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Abogado, SU: “Sospensione dall’esercizio della professione se utilizza il titolo di avvocato”

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Con la sentenza n. 17563 dello scorso 28 giugno, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione – chiamate a pronunciarsi sul comportamento di un abogado che, nella corrispondenza esterna e nei rapporti con i clienti, utilizzava il termine "av." così ingenerano confusione sulla sua reale figura professionale – ha confermato la sanzione disciplinare consistente nella sospensione dall'attività professionale, a nulla rilevando che, medio tempore, la professionista era diventata avvocato.

Si è difatti specificato che l'indebita utilizzazione del titolo di avvocato, una volta che sia pienamente consumata, non è eliminabile ex post con la sopravvenuta regolarizzazione, posto che l'illecito disciplinare si è ormai perfezionato, per aver diffuso un titolo non ancora conseguito.

Sul merito della questione aveva statuito, inizialmente, il Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Brescia che, con sentenza, infliggeva la sanzione disciplinare della sospensione dell'attività professionale per due mesi ad un abogado, per aver indebitamente utilizzato il titolo di avvocato, indicando il proprio titolo professionale soltanto con le due lettere iniziali "av".

In particolare, un uomo era stato contattato da una società specializzata nel recupero di crediti di usura delle banche al fine di stipulare un contratto, concluso il quale gli sarebbe stato esibito un estratto peritale che metteva in luce le anomalie finanziarie e l'applicazione di interessi anatocistici ed usurari nei suoi confronti; dopo tale accertamento, sarebbe seguita un'attività stragiudiziale di recupero del credito da anatocismo con versamento di euro 4000 e l'obbligo di corrispondere il 25% del maggior credito o minor debito una volta conclusa la vertenza; ove la fase stragiudiziale non si fosse conclusa positivamente, ci sarebbe stata la restituzione di documenti e perizie senza alcun costo. 

L'uomo firmava il contratto e si incontrava con l'abogado la quale, tuttavia, non gli precisava di essere una professionista straniera.

Dopo una prima trattativa conclusasi con esito positivo, seguivano altre domande di mediazione per diversi rapporti bancari, ma in questa occasione la fase stragiudiziale si concludeva negativamente sicché il cliente, non volendo introdurre un giudizio, richiedeva la documentazione, comprensiva delle perizie tramite un suo diverso legale.

Il Consiglio Nazionale Forense confermava la sanzione, sul presupposto che l'indicazione del titolo soltanto con le due lettere iniziali "av" integrasse l'illecito relativo all'indebita utilizzazione del titolo di avvocato: secondo il Consiglio, infatti, la dizione era stata specificamente utilizzata nella corrispondenza con i clienti – ma non con il C.O.A. od altri avvocati – con un precipuo intento decettivo e confusorio, collocandosi all'interno di un sistema organizzato per acquisire clientela e procacciare pratiche legali in violazione dell'art. 37 del Codice deontologico.

L'abogado, ricorrendo in Cassazione, deduceva la violazione dell'art. 7, primo comma, del d.lgs. n. 96 del 2001 in relazione alla condotta disciplinarmente rilevante riguardante l'indebita utilizzazione del titolo di avvocato. 

Secondo la ricorrente non vi era stato alcun utilizzo abusivo del titolo in quanto, medio tempore, era divenuta effettivamente avvocato con delibera del 3 luglio 2015; inoltre la ricorrente escludeva si fosse creata confusione, posto che nella carta intestata e negli atti giudiziari era sempre stato usato il termine "abogado".

In via subordinata, chiedeva la derubricazione della sospensione in censura per il sopravvenuto acquisto del titolo.

Le Sezioni Unite non condividono le tesi difensive della ricorrente.

Gli Ermellini evidenziano come i fatti accertati conducono a riconoscere la responsabilità dell' incolpata: la pronuncia impugnata ha svolto un esame comparativo ampiamente argomentato ed insindacabile in relazione all'uso del termine "av." nei rapporti con i clienti ed invece all'uso del termine "abogado", di cui allora era titolare, nei rapporti con il C.O.A. o con gli altri colleghi; le censure svolte dalla ricorrente si palesano rivolte a sollecitare una nuova valutazione delle emergenze probatorie, inammissibile in sede di legittimità.

Del pari inammissibile è la richiesta subordinata di derubricare la sospensione in censura per il sopravvenuto acquisto del titolo, in quanto la Corte di Cassazione non può sostituirsi al C.N.F. nel giudizio di adeguatezza della sanzione se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza, che, nel caso di specie, è pienamente riconoscibile nella esaustiva motivazione della pronuncia impugnata sia in relazione alla pluralità delle condotte illecite che in relazione alla loro gravità ed intenzionalità.

Da ultimo, la Corte ricorda che la rilevanza disciplinare della condotta illecita non può essere scalfita da eventi successivi, quali l'esser divenuto avvocato. Tale circostanza, infatti, è del tutto ininfluente rispetto alla effettiva verifica dei fatti accertati: l'indebita utilizzazione del titolo di avvocato, una volta che sia pienamente consumata, non è eliminabile ex post con la sopravvenuta regolarizzazione, posto che l'illecito disciplinare si è ormai perfezionato, per aver diffuso un titolo non ancora conseguito.

La sentenza di merito viene dunque confermata; la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. 

 

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