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Attilio Bolzoni, “Uomini soli” La Torre Dalla Chiesa Falcone Borsellino

rizzo

"Li ho visti da vivi e li ho visti da morti. Ho conosciuto molti dei personaggi che hanno incrociato le loro esistenze tormentate, i pochi amici, i tanti nemici, il branco degli indifferenti. Prima di iniziare a scrivere, ho raccolto vecchie istruttorie e qualche sentenza. Ma poi ho provato un disagio profondo a leggere sempre gli stessi nomi, gli stessi mandanti delitto dopo delitto e strage dopo strage. Non sono arrivato in fondo. Non ce l'ho fatta. Sapevo già come finiva la storia di questi uomini soli".

E la confessione amara, nella quarta di copertina, di questo libro scritto da uno dei giornalisti di cui l'informazione giornalistica, e non solo giornalistica, oggi può farne vanto: Attilio Bolzoni.

Questo libro è uscito in diverse edizioni, dal 2012 al 2019, e con diverse case editrici. L'ultima è dello scorso mese di agosto per "Le grandi collane del Corriere della sera".

Chi sono questi "Uomini soli. Eroi della lotta alla Mafia", come recita il sopra titolo del libro: Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L'accoppiata di questi quattro Uomini delle Istituzioni, che hanno combattuto la mafia fino all'estremo sacrificio, non è lasciata al caso. Ma alle vicende della vita che, nel lavoro come nella morte, nella morte, soprattutto, se sono andati in uno spazio di tempo ravvicinato.

Pio La Torre, "Il nemico di tutte le ingiustizie", lo definisce Bolzoni, era nato nel 1927. Subito dopo la guerra, in rotta con la famiglia, si iscrive al Partito comunista italiano (PCI) e inizia la sua militanza politica e sindacale nella CGIL. Si occupa del bracciantato che lo espone ai rischi e ai pericoli che, in quel tempo di occupazione delle terre dei feudi di proprietari scialacquatori e della vigilanza sanguinosa di giovani mafiosi, desiderosi di far "carriera", proprio il sindacato è chiamato a pagare, con la vita dei suoi segretari, una sessantina di sindacalisti uccisi dalla mafia, il prezzo più alto.

Nel mese di marzo del 1948 scompare il segretario della Camera del lavoro di Corleone, Placido Rizzotto. Pio La Torre viene mandato a Corleone.

Ed è a Corleone che La Torre, in quell'occasione incontra il giovane ufficiale dei carabinieri, il capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa.

E quella era l'epoca delle occupazioni delle terre. Una lotta fatta di battaglie, di manifestazioni nelle campagne sfidando i "campieri" al soldo dei padroni e fedelissimi ai capi mafia.

E in una di queste manifestazione che il 10 marzo 1950 occupano un feudo del barone Inglese e il giorno dopo i braccianti e Pio La Torre si trovano in carcere.

La Torre si farà un anno mezzo di carcere preventivo. 

Nel 1972 viene eletto alla Camera dei deputati, per tre legislature, dopo le innumerevoli battaglie come Consigliere comunale di Palermo. E dopo vari scontri all'interno del PCI, dove non militavano solo "stinchi di santi". Collusi che mal sopportavano un uomo tutto d'un pezzo come Pio La Torre.

A Palermo il sindaco Salvo Lima e l'assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, in combutta con i clan mafiosi e con imprenditori collusi, deturpano una delle più belle città d'Europa, realizzando quel "Sacco di Palermo" che ancora oggi è sotto gli occhi di tutti.

Pio La Torre nell'autunno 1981torna a Palermo. E' un periodo di una vera e propria "mattanza" di Uomini dello Stato integerrimi: magistrati, politici, giornalisti, funzionari, uomini delle scorte …!

Si occupa di mafia e di missili. Era l'epoca in cui gli americani volevano installare all'aeroporto di Comiso i missili Cruise. Vince anche questa battaglia. Ma per i politici e gli uomini delle istituzioni collusi e i funzionari corrotti era sicuramente "troppo". E ne hanno decretato la morte. Avvenuta il 30 aprile 1982.

Nel frattempo a Palermo era arrivato il generale della Chiesa, con la nomina di prefetto. Accorso sul luogo dell'omicidio di Pio La Torre, ad una domanda di un giornalista sul perché hanno ucciso la Torre, il Prefetto risponde: "Per tutta una vita".

Il prefetto Dalla Chiesa era stato nominato dal presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, su specifica richiesta di Pio La torre, in un incontro avvenuto a Roma il 3 marzo 1982. E il 2 aprile Dalla Chiesa è a Palermo, in tempo per assistere all'omicidio di La Torre.

Il 3 settembre dello stesso anno viene ucciso il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Scrive Bolzoni: "La cassaforte è vuota. C'è solo una piccola scatola verde. Anche la scatola è vuota. E' tutto quello che trovano: una scatola vuota dentro una cassaforte vuota. Palermo ingoia tutto in una notte. Fra le stanze buie di Villa Pajno, la residenza privata dei prefetti, scompare ogni segno della lunga estate di solitudine di un uomo ucciso lentamente tra Roma e la Sicilia. Omicidio premeditato, annunciato, dichiarato. Omicidio fortemente voluto per chiudere un conto con un generale diventato troppo ingombrante. Una leggenda per i suoi carabinieri, un mito della lotta al terrorismo degli Anni Settanta, una minaccia permanente per l'Italia che sopravvive fra patti e ricatti".

In questa sintesi iniziale del capitolo dedicato ad Alberto Dalla Chiesa, "Il generale che non piaceva al potere", troviamo le 60 pagine che seguono.

Attilio Bolzoni riesce con dei flash, rapidi, ben costruiti, come delle sequenze cinematografiche cinquant'anni della vita un Uomo dello Stato che nel suo impegno contro la mafia, il terrorismo, le compiacenze degli apparati politici, militari ed economico-finanziari vedeva l'unico scopo della sua vita. Nonostante tutti i lacci e laccioli che gli uomini del potere puntualmente gli inframmezzavano.

Giovanni Falcone, "L'uomo che fa tremare la mafia".

Il 23 maggio 1992 è la volta di Giovanni Falcone: "Da vivo perde quasi tutte le battaglie. Da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. Un'indagine come tante è all'origine del grande processo che segna l'inizio della fine per i padroni della Sicilia, un giudice come tanti diventa il magistrato più amato e più odiato d'Italia. Sepolto in una piccola stanza dietro una porta blindata, in mezzo ai codici e alla sua collezione di papere di terracotta, è il primo a mettere veramente paura alla mafia. Prigioniero nella sua Palermo, è l'uomo che cambia Palermo. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati dinamitardi e tranelli governativi. Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. E' celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba. Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Per quello che fa o per quello che non fa".

E' un incipit, fedele del magistrato Giovanni Falcone, che Attilio Bolzoni riesce ad arricchire con i momenti atrocemente esaltanti di un altro "Uomo delle Istituzioni", abbandonato al suo destino. 

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