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Come aprire uno studio senza svenarsi e stando da soli (da "Volevo fare l'avvocato")

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Ce l'ho fatta. Ho superato lo scritto. Mi sento il mondo in tasca. Quando divento procuratore legale – come tutti – vengo anch'io punto dal dubbio. Sto in studio da solo o mi associo con qualcuno?
Voglio stare da solo.
È l'unica area della mia vita in cui so con certezza dove voglio andare. Mia madre me lo ricorda sempre. Una volta eravamo in montagna, lei ed io. Poco prima che arrivasse il tempo degli orali.
Stavamo tornando a casa, in macchina. Piovigginava.
Le dissi che avrei preferito mangiare pane e cipolla, se avessi superato l'esame, e stare in ufficio da solo piuttosto che fare l'avvocato – impiegato – in un megastudio prestigioso.
Un dubbio, legato a qualche collega con cui si va d'accordo, l'ho avuto anch'io però.
Ebbi qualche pour parler con un civilista, molto bravo, con cui collaboravo. Mi passava il penale e facevamo a metà. Un ragazzo infaticabile, molto preparato e serio. Con un carattere accomodante, che si completava con il mio, più fracassone.
Non ne abbiamo fatto nulla. Così, siamo rimasti amici.
Mettersi in studio con altre persone è un rischio. È meglio non farsi fuorviare dalla questione economica, dal fatto che si dividono le spese.
È vero anche questo ma fino a un certo punto.
Per spartirsi le spese bisogna essere prussiani nel sangue fin dall'inizio e due o più neo avvocati all'inizio delle loro carriere non lo sono quasi mai.
Ci si ritrova a dover pagare il telefono, il fax, le rate dei libri, l'affitto e cominciano le discussioni.
Tanti fanno il ragionamento che stare insieme in studio costituisca una solida alleanza anche psicologica.
Se non conosci qualche norma, o sei indeciso su cosa fare in una causa, ti puoi confrontare con la persona che sta nell'altra stanza.
Se avete dei dubbi (e li avrete sempre, anzi aumenteranno in proporzione geometrica rispetto alla vostra esperienza), chiedete ai cancellieri o telefonate ai colleghi più anziani.
Secondo me è meglio scegliersi una guida, a patto che il vostro maestro d'elezione vi accetti a sua volta. È il discorso della simpatia umana che affronteremo più avanti. Quando vi siete trovati una guida spirituale a cui poter telefonare se finite su di una secca, non avrete più la necessità di consultare un compagno – meno esperto – a cui pagare i consigli che gli chiederete sotto forma di contributo all'affitto.
Perché quella guida psicologica e stanziale (la sentirete anche quando respira), potrebbe diventare incredibilmente stretta.
La mia visione è influenzata senza dubbio dagli studi professionali che ho visto dissolversi come nebbia all'alba.
La capacità di separarsi delle persone è incredibilmente veloce non soltanto all'interno dei matrimoni ma anche tra gli avvocati che scelgono una sistemazione in condominio.
Un conto è mettersi insieme per dividere le spese, un altro associarsi.
Ci corre la stessa differenza che c'è tra un'avventura e un matrimonio.
Le associazioni rappresentano una scelta assai vincolante.
Si dividono i guadagni ed anche le spese. È necessario andare d'accordo e ritagliarsi all'interno una nicchia esclusiva.
Oggi, soprattutto nei grandi centri, gli studi associati contano diversi professionisti. Ognuno si dedica a un settore specifico. C'è il penalista, il matrimonialista, il civilista, il lavorista e così via.
Sono studi tipici, come dicevo, soprattutto dei grandi agglomerati.

In provincia, dove vivo io, la stessa logica può essere declinata comunque ma è destinata a non funzionare nel modo per cui è stata pensata.
Il penalista viene spesso in udienza civile a sostituire il civilista, così a seconda delle esigenze di studio e delle udienze che si tengono ogni mattina.
Per associarsi bisogna essere dotati di una speciale vocazione comunitaria, bisogna esserci portati.
L'avvocato – è una mia opinione personale – non può essere un soggetto da gregge.
Deve possedere una scintilla di personalità o una spinta che lo porti a cantare fuori dal coro.
Quindi: siete diventati avvocati e dovete trovarvi un luogo dove esercitare, uno studio. Trovatevi una sistemazione a misura d'uomo ma non tristanzuola.
Ci trascorrerete parte della vostra vita.
State alla larga da spese faraoniche né fatevi tentare da quegli studi che manco Perry Mason si potrebbe permettere.
Ho avuto una fortuna sfacciata al proposito.
Il giorno dopo l'orale mi ero già congedato dal mio dominus.
Lo stesso giorno, mentre tornavo a casa, avevo beccato un agente immobiliare per strada.
Un amico che mi accompagna a vedere due stanze fatidiche. In pieno centro, alla fine di una traversa silenziosa, al primo piano di un palazzotto.
Due locali da pitturare e da mettere un poco a posto. Luminosi, con due finestre ampie. Il bagno era nell'andito, in comune con un consulente – mai capito di cosa – con porta a vetri, di quelle molate come si usava una volta.
Tranquilli, quando stavi sul cesso, non ti si vedeva da fuori.
Sotto, al primo piano, c'è un calzolaio siciliano, anche lui come quelli di una volta, una filatelia e uno studio di registrazione. È bellissimo. Sembra una via a sé, una specie di isola dentro la città, dove anche i rumori del centro arrivano smorzati.
Quando ci passo davanti sento sempre un magone spesso così salirmi alla gola.
Per questo, evito. In soffitta ho ancora la targa che mio padre aveva affisso all'entrata.
Piccola, in ottone, la mia bandiera personale. Aveva voluto appenderla lui.
La scrivania invece ce l'ho ancora oggi in studio e anche la sedia, mentre tutto il resto è andato, trascolorato come in un film.
I miei genitori mi regalarono tutto l'arredamento e pure la ristrutturazione, ossia pittura e impianto elettrico. Per il riscaldamento non ho termosifoni.
Compro una stufa a gas che riscalda le due stanze in modo pressochè uniforme.
Ci stavo bene, credetemi. Ero a casa mia.
Rimasi in quello studio minuscolo come un pugno per circa quattro anni anche se non l'ho più rivisto, neanche nei miei sogni. Così come accade per le persone care, quando scompaiono.
Me lo tengo però sempre in un angolo dei miei ricordi, come in una soffitta e ogni tanto, quando sono davvero molto triste, ci ripenso e vado con la mente a com'era quando stavo lì dentro.
A volte mi vengono in mente singoli episodi, momenti che associo a una bella telefonata, oppure alle donne che ci venivano.
Certo, qualcuno potrebbe dire che è facile parlare se si hanno genitori premurosi disposti a finanziarti per intero il primo studio. In questo vi do ragione, anche se posso dirvi che forse il problema più considerevole restano i clienti. Uno studio si può aprire se esiste già un flusso di clienti a cui abbeverarsi.
Se non li avete ancora, quello diventa lo scoglio psicologico e materiale più difficile da superare.
È il passaggio più critico. Se non hai clienti, pen- si, come farò a pagare l'affitto, le bollette, e tutte le scadenze quotidiane e mensili che mi si presentano? Per assurdo, bisogna trovare la forza o l'incoscienza di buttarsi dentro quel gorgo. Se si decide di aspettare l'autonomia patrimoniale, non andrete mai via dallo studio di appartenenza, a meno che non vi mandino via. Tu lavori ma finchè stai dentro uno studio in qualche modo "estraneo", nel senso che non ti appartiene, farai sempre fatica a ritagliarti una collocazione davvero personale.
Ho aperto il mio piccolo studio nel 1995, come procuratore legale, quando internet e i cellulari muovevano i primi passi.
Oggi la rete permette di lavorare e gestire uno studio con poche spese.
Un ufficio, se ci pensate bene, si può ridurre all'osso per andare avanti, ossia a una stanza dove ricevere i clienti e basta.
Quello è il nucleo diciamo visibile da mostrare al mondo.
Ciò che è più importante, l'essenziale, non si presenta mai agli occhi, ma c'è.
Parlo di un computer, potente direi, con fax e telefono.
Mica li dovete tenere per forza dentro la stanza adibita al ricevimento.
Potete collocarli in pianta stabile a casa vostra dove più vi piaccia o faccia comodo. Ai clienti interessano gli atti e dove li scriviate non gli frega proprio.
Pensate che numerosi avvocati – soprattutto nei centri più popolosi – non dispongono neanche di un telefono fisso.
Tirano avanti con un cellulare, così riducono le spese e – aggiungo – non sai mai dove si trovano.
Michael Connelly ha scritto un libro intitolato Avvocato di difesa, edito da Piemme, la casa editrice che in Italia gli ha pubblicato tutta la serie sanguinosa di Harry Bosch, il detective sofferente di cuore interpretato al cinema da Clint Eastwood.
Anche da questo romanzo dedicato agli avvocati hanno tratto un film, senza palle però, con protagonista un Matthew McConaughey imbolsito e inadatto a rendere il vero ritmo del libro. La storia è presto detta.
L'avvocato vive tutto il giorno – e tutta la sua vita – in tribunali sparpagliati lungo il territorio degli States e ha come ufficio la propria Lincoln, un'automobile.
L'ha attrezzata per bene.
Computer, fax, fotocopiatore, tutto quello che serve ad un avvocato su strada, compresa qualche banca dati dove andare a spigolare le sentenze.
È tutto lì. Non c'è bisogno di studi faraonici per lanciarsi in acqua. Il mare è immenso e c'è spazio per tutti.

Bisogna avere il fegato di entrarci. L'ingresso potrà anche essere facilitato da qualcuno ma poi – meglio subito – la mano amica deve scomparire perché bisogna nuotare da soli.
In mare e non in piscina.
Un giorno Luca Goldoni, un autentico giornalista di costume degli anni '80, chiese a Raul Gardini, il padrone del Moro di Venezia, come facesse a non stramazzare sotto il peso di un mammut come il gruppo Ferruzzi rotolato sulla sua schiena dopo la morte del suocero Serafino.
Gardini rispose che si era abituato alla scuola spietata del mare, dove ti devi adattare a qualunque condizione per interi giorni e notti:al largo la differenza la fa l'essere umano.
È soltanto lì che impari ad osservare di cosa sia capace la natura di un uomo in mezzo ad onde alte come case. La nostra capacità più importante è l'a-dattabilità alle circostanze. Bisogna essere animali da muta, mimetici, capaci di trovare di che vivere ad ogni latitudine, senza spaventarsi troppo.
Comunque.
Se trovate una stanza indipendente, è meglio.
Vi sconsiglio di trovarla insieme ad altri colleghi. Trovatela piuttosto con un commercialista amico, un consulente del lavoro, uno psicologo, qualcuno con cui potrete magari scambiarvi i clienti. All'inizi può essere di grande aiuto.
Il problema è come fare a procacciarsi i clienti. Si tratta di un argomento scottante. I clienti significano lavoro e quest'ultimo garantisce il denaro che entra nelle casse dello studio e permette di vivere e sopravvivere. Se i clienti non arrivano, chiudi.
L'unico sistema sicuro è quello di lavorare meglio che possiate e onestamente. Il mio maestro mi diceva sempre che la macchia d'olio è ciò che garantisce a noi avvocati una buona esistenza. Hai trattato bene un cliente? Lui lo dirà a qualcun altro e così via, all'interno di una catena e di un passaparola che si alimenta da solo. Una macchia d'olio che si muove in perfetta autonomia.
Lasciate perdere tante sirene: mettiti in politica, entra in massoneria, iscriviti ai Rotary oppure ai Lions. Certo.
Sono tutte possibilità in piedi.
Ti danno l'opportunità di entrare in contatto con persone di un certo tipo, magari anche più inclini ad allungarti una mano. Ma il vero banco di prova restate voi stessi, con le vostre capacità.
Potete anche disporre di aiuti importanti ma se non sapete fare un tubo, sarà ancora peggio.
Se avete trovato una sistemazione soddisfacente – e siete da soli – non vi preoccupate se all'inizio i clienti saranno pochi. Non sarà un grande problema, credetemi.
Intanto avrete dalla vostra uno stato d'animo nuovo, pieno zeppo di adrenalina, che vi consente di remare con uno spirito nuovo, braccia e gambe rinnovate nei muscoli, non so se mi spiego.
Me l'ha confermato un collega – molto capace – che dopo circa quindici anni trascorsi all'interno di un ufficio dove si era fatto le ossa, aveva deciso di prendere il largo da solo.
Dopo qualche giorno di vita solitaria, o vidi mutare fisicamente. Aveva un'aria diversa, meno ancillare, sembrava diventato più uomo da un momento all'altro. Fu lui a dirmelo chiaro.
Mi confessò di aver scoperto un'aria mentale diversa,una padronanza più consapevole delle sue ore e delle sue capacità.
La sua mente si era ritrovata in stanze dove non era mai entrato. Forse è proprio per questo che fare da soli significa esplorare fino in fondo – o comunque di più – le nostre abilità personali e tutte le facoltà che il buon Dio ci ha riservato.
Non dirò quindi che è meglio intrupparsi dentro uno studio per il solo motivo di stare più tranquilli o di avere in qualche modo il companatico assicurato perché ve lo passa una mano superiore.
Non ho studiato una vita – tenendo conto che devo continuare a farlo per il resto dei miei giorni – per prendere ordini da un altro.
Mi hanno sempre fatto orrore quegli studi mastodontici – veri falansteri – dove ogni avvocato possiede una stanza e basta.
Lasciate perdere il luogo comune per cui un avvocato si misura dai metri quadrati del suo ufficio. Pensateci un momento.
Quante volte vi siete recati da un collega per una pratica e – prima di entrare nel suo ufficio – avete effettuato una radiografia mentale di quello spazio dove vi riceve confontandolo con il vostro?
A me capita sempre. Ogni volta, esco dall'ufficio del collega di turno, rinfrancato perché è meno bello del mio (ma come fa a lavorare qui dentro, penso) oppure scoraggiato perché credo che un ufficio così io non l'avrò mai (tipo quelli vista mare e boiserie dappertutto).
Ma resto dell'idea che la vita da single professio- nale resti tutto sommato migliore di tante associazioni dove alla fine si interpreta il ruolo del pesce pilota a vita.
Un esempio su tutti.
Vi sarà capitato sicuramente di imbattervi in un comparsista, un avvocato abituato a scrivere memorie ma poco avvezzo al fuoco dell'udienza.
Quell'avvocato è di solito un uomo di esperienza, lavora praticamente sette giorni su sette, e porta sulle spalle gran parte delle pratiche dell'ufficio.
Se scrive bene è destinato a macinare lavoro senza il sole delle domeniche.
Non le vede mai, o quasi, tanto sta chiuso in studio a usare la penna. Osservate bene il vano in cui lo ritroverete immerso, come un pesce nella vasca.
Il suo ufficio possiede quasi sempre una metratura modesta, per non dire angusta, inadeguata a un uomo e a un professionista della sua età.
Le grandi città abbondano di questo tipo di studi. Sono grandi e particellari come le celle di un alveare. Di solito nascono da formazioni famigliari oppure da combinazioni professionali molto felici che hanno saputo trovare un prezioso rodaggio negli anni. Non dico che non possiate trovarci una sistemazione confortevole.
Per carità, però sappiate fin dall'inizio che il vostro ruolo sarà quello di un impiegato. Anche se quando telefonate ai colleghi userete il nome tonitruante del vostro studio associato.
Ciò che secondo me vi dovrebbe convincere a restare da soli è l'indipendenza. È quello il vostro tesoro più prezioso.
C'è un bellissimo libro che si dovrebbe far legge- re all'università.
Si intitola Nonostante l'evidenza delle prove di Kincaid (Rizzoli): oggi lo potete trovare forse su Ebay ed altri empori online del genere.
È stato scritto da un avvocato che non ha mai voluto rivelare la sua identità e che poi non ha scritto altro. La storia è dedicata a un legale che forse è quello disegnato sulla copertina giallina.
Un bell'uomo magro, con i capelli brizzolati, elegante, una sigaretta pendula dalle labbra e una cartelletta sottile sottobraccio.
L'avvocato che vorreste trovarvi a fianco quando siete seduti al banco rovente degli imputati perché è uno che ha visto mille tempeste.
È un tizio capace di infondervi fiducia istantanea, uno di quelli a cui consegnereste anche l'onore.
Alla fine del libro – mi dispiace rovinarvi l'effetto sorpresa ma diversamente non capireste – dopo un'epica battaglia legale vinta dal nostro, gli offrono di entrare nello studio avversario.
Gigantesco e con uno stipendio da urlo.
Tutti noi avremmo accettato, dai, oltretutto alla fine di una battaglia epica. Saremmo entrati in quello studio da vincitori di un sistema, con il vento in poppa e le vele spiegate. Il nostro uomo invece rifiuta.
Preferisce la sua indipendenza, quello che si è costruito da solo con le sue mani, da ogni maledetto lunedì in poi.
Quell'avvocato lì vorrei essere io, ogni giorno che Dio mi fa stare sulla terra.
Uno capace di sbrogliare una matassa intricata da solo, di incassare colpi da solo, di sudare sulle carte da solo e di vincere da solo con il suo cliente.
Al fondo dell'incapacità di stare da soli c'è forse una sottile paura.
Di non farcela, di non riuscire a sfangare il luna- rio, di finire divorati dai debiti.
Una volta chiesi ad Oscar Farinetti – il creatore di Eataly – se non avesse provato paura quando aveva deciso quell'avventura pazzesca.
Mi guardò per un istante lunghissimo. Ha degli occhi nerissimi, che sprizzano intelligenza.
Non paura, mi rispose. Panico. Il risultato è stato Eataly.
Non siete d'accordo con me che forse è meglio tentare, nonostante i debiti, e per quanti affondi mortali possiate subire in ogni causa? Le sconfitte non contano, pare, o almeno così ha intitolato un libro dedicato al padre avvocato Marcello Sorgi, ex direttore de La Stampa.
In questo mestiere non importa quante volte cadi.
Conta in quanti secondi netti riesci a rialzarti.
Non lo diceva soltanto Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti nel primo mandato Obama.
Se non si è in grado di rialzarsi in continuazione,lasciate perdere. Mio padre – non era avvocato – ma mi avvertiva sempre: vai in tribunale con due sporte, una per prenderle e l'altra per darle. Il problema è che la prima finisce per essere sempre inevitabilmente più pesante della seconda.
La classe si vede anche da come si perdono le cause. Già Archiloco – che aveva lanciato per aria lo scudo in battaglia ed aveva preferito darsela a gambe piuttosto che finire infilzato da qualche lancia nemica – ce l'aveva detto, come si fa: quando si perde non ci si abbatte mai, non bisogna finire a rantolare tirando la catena come i cani, e quando si vince bisogna ostentare una sobria soddisfazione.
Gli avversari si battono, non si umiliano. Decidete per come vi sentite.
Resto dell'idea che, se avete studiato una vita legge (non finirete mai), e avete acquisito una conoscenza molto preziosa perché capace di modificare la realtà, con gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia oggi è davvero da pazzi mettersi in branco.
Avete visto cosa ha combinato Simone Perotti con la teoria dello downshifting, lo scalare di marcia per vivere con poco e meglio? Il libro Adesso Basta edito da Chiarelettere gli ha spalancato un mondo e sacche di guadagno che forse neanche lui aveva immaginato.
Perotti (che non è davvero un campione di sim- patia) è stato un manager fino a quarant'anni suona- ti, con un'agenda impestata di appuntamenti tutti i giorni e ben poco tempo da vivere per sé.
A un certo punto ha deciso di economizzare al massimo e soprattutto di vivere come avrebbe voluto, facendo lo skipper d'estate e scrivendo d'inverno: la goduria perfetta. Il suo libro ha venduto tantissimo e oggi ha scritto anche dei romanzi ambientati sul mare dove il suo eroe – alla fine – utilizza sempre la stessa teoria del vivere bene e meglio con poco, con meno di quello a cui siamo abituati. Non so se sia meglio o peggio ma di sicuro Perotti non prova più la monotonia di dover fare sempre le stes- se cose, credo. Parte dei suoi assunti arrivano dalla convinzione che si possano realizzare grandi risul- tati con mezzi modesti. Perciò vi chiedo: quando vi siete trovati una stanza per ricevere i clienti, a cosa vi serve mettervi con altri?
Avete internet, il computer, le email, avete tutto accidenti. Il lavoro dell'avvocato è fatto di due cose fondamentali: al mattino l'udienza e al pomeriggio il lavoro e lo studio. Tutto qui. Dovete sfacchinare e basta. Ciò che vi mette in difficoltà al mattino in un'aula di tribunale sarà materia di studio al pomeriggio quando siete soli e potete affrontare da cento punti di vista diversi il problema in cui vi siete imbattuti in udienza. A cosa vi serve un transatlantico di studio? Per impressionare i clienti?
Può darsi che si impressionino anche, ma se poi scrivete delle minchiate e in aula non sapete cosa dire, quanto durerà quell'illusoria impressione iniziale?

 

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