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"Io, medico e figlio d'Italia, sono stufo dei razzisti". Lo sfogo di Andi: "Quel ne*ro di merda mi fa male"

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Il suo nome è Andi Nganso. È un medico, nato in Camerun. Vive e lavora in Italia da 13 anni. In un ospedale di Roma. Conosce perfettamente la lingua, considera l'Italia casa sua. Adesso, ha postato su Facebook una amarissima riflessione, dopo aver trovato, al termine di una passeggiata serale in una strada di Roma, il cofano della sua auto imbrattato da una scritta inequivocabile: "NE*RO DI MERDA". Robe da fare subito i bagagli. Ma lui no. Lui denuncia e rilancia.

Ecco che torno. Ancora una volta mi vedo costretto a ricorrere ad un post di denuncia. Come molti di voi sapranno, questa volta non si tratta di qualcosa di accaduto ad altri, o di una situazione che decido di portare sui social: torno a parlare di me. 

Vorrei poter essere simpatico e scherzoso come sempre, ma credetemi, la tristezza e la frustrazione di questo gesto sono tali che prima di convincermi a farlo ho dovuto fare i conti con la rabbia e l'orgoglio che ho dentro, e non è stato facile.
Forse perché arriva un punto in cui t'illudi che certe cose possano smettere di accadere, o peggio, speri che dopotutto certi gesti non facciano più male come un tempo. Quasi come se le precedenti esperienze ti avessero in qualche modo temprato l'anima e preparato a certi soprusi. Ma la verità è un'altra. La verità è che, una volta superata una specifica soglia, tutto quello che viene detto o fatto fa male. Punto e basta.
Ma veniamo ai fatti:
Ore 21.30 del 21.08.2019: Parcheggio la mia macchina in Circonvalazione Casallini a Roma. Sono con un caro amico che vive a Yaoundé, di passaggio a Roma per l'ultima tappa delle sue vacanze in Europa.
Ore 23.00: Finita la cena in uno dei Ristoranti di via del Pigneto, ci avviamo alla macchina. D'un tratto il mio amico, che camminava circa due metri davanti a me, urla: "What a F*ck! C'est quoi ça?" ( so che potete decifrare voi il significato)
Sulla mia macchina, scritto a lettere cubitali e rigorosamente in nero, in modo che potesse esaltare quanto più possibile, vedo scritte le due parole che più fanno sentire "potenti" certe persone: NE*RO ME*DA.
Oltre a tutto quello che si potrebbe dire sul fatto in se, ci tengo a concentrarmi su un aspetto: chi mi segue da quell'orribile "Non mi posso fare toccare da un medico negro", sa quanto impegno ci mettiamo per veicolare PAROLE che ridiano onore al genere umano. Ieri ho perso il controllo. Stavo li, in piedi davanti alla mia macchina, imbambolato. Nella testa mi rimbombavano le parole del mio amico "Io voglio tornare subito in Camerun. Qua rischio per la mia vita." Il tutto contornato da un senso di totale disfatta nel leggerle quelle parole. È quasi sconcertante come un gesto così facile e veloce come scrivere un insulto razziale possa far vacillare l'intero lavoro di una persona. Come prendere l'ultimo anno, accartocciarlo e gettarlo nella strada.
Ora mi rivolgo a voi, subumani razzisti:
Sono stufo dei vostri sguardi, delle signore che si stringono alla borsetta alla fermata dell'autobus, di tutti quelli che sembrano non riuscire a decifrarti se non gli spieghi esattamente di dove sei e come sei venuto in Italia anche se non vi conoscete. Non tollero ormai neanche i complimenti su "quanto parlo bene italiano". Ma tra tutto, la cosa che mi ha stancato sopra ogni cosa è la codardia.
Sono stufo del tuo razzismo.

A voi, concittadini sensibili alla battaglia antirazzista:
Ci viene facile continuare a pensare che il razzismo in Italia sia degenerato negli ultimi mesi con il precedente governo. È una falsità.

NON SIAMO DI FRONTE AD UN' EMERGENZA, né tantomeno di fronte un'emergenza la cui sola responsabilità è da imputare al governo dimissionario.
Siamo, invece di fronte a un persistente problema culturale del rifiuto del diverso che non possiamo più liquidare con delle semplici frasi ad effetto.

Non è più sufficiente denunciare il razzismo e basta.
L'antirazzismo è una lotta che, per essere combattuta, necessita vera onestà intellettuale e un impegno che non sia solo radicamento retorico spolverato di umanità.

Vivo in Italia da 13 anni e non mi ricordo un periodo nel quale non sia stato testimone di atti di razzismo. I ragazzi nati e cresciuti qua non hanno mai avuto il privilegio di poter dire che hanno passato periodi con meno aggressioni verbali e fisiche.
Per combattere il razzismo è necessario rimettere in discussione un sistema secolare che autoalimenta l'illusione della superiorità di alcuni con strumenti culturali, artistici, linguistici ed economici.
È importante interrogarsi e ribellarsi davanti alle immagini, le pseudo opere d'arte e le parole che offendono non la dignità dei neri, ma l'intelligenza di tutti noi.

Per combattere il razzismo, è sacrosanto chiedere a TUTTE LE TESTATE GIORNALISTICHE di aver la sensibilità di aprire i microfoni e dare la penna ai veri protagonisti di questa barbarie universale: Sentire parlare di razzismo negli studi televisivi da persone che non vivono sulla loro pelle il razzismo è la dimostrazione che il sistema nella sua globalità e complessità non vuole cambiare, almeno su questi temi.
Ascoltiamo le voci plurali dei tanti protagonisti sul campo: il Festival GOes DiverCity che abbiamo lanciato un' anno fa con L' Aned- Associazione Nazionale Ex Deportati Sesto San Giovanni Monza, QuestaèRoma, Arising Africans, CoNNGI, Afroconnessioni, AFRO Fashion Week Milano, Lavocedelmigrante, Casa de Cabo Verde - Milano, Vadoinafrica.com, Nappytalia,Camerounais De Rome-Italie Camrol, Vision Channel Africa - Italia, Italiani senza cittadinanza, Lamacchinasognante.com-contenitore di scritture dal mondo", Michael Yohanes e tanti altri.

Il razzismo si combatte con la legge, reclamando una riconoscenza di TUTTI I FIGLI D'ITALIA.
Dov'è la riforma sulla cittadinanza?
La politica di destra e di sinistra ha deciso di trattare la questione della cittadinanza all'interno delle leggi sulla sicurezza, aprendo di fatto un'equazione falsa e essa stessa razzista che costringe il corpo, degli stranieri in generale e quello dei neri in particolare, ad una segregazione legislativa e culturale.
Perché in piena crisi di governo il PD non aggiunge come punto essenziale della trattativa un'accordo per votare lo IUS SOLI?
Se è vero che le lotte sono plurali, dovremo renderle intersezionali dove siamo tutti alleati.
Un buon alleato non fa mai finta di immedesimarsi nel dolore che non può provare neanche in senso figurato. Un buon alleato dovrebbe provare empatia, mettersi al mio fianco in ascolto senza la pretesa di poter rappresentare le mie istanze per conto mio.
Per decostruire il razzismo inserito profondamente in questa nostra società bisogna appropriarsi di nuove parole e arricchirsi di una nuova conoscenza.
Siamo figli d'Italia. E per quanto ci possa far arrabbiare questo nostro meraviglioso paese, non andremmo via e non smetteremo di lottare per l'uguaglianza e i diritti di tutti.

Ora, pensiamo all'Amazzonia. È la vera emergenza.

 

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