed una elevata insicurezza ed irregolarità della prestazione lavorativa. In estrema sintesi le organizzazioni mafiose violano i più elementari diritti dei lavoratori e le regole del mercato del lavoro e la loro stessa forza è data anche dal complesso di rapporti privilegiati che legano l’organizzazione del crimine con il potere economico e politico corrotto.
L’indagine Aemilia ci rappresenta il mosaico dell’organizzazione criminale che investe i propri proventi illeciti nel circuito legale per inquinare il tessuto economico e finanziario passando dai tradizionali meccanismi dell’estorsione e dell’usura ai nuovi business legati allo smaltimento dei rifiuti, legale per inquinare il tessuto economico e finanziario passando dai tradizionali meccanismi dell’estorsione e dell’usura ai nuovi business legati allo smaltimento dei rifiuti, del movimento terra, gestione cave, ristorazione ed alle altre attività, e ci racconta anche come le mafie hanno saputo infiltrarsi nell´economia, per investire – grazie a sofisticate tecniche di riciclaggio, che richiedono compiacenti sistemi di occultamento e reimpiego del denaro – i profitti dei loro traffici illeciti.
La penetrazione delle organizzazioni mafiose nell´economia legale crea una forza distruttrice nell´economia dei territori, distorcendo i flussi provenienti sia da fondi pubblici che da attività illecite (fase dell’investimento). Una economia che potrebbe apparire che assicura una vantaggiosa proposta di lavoro, ma anziché essere presidio di sviluppo economico è invece presidio di sottosviluppo. Basterebbe pensare a ciò che “toglie”, alle risorse imprenditoriali, produttive e intellettuali che soffoca, uccide, alle risorse finanziarie che brucia e alla sottrazione di dignità dei lavoratori che semina. A pagare di tutto questo, da un punto di vista sociale, sono anche i lavoratori e le lavoratrici perché vengono violati i loro diritti tutelati dalla stessa Carta Costituzionale.
L’operazione Aemilia ci consegna questa chiara fotografia e cioè come il mercato del lavoro viene indebolito e i diritti dei lavoratori e lavoratrice compromessi. Ripristinare la trasparenza del mercato del lavoro è la condizione per garantire che la “risorsa lavoro” sia ripartita con i criteri di equità e giustizia e proprio per questo è significativa e importante la presenza, come parte civile, nel processo Aemilia, delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, che hanno scelto di avere un ruolo attivo anche per rafforzare e diffondere le azioni di contrasto dei fenomeni di criminalità.
Così come è significativa la partecipazione attiva nel processo cd. Aemilia, anche delle associazioni di categoria, come la CNA FITA, che nella sua quotidiana attività si prefigge la tutela del
mercato legale, come naturale mezzo di vita ed alla sua libera scelta, diritto alla garanzia e tutela dell’impresa legale e quindi tutela della dignità degli imprenditori e lotta al dominio mafioso e di resistenza alle infiltrazioni mafiose.
Non ci si può scordare il grande prezzo che ha pagato l’associazione degli imprenditori con i tanti imprenditori uccisi dalle organizzazioni criminali solo perché difendevano le loro imprese
dalle vessazioni e i soprusi della mafie.
Le mafie sono consapevoli che le associazioni che difendono i diritti della piccola e media impresa e degli artigiani sono un pericolo per loro perché costruire un mercato del lavoro e un lavoro alternativo a quello che le mafie cercano di imporre, ricattando gli imprenditori, è la vera battaglia contro le mafie.
Il processo vede anche la partecipazione, sempre come parte civile, di tante altre associazioni e di numerosi istituzioni pubbliche (Ministero, Regione, comuni, consorzi) ed è significativo che una comunità intera possa difendere il proprio territorio dall’invadenza criminale mafiosa, perché questo è l’unico modo per custodire la bellezza di una comunità e il suo sviluppo umano, sociale ed economico.
Il processo è in corso ed è giusto dire che non vi è in atto ancora alcuna sentenza di condanna nei confronti degli imputati.
C’è un segnale importante che si coglie in questo territorio: questo processo per la comunità emiliana potrebbe significare, se rimane alta e profonda l’attenzione, un magnifico esercizio di partecipazione responsabile di cittadinanza e per le istituzioni una chiara presa di posizione per l’affermazione dell’etica della responsabilità per contrastare le mafie e la corruzione.

Avv. Vincenza Rando

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