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Allo stadio

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 Mi ero appena voltato verso Filippo, con l'intenzione di trascinarlo a forza fuori dallo stadio, per evitare di finire in mezzo alla bolgia dei tifosi romanisti, quando il mio cellulare si mise a squillare.

Chi mai poteva essere a quell'ora? Chi mai osava disturbarmi in un momento catartico come quello? Chi era insomma il maledetto rompicoglioni che mi chiamava alle otto del sabato sera di Roma-Inter?

Guardai sul display e non riconobbi il numero che vi appariva.

"Pronto?", risposi con una leggera sensazione di ansia, che da sempre mi attanaglia quando non riesco ad avere tutto, ma proprio tutto, sotto controllo.

"Ciao Alessandro, sono Carlo, come stai?"

Carlo chi?, pensai subito, cercando di richiamare da qualche oscuro meandro della memoria un cognome e una faccia da abbinare a quel nome comunissimo.

"Oh, Carletto, come stai?", esclamai con la massima disinvoltura, preoccupato per il fatto di aver addirittura usato il diminutivo con una persona di cui non ricordavo nulla di nulla, nemmeno chi fosse.

"Alessandro, scusa se ti disturbo a quest'ora, ma si tratta di una cosa molto delicata", disse lui tornando serissimo.

"Dimmi tutto!", lo incoraggiai, sempre più agitato per non essere ancora riuscito a capire chi fosse il mio interlocutore, che per giunta doveva parlarmi di una questione molto delicata.

"Oggi è venuto da me un mio studente e mi ha raccontato una strana storia", cominciò a spiegare l'uomo.

Un mio studente? Quindi Carlo faceva il professore. Adesso finalmente pensavo di aver capito: doveva per forza trattarsi di Carlo Cantoni, un mio vecchio collega dell'università, che, a quanto ne sapevo, insegnava diritto privato comparato o qualcosa di simile alla Sapienza. Si trattava d'una brava persona, competente, preparata e soprattutto dedita all'insegnamento e alla ricerca, non come quei professori fasulli che in tutta la loro carriera accademica avevano scritto sì e no una decina di note a sentenza e che avevano ottenuto la cattedra grazie all'intervento divino o per altri misteriosi motivi.

"Vai avanti, Carlo."

"Ecco, come ti dicevo… questo pomeriggio ho incontrato uno studente. Dovevamo parlare della tesi, ma siamo finiti per parlare di tutt'altro."

"Di cosa esattamente?", chiesi cercando di nascondere una certa insofferenza per quel modo di procedere frammentario, a smozzichi e bocconi.

"Di un omicidio", rispose secco Carlo facendo deflagrare la bomba.

Era chiaro che se mi avevano telefonato alle otto di sabato sera non era certo per commentare tra vecchi amici un fatterello di cronaca. Purtroppo, l'ignoto visitatore del mio amico professore doveva essere in qualche modo coinvolto nell'omicidio. 

 Sentii che il mio livello di ansia aumentava di quattro tacche tutte insieme, su una scala di valori pari a dieci. Ed ero partito da tre, quindi stavo già a sette, il livello di guardia, una tacca prima della zona rossa.

"Il ragazzo dice che questo pomeriggio, prima di venire da me, ha trovato la porta dell'appartamento della sua ex ragazza socchiusa e, forse con un pizzico d'imprudenza, ha deciso di entrare", proseguì Carlo.

All'anima der pizzico!, pensai. "E scommetto che l'ha trovata morta", lo interruppi.

Un'altra tacca. Ero ormai in zona rossa.

"Esatto", confermò Carlo.

"Ha avvertito la polizia?"

"È proprio questo il punto" – rispose il mio amico – "Dice che ha avuto paura e ha preferito andarsene."

"Brutta storia", commentai.

"E non è tutto!" – continuò Carlo – "Il ragazzo dice di essere stato visto da una vicina proprio mentre usciva dall'appartamento della vittima e crede che la polizia possa sospettare di lui."

"E fa bene a crederlo!" – dissi – "Anzi sono sicuro che in questo momento lo stiano cercando. Dovrà dare molte spiegazioni."

"Cosa deve fare secondo te?"

Benissimo. Eravamo arrivati a uno dei tanti assurdi della mia professione. La richiesta d'un parere, gratis e per telefono, su questioni di capitale importanza per la vita di una persona, sulla base d'informazioni incomplete, frammentarie e con ogni probabilità false.

"E cosa deve fare?", chiesi a mia volta, ripetendo la domanda.

"Speravo che lo dicessi tu!" – confessò Carlo Cantoni – "Non sei tu il famoso avvocato penalista?"

"Famoso non direi" – risposi serio – "Ma non è questo il punto."

"E qual è allora il punto?"

"Il punto è che mi stai chiedendo di darti un consiglio che così, su due piedi, non sono in grado né mi sento di darti."

"E allora approfondiamo la questione!", rilanciò lui.

"Ma con chi?" – chiesi interdetto – "Con te?"

"No, non con me!" – mi tranquillizzò, per modo di dire, il mio amico – "Puoi parlare direttamente con il ragazzo. Si chiama Marco Torregrossa e in questo momento ce l'ho davanti, in attesa che tu gli dica cosa deve fare."

Scossi la testa sospirando. Era evidente che mi avevano incastrato. Non me la sentivo di lavarmene le mani, anche se non ero per nulla desideroso d'imbarcarmi in quella che prevedevo sarebbe stata un'avventura difficile e piena di pericoli per la mia salute mentale. E pensare che, soltanto qualche minuto prima, avevo assaporato la gioia più pura, nella prospettiva di trascorrere l'intera serata, e forse anche la nottata, a stordirmi con le trasmissioni di approfondimento sportivo sulla vittoria della Maggica. Invece pretendevano che m'incontrassi alle nove di sabato sera con un potenziale latitante, sospettato o forse addirittura autore d'un omicidio.

Ma perché non avevo deciso di fare un altro mestiere?

"E' stata tua la colpa, allora adesso che vuoi?", cantava Bennato qualche anno fa.

"Fallo venire adesso in studio, a corso Vittorio Emanuele sessanta" – dissi – "Parleremo di tutto con più calma e cercheremo di capirci qualcosa."

"Va bene, tra circa mezz'ora, traffico permettendo, sarà da te."

Chiusi la comunicazione e sentii che nella mia testa cominciava a suonare un fastidioso campanello di allarme.

Il mio livello di ansia aveva raggiunto dieci tacche su dieci.

Avevo fatto bingo.

 

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