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Una telefonata può salvarti la vita oppure può spalancarti le porte del carcere

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 Vado a casa a mangiare. Sto per salire sul motorino ma squilla il cellulare, al solito. Numero sconosciuto. Sarà qualche gestore di telefonia che mi chiama per l'abbonamento.

- Pronto !

Silenzio.

- Pronto !

- Sono Giannini, Avvocato Squinzati.

- Cosa vuole ? le rispondo a muso duro.

- Sono all'ospedale. Deve venire subito da me. Mio marito mi ha picchiata.

Non so se ridere stavolta, oppure prenderla sul serio.

- Mi scusi signora, ma non era lei che lo picchiava ?

- Mi ha preso di sorpresa. Dormivo.

- Signora, guardi che in ospedale c'è un presidio fisso della Polizia di Stato. La denuncia può sporgerla al poliziotto addetto.

- Non posso.

- Perché ?

- Ho tutte e due le gambe ingessate.

- Cazz…Come tutte e due ?

- Quando siamo caduti dal terrazzo, me le sono rotte.

Mi viene un dubbio all'improvviso, anzi una luce a giorno mi scoppia nel cervello, mi divampa come un fuoco greco, quello che i turchi facevano bruciare sul mare, a giorno anche di notte.

- Ma suo marito come sta, scusi ?

- Ha il bacino rotto ed una commozione cerebrale: sono riuscita a dargli una mattarellata in testa prima di cadere.

- Ho capito tutto, signora. Ci vediamo. Vengo io.

Chiudo la comunicazione. Questa non solo è pazza ma è diventata anche pericolosa per sé e quel poveretto del marito. Entro in casa ancora allucinato da una telefonata simile e da quello che la Giannini mi ha rivelato. Accendo la televisione in cucina e mi apparecchio la tavola. Il televisore era di mio padre, cioè era mio, ma lui l'aveva usucapito. Non lo cambio perché è un suo ricordo. Ogni tanto si inchioda e trasmette un solo canale. Quando capita, mi devo sciroppare tutti i telefilm anni '80, tipo Miami Vice o Magnum PI. A volte guardo anche Kojak tornando agli anni '70. E' il mio preferito: usa un tono con la vita che non ammette repliche, non fa sconti, e quasi sempre ci azzecca. Vorrei essere come lui, sicuro a bordo di un veliero inaffondabile, per sempre. Il televisore si sintonizza soltanto su di un canale preferito, come se fosse vivo. Poi,quando gli gira, riprende all'improvviso le sue ordinarie funzioni. Penso sia dotato di una vita tecnologica atipica, con ricordi ben precisi al posto dei transistor. Ho sempre davanti agli occhi mio padre ed i film che guardava alla sera, dopo cena. Con una gamba sul tavolo, fumandosi una sigaretta e finendo l'ultimo bicchiere di vino. Ancora oggi mi arrivano dirette al corpo le sue immagini. Quando tirava una lenza in mare, o stava seduto davanti all'acqua del porto, con le gambe accavallate, sopra una sediolina minuscola, di tela blu grezza. Pazienza, aveva. Da vendere. Io, forse, non l'ho ancora imparata. Non riesco a scrollarmi di dosso il suo bene. E' una seconda pelle a contatto con la mia. E' il mio papà. Accarezzo la sua televisione e mangio.

Al riparo da tutto, anche dai miei sogni.

  Sono di nuovo inchiodato alla scrivania a scrivere i nuovi motivi per la Salmaso. Di tutto il materiale fotocopiato da Agata la telefonata tra lei ed il suo avvocato mi preoccupa più di tutto il resto. E' una conversazione strana, non riesco a decifrarla. Sembra che sia legata al nipote da qualcosa in più di un semplice rapporto di parentela. Appare morbosa nell'atteggiamento e nel tentativo di proteggerlo. Alcune parole suonano inquietanti e mi rendo conto come si prestino a venire manipolate all'interno di un contesto più ampio. Le telefonate restano la prova più insidiosa che un difensore debba affrontare. Anche i toni, e le sfumature della voce sono importanti. Possono diventare decisivi. Il fatto critico è che non sappiamo mai cosa abbia in animo chi parla. Quando si viene intercettati si può dare l'impressione di far parte di un determinato disegno srotolato all'apparenza in un certo modo, racchiuso in alcune parole poste in fila una dietro l'altra. Precise, determinate, ma poi ti accorgi che quelle parole così apparentemente determinate nascondono mille altri significati a cui magari non avevi pensato subito. Quanto si dice al telefono non è mai come lo si ascolta. Gian Luigi Beccaria ha scritto un libro pubblicato dalla Einaudi qualche anno fa, che avevo letto a Favignana durante una fine d'estate dorata tra mare e scogli. Si intitolava Le pieghe delle parole. Al telefono le pieghe dentro le parole lievitano e diventano migliaia ma non tutti posseggono orecchie adatte per distinguerle, per discernere. Ci vogliono dita speciali per srotolarle come si deve. Le telefonate intercettate andrebbero ascoltate un migliaio di volte, come a ricercarvi il suono del mare. In questi casi si chiama verità, quella specie di eco felpata che una volta sentivamo all'interno delle conchiglie. Chi riusciva a percepirla era nel giusto. Chi non la coglieva, veniva guardato con sospetto. In una parola, al telefono, c'è molto di più di quanto non si veda. L'intercettato, mentre parla, può non sapere un accidente di ciò che il suo interlocutore gli sta dicendo. Possono parlare della stessa cosa partendo da presupposti differenti. Uno può avere la volpe sotto l'ascella e l'altro essere una persona onesta. L'onestà, però, può finire velata dalle parole, come ombre su di una collina. Decrittare il senso delle telefonate è un'operazione di equilibrismo sopra la follia, copyright Fiorella Mannoia. A volte una telefonata può salvarti la vita – come strillava la pubblicità della Sip (scommetto che tanti ragazzi non sanno neanche cosa sia la Sip) – oppure può spalancarti le porte del carcere. Per questo motivo leggo e rileggo la telefonata almeno cento volte. La scompongo in tanti segmenti distinti, come fossero le anime di un centopiedi.Così facevo da bambino, in campagna, quando dividevo gli insetti vermiformi e tremolanti in tante parti, per la curiosità crudele di vedere come si sarebbero mosse le singole membra dopo essere state staccate dal cervello, da cui giungono gli impulsi centrali. C'è anche il problema che si tratta di una telefonata professionale, diciamo. Tra avvocato difensore e cliente. Inutilizzabile, oltrechè lesiva del diritto di difesa. Cerco di concentrare i miei motivi su questo punto. Scrivo e limo, in continuazione. Se Gabriele D'Annunzio era un operaio della parola, inesausto, io mi sento un artigiano del diritto, riverso a facciabocconi su di una tesi che a mano a mano sta prendendo forma sulla carta. Più vado avanti in questo mare e più mi rendo conto che nella costruzione cucita addosso alla mia cliente qualcosa stona, suona fesso, come dicono i toscani.

 La Salmaso non c'entra nulla e ciò che mi inquieta è questa maledetta telefonata, tinta di una coloritura malsana, quasi realizzata apposta. Termino i motivi dopo circa sei ore. Tra lo studio della fattispecie e la redazione materiale della memoria il tempo è volato. Ho i pantaloni attaccati alla sedia per il sudore, il sedere mi fa male, la testa mi ronza e la schiena è indolenzita. Ma la via è tutta chiara nella mia testa. Lascio una copia sulla scrivania di Agata. Vedo una cartolina su di un libro. La giro meccanicamente, per una specie di assurdo riflesso condizionato. Leggo Saluti e amore, solo amore. Firmato Tono. Chi può chiamarsi così ? Penso. Poi sento come una lama sottile penetrarmi nel cuore. All'improvviso. Come qualcosa che covava sotto le ceneri da una vita senza che me ne fossi mai accorto. Fa male, è un piccolo fuoco che crepita a tradimento dentro di me. Mi vengono in mente le gambe di Agata, lunghe un chilometro e tornite, sempre viste di sfuggita. Abbronzate, toniche, devono essere morbidissime al tatto. La frase sulla cartolina si lascia dietro un esile filo di fumo che va ad offuscare il mio orizzonte mentale ed emotivo.

Gelosia ?

 

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