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Adriano Olivetti “Ai Lavoratori”

rizzo

Il signor Giovanni Ciaramella, in una lettera a Michele Serra, "il Venerdì", settimanale de "la Repubblica", 4 settembre 2020, denuncia, con argomenti più che sufficienti, gli atteggiamenti della classe imprenditoriale nei confronti dei danni causati al mondo del lavoro con il libero mercato e la flessibilità causando milioni di disoccupati.

Ed ecco la risposta, che non citiamo per intero, di Michele Serra, riportando, e non a caso, proprio Adriano Olivetti, di cui ci occuperemo oggi riflettendo su un suo libro.

"Caro Ciaramella, non mancano imprenditori che conoscono bene la responsabilità sociale del loro ruolo. Non sono tutti Adriano Olivetti, ma insomma qualcuno ci prova. Ma è probabile, anzi quasi certo, che non siano la maggioranza, perché la voce di Confindustria (le cui cariche sono elettive) non assomiglia alla loro. La parola confindustriale, negli ultimi anni, si è distinta molto raramente dalla lagna generalizzata che è un po' il leitmotiv del discorso pubblico italiano. Pretendere molto e dare il meno possibile: lo spirito dei tempi non brilla per larghezza di vedute e per sentimento della collettività, e la crisi, come è inevitabile, facilita la paura e la grettezza. Certo, è più grave e più penoso quando questo sguardo corto coinvolge la classe dirigente, nella quale lei giustamente include Confindustria. Chi ha di più, chi conta di più, ha maggiori responsabilità, e deve mostrarsene all'altezza. Detto questo, la mia impressione è che dobbiamo tutti (imprenditori, lavoratori, partiti, sindacati, intellettuali, insomma proprio tutti) prendere daccapo le misure del mondo".

E sui costi della flessibilità, pagati dagli operai, esiste una letteratura molto interessante che avrebbe dovuto indurre l'imprenditoria e la politica a chiedere, ed era ciò che sottolineava il signor Giovanni Ciaramella nella sua lettera, almeno scusa agli operai per tutti i danni subiti. 

Ricordiamo bene, era l'alba del Terzo Millennio, i governi italiani, i cui ministri straparlavano dipingendo il futuro come un mondo in cui tutti sarebbe diventati più ricchi: dagli operai agli impiegati: un futuro che non aveva bisogno di "cultura"! Vale la pena ricordare quell'ineffabile ministro dell'economia che amava scambiare la cultura non si mangia.

Poi, e siamo ai nostri giorni, si è cominciato a costruire la "cultura dell'uno vale uno" e ci siamo riempiti i polmoni, e la testa, di "aria fritta".

E il destino, come se tutto il resto non bastasse, ci ha fatto incontrare il "Coronavirus" rinnovando antichi flagelli pandemici, causando centinaia di migliaia di morti, e rendendo tutto provvisorio e senza certezze alcune.

Qualche mese fa ho presentato, su questa rubrica, un bellissimo libro di Bruno Segre, "Adriano Olivetti,"Un Umanesimo dei tempi moderni. Impegni, proposte e progetti per un mondo più umano, più civile, più giusto", nel quale Segre ripercorreva il suo felice percorso accanto ad uno dei più illuminati imprenditore che l'Italia abbia avuto nel secolo scorso.

Oggi ci occuperemo di un libro di Adriano Olivetti (1903-1960) e della sua esperienza di imprenditore: Adriano Olivetti, "Ai Lavoratori", Edizioni di Comunità, 2015.

Il libro contiene due storici discorsi. Il primo,"Ai lavoratori di Pozzuoli", tenuto il 23 aprile 1955, in occasione dell'inaugurazione del nuovo stabilimento a Pozzuoli, in provincia di Napoli.

Quattro anni prima Adriano Olivetti aveva deciso di investire nel Meridione d'Italia, dopo aver aperto sedi in moltissime città di mezzo mondo.

Oramai il marchio Olivetti è conosciuto dappertutto ed era riuscito a fare uscire dai suoi stabilimenti oltre 1.000 macchine al giorno. Si trattava di quattro modelli di calcolatrici e di quattro modelli di macchine per scrivere.

"L'apertura di uffici a Toronto e a Montréal, è l'ultimo svolgimento di un'azione che, impostata fin dal lontano 1921 per portare i nostri prodotti sul mercato mondiale, doveva raggiungere soltanto negli anni recenti una più compiuta espressione nella rete delle nostre quattordici Società alleate di cui tre nel Commonwealth Britannico, cinque in Europa e quattro nell'America Latina, coi cinque stabilimenti di Barcellona, Glasgow, Buenos Aires, Johannesburg, Rio de Janeiro, ed oltre tremila operai. Innalzare le nostre insegne a New York come a Francoforte, a Vienna come a San Francisco, a Rio de Janeiro o a Città del Messico o nella lontana Australia, organizzare officine, istruire venditori, persuadere una clientela diffidente della bontà del prodotto italiano, garantire l'efficienza del personale, assicurare ovunque un servizio di assistenza tecnica, difendere sempre il livello artistico e l'omogeneità grafica delle nostre espressioni pubblicitarie, imporre ad ogni costo la lealtà dei nostri metodi commerciali, non fu cosa né facile né rapida. E questa lotta non avrà mai fine, poiché la concorren-za, le invenzioni, i perfezionamenti non hanno limiti" 

Un lavoro iniziato dal padre Camillo, che nel 1908 aveva fondato a Ivrea la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere.

Nel 1932 il figlio Adriano diventa direttore dell'Azienda e nel 1938 presidente.

Una grande intuizione di Adriano Olivetti, oltre a mantenere tutti i privilegi per gli operai e i loro figli, è quella di dar vita al Movimento Comunità chiamando a raccolta sociologi, psicologi e tanti altri intellettuali. Un vero arricchimento per l'azienda, per la cultura e per la società italiana.

Il secondo discorso, 19 dicembre 1954, è dedicato ai veterani dell'azienda ai quali venivano conferite le "Spille d'Oro" come riconoscimento della loro fedeltà.

"La Spilla d'Oro sa che il cemento che ci lega è l'amore per l'opera che abbiamo insieme compiuta e alla quale ciascuno di noi ha dato nella misura della sua possibilità e in proporzione delle sue forze, tutto il suo contributo, con umiltà, pazienza, tenacia. La Spilla d'Oro sa che questi valori, talora oscuri, non sempre appariscenti stanno nel cuore della fabbrica".

Olivetti morirà nel mese di febbraio 1960. E, per sua fortuna, non riuscirà a vedere la politica degli imprenditori dediti a socializzare le perdite, facendoli pagare ai contribuenti, e a privatizzare i profitti offrendo ricchi dividendi. Sia per gli azionisti che per i dirigenti con stipendi e buone uscite da nababbi. 

 

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