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"Colpevolizzata perchè incinta" Monica: "Per quel giudice, legittimo impedimento carta straccia"

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​Le donne hanno sempre qualcosa in più. Quel qualcosa in più è la capacità di ribellarsi, di dire basta, anche quando lo scontro è contro un sistema, prima che contro singole persone, che potrebbero scrivere tutte le leggi del mondo e rimane ugualmente sordo, declinato al maschile anche da parte di alcune donne, chissà poi perché. Il luogo è Milano, la patria del diritto e dei diritti, anche e soprattutto dei nuovi diritti. Il teatro dell'accaduto è il suo tribunale, che tutti conoscono, i giuristi soprattutto, non solo per le dimensioni ma anche per la sua giurisprudenza, che ha spesso anticipato mutamenti e stabilito regole e tabelle. La protagonista, grande, è lei, Monica Bonessa. Una avvocata. No, un avvocato, non solo perché il termine ci sembra più adatto, ma anche perché, qui, in questo contesto, ci sembra sottolineare la parità tra i generi, quella parità stabilita nella Costituzione e nelle norme, che si declina non solo in termini negativi, di non discriminazione, ma anche, soprattutto, nel segno del riconoscimento di particolari situazioni come centrali nella vita delle donne, e quindi anche degli uomini e delle comunità, dell'idea che esse non debbano pregiudicare, mettere all'angolo nessuna. E poi c'è un altro protagonista, un giudice. Che, chiamato ad applicare una legge, quella sul legittimo impedimento fortemente, insistentemente voluta dall'avvocatura, dalle donne che fanno parte dell'avvocatura in modo particolare, da parlamentari di tutti gli schieramenti, dal Consiglio Nazionale Forense, tentenna, dubita, alla fine nega. 

Una richiesta di rinvio negata ad un avvocato, lei, Monica, madre di due figli e all'ottavo mese di gravidanza in attesa del terzo. Una richiesta di rinvio giustificata, supportata, documentata per pericolo di parto prematuro, che incredibilmente viene rigettata. Ed allora, ecco qui la determinazione delle donne. Lei ne fa una questione di principio, ed incomincia a scrivere. Scrive a tutti. Comincia a scrivere alle riviste femminili, quelle nelle quali le donne, le neo mamme, si raccontano i problemi propri e dei bambini. Tra i commenti, rispondono in tantissime. Sorpresa perché tutto ciò accada in un tribunale, chiamato ad applicarla, La legge. Sorpresa più grande che ciò accada al tribunale ambrosiano, che di una moderna cultura dei diritti e della parità in tante occasioni è stato il precursore. Sorpresa, infine, che nessuno faccia nulla. Che nessuno ritenga di intervenire, di ascoltare l'avvocato, di chiamare il giudice, che si spieghi, che giustifichi, perché di questo si tratta, una decisione che, anche se limitata ad un caso singolo, fa malissimo anche al reputazione della magistratura, che ai giorni nostri non è stata mai così bassa. Ed invece, non sembra accadere nulla, almeno nei primi giorni. Ma lei, imperterrita, si va avanti. Continua a scrivere. Ed adesso, finalmente, comincia a muoversi qualcosa. L'articolo di un grande giornale, il Corriere della Sera. Una intervista su Il Dubbio, la rivista del Consiglio Nazionale Forense. Un intervento del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano che chiede spiegazioni dettagliate. 

La richiesta di rinvio per legittimo impedimento riguardava una udienza del 13 giugno. Richiesta rigettata, e lei scrive su Facebook: «Nei giorni scorsi mi sono ritrovata a dover lottare, letteralmente, per la tutela della salute di mia figlia e mia, oltre che per il mio diritto al lavoro. Nonostante sia all'ottavo mese, con certificato di rischio parto prematuro e, dunque, prescrizione al riposo assoluto, in un caso mi è stato negato il rinvio di udienza (con preavviso di meno di 24 ore, immaginate la facilità di organizzarsi) e in un altro si è permesso alla parte avversaria di opporsi». Racconta ancora Monica: «si è cercato di costringermi ad andare in udienza o di pagare qualcuno che lo facesse per me. A discapito della volontà del cliente, peraltro. Prima mi sono sentita in colpa. In colpa per dover chiedere due rinvii (e badate, ho 15 udienze fissate da qui a fine luglio, solo per queste ho chiesto rinvio perchè molto delicate). In colpa per essere incinta. In colpa per non aver dato priorità al lavoro, invece che alla famiglia. Poi, mi sono incazzata».

Ed allora, come abbiamo riferito, Monica scritto a tutti: al Comitato delle pari opportunità istituito in seno al Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano, ma anche ai magistrati, dal Presidente del Tribunale di Milano, alla Presidente di Sezione e alla Presidente della Corte D'Appello. Lo ha fatto «rivendicando e chiedendo umanità» perchè, sostiene, «questa storia dimostra che non si tratta di Pari Opportunità ma di umanità». Nei termini da lei utilizzati, una grande lezione. Ciò che, errando profondamente in diritto, non siete disposti a riconoscere in omaggio a norme che  siete chiamati ad applicare, sembra dire lei, fatelo almeno per umanità. Uno schiaffo in faccia, meritato.  Ed infatti non si tratta solo di umanità. Perché esiste una norma, l'art. 1 c. 465 e 466 L. 27 dicembre 2017, n. 205 che tutela le mamme e dei papà avvocati, che quel giudice non sembra neppure conoscere. «Si può e va rivendicata la sua applicazione. Come in ogni altro ambito lavorativo, va richiesto il rispetto della nostra umanità» scrive Monica.

Una legge, quella sul legittimo impedimento, che hanno voluto tutti, ma che non è ancora da tutti applicata. Forse perché impone dei limiti, anche a soggetti, i giudici in particolare, molti dei quali purtroppo interpretano i limiti come un'orticaria ed alcune volte si sentono i signori assoluti dell'udienza. Una norma che impone al giudice, "ai fini della fissazione del calendario", di tener conto "del periodo compreso tra i due mesi precedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi". Questo, nel rito civile,  quello  che riguardava l'udienza in relazione alla quale Monica aveva chiesto il rinvio, perché nelle udienze penali la norma è ancora più stringente. Ma poco importa. Qui è tutto fin troppo chiaro. Mentre si attende una decisione del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Milano, che sicuramente giungerà da qui a breve, la collega rilascia una intervista al giornale del Consiglio Nazionale forense, il Dubbio. Precisa e rilancia: "Fino a luglio, le udienze previste per la causa che ho chiesto di rinviare erano quattro. Avevo chiesto il rinvio per una delle udienze e la proroga termini per l'altra. Nel primo caso c'è stato il diniego del giudice. Nel secondo, nonostante il parere sfavorevole della controparte, il rinvio è stato accordato. Mi pare emblematico di una certa insufficiente umanità. Anche tra colleghi. L'ho scritto al presidente del Tribunale: proprio perché la nostra è una sede giudiziaria eccellente, della quale sono orgogliosa di far parte, mi chiedo dove vi sia stata accantonata l'umanità". 

Ma non finisce qui, poi Monica rispondendo ad una domanda d'obbligo parla dei giudici, di una idea deformante, così la definisce, di maternità: "Intesa come se fosse un carico che la donna deve assumersi in via esclusiva nel momento in cui decide di mettere insieme famiglia e lavoro". 

Seguiremo questa storia, Monica. Quel giudice è tenuto a spiegare le proprie ragioni, In quanto come tutti noi è soggetto alla legge. 

 

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Procuratore, complimenti ma siete un pò in ritardo...