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Come fare le note spese, preparare le parcelle e non arrabbiarsi con i nostri dominus quando ci dicono che sono sbagliate o troppo salate

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 Ve lo dico subito.

Io non so fare le parcelle. La mia idiosincrasia per la matematica mi ha seguito fin qui.

Mi scoccia farle e confesso di non orientarmi bene all'interno di quella selva fatta di diritti e onorari, ciascuno congegnato quasi al millesimo da una mente criminale o almeno con tendenze quantomeno lombrosiane.

Va da sé che le ho sempre delegate, quando ho potuto. Solo che le parcelle rappresentano una specie di tavolo di controllo dell'attività dell'avvocato.

Chi finisce per frequentarle diventa un conoscitore perfetto di tutta l'attività che sbrighiamo durante le giornate.

Oggi esistono banche dati dedicate che rendono semplicissimo costruire una parcella senza il benché minimo sforzo. In più, la semplificazione delle tariffe – oramai suddivise in quattro fasi ben distinte ha reso più semplice e praticamente immediato il conto. Riesco a farle anche io senza problemi, il chè è tutto detto. Tuttavia l'errore – sembra impossibile -ma resta sempre in agguato.

Il problema si legava all'attività procuratoria, prima della novella, quando chi veniva incaricato in loco poteva chiedere i diritti, ormai scomparsi.

La cosa più fastidiosa e spiacevole accadeva quan- do l'attività procuratoria arrivava al termine.

La causa è conclusa e con l'arrivo della sentenza possiamo stilare la nostra parcella.

Molto spesso abbiamo percepito in corso di causa degli acconti. Che spesso sono risicati.

Il grosso va sempre al dominus che scrive gli atti e ci fa correre a depositarli ed a perorarli in udienza. Ho memoria di tante cause in cui la faccia del dominus è comparsa forse una volta. Tutte le udienze se le è succhiate il procuratore, cioè io.

Molto spesso si tratta di un'attività che non voglio definire di grande concetto. Dobbiamo rifarci alla let- tera a quanto scrive il nostro dominus e quindi sono d'accordo con voi nel dire che si tratta di uno sforzo minimo. Anche l'impegno è minimo perché l'attività giuridica ce la troviamo pronta. Poco sforzo, quindi. A volte tuttavia capita che il dominus venga colto da una specie di moto affettivo nei nostri confronti e ci deleghi l'esecuzione degli atti. Ci dà pieni poteri. A me è accaduto in una esecuzione dove anche qui lo sforzo concettuale è ridotto ai minimi termini, d'accordo. Però tutti gli atti li ho fatti io.

Quando la procedura si chiuse, stilai la parcella.

Dopo circa una settimana ricevetti una telefonata gioiosa del mio dominus.

 Mi informava che la mia notula era troppo alta, anche perché in corso di causa avevo già ricevuto degli acconti.

Inoltre – aggiungeva – mi ero sbagliato perché trattandosi di una procedura esecutiva gli onorari da conteggiare ammontavano a una unica voce prevista dal tariffario.

Confesso due cose.

La parcella non l'avevo stilata io ma l'avevo comunque firmata. Non sapevo che nelle esecuzioni gli onorari subissero una reductio ad unum. Mi sentii avvampare dai nervi. Non c'è cosa peggiore di quando i colleghi ti ritoccano le notule perché hai commesso degli errori di puro calcolo.

Abbozzai e signorilmente – almeno credo – lasciai perdere la mia notula. Non potevo fare diversamente, avevo sbagliato.

Qualche giorno dopo ripresi in mano la pratica. C'era qualcosa che mi stonava, però.

Io avevo sbagliato la voce, ve bene, e gli acconti tutto sommato erano stati buoni, sono sincero.

Tuttavia c'era una frase che mi rimbombava in testa. Il mio dominus mi aveva detto che i miei onorari erano eccessivi e non dovuti. Che lui ne aveva indicato in modo inferiore a me e in conformità al tariffario.

Ma in base a quale atto se tutta la procedura me l'ero sciroppata io per intero? Io avevo sbagliato ad applicare una voce ma lui aveva fatturato senza avere fatto nulla?

Un altro dominus del genere – che mi capitò – era non a caso della stessa città del primo. Mi nomina procuratore nell'ambito di una causa civile tempestosa. C'è in ballo un'eredità ghiotta e le parti in campo se le suonano di santa ragione per quegli appartamenti. La causa dura qualche anno. Io per- cepisco acconti abbastanza magri.

Lo sforzo procuratorio non risulta pesantissimo però mi fanno correre ogni momento. Partecipo anche a un'udienza decisiva da solo e ottengo di segnare un goal determinante nell'ambito dell'intera causa. Alla fine stilo la parcella e invio al mio collega nonché dominus.

Mi telefona quasi subito dopo aver ricevuto il fax. Chi mi credo di essere, mi apostrofa, che se le cose stanno così vuole una descrizione analitica di tutte le attività che ho svolto in quegli anni e che–mi avverte – si metterà ad eseguire un controllo capillare su tutte le voci che indicherò e sugli incombenti svolti.

Lo mando affanculo, al telefono, dicendogli di vergognarsi.

Di tutto quel calderone di udienze a cui avevo preso parte e di tutte le corse compiute non ave-vo annotato neanche un appunto a futura memoria.


Anche volendo avrei impiegato un mese per cercare di ricordare con precisione tutto quello che avevo fatto quando eravamo en amitiè.

Un consiglio, quindi. Quando ricevete un incarico procuratorio, annotate anche i respiri e quante volte andate al cesso per il vostro dominus.

Fatevi anticipare subito un acconto che procede- rete a calcolare con criterio.

Durante lo svolgimento della procedura richiede- te ciò che vi spetta.

Alla fine della causa stilate la parcella prima della sentenza.

Questo è l'atteggiamento che dovete serbare nei confronti dei colleghi con cui non avete un rapporto di familiarità stretta e quotidiana, quasi.

Io ho tre corrispondenti con i quali divido una familiarità senza problema alcuno. Gli altri vengono e vanno, come i cavalloni al mare. Trovate il galantuomo e il mascalzone, come in tutta l'umanità.

Il galantuomo è l'avvocato che – se il cliente fugge e non intende più pagare – mette mano alla scarsella e paga il collega.Voi mi direte che ciò è doveroso se ad aver scelto quel collega è appunto il dominus in persona. È una regola deontologica ben precisa di cui tuttavia ben pochi si ricordano quando è il mo- mento. Sappiate che non tutti la mettono in pratica. Anzi, tutti noi, prima o poi abbiamo finto di dimenticarci un procuratore oppure gli abbiamo detto candidamente: sono falliti.

 Non pagano.

Obiettivamente non è facile in quei momenti mettere la mano al portafoglio e pagare. Però biso- gnerebbe fare così.

Posso darvi un suggerimento molto pratico? Quando scegliete un procuratore assicuratevi di avere scritto nella prima lettera d'incarico che lo autorizzate a chiedere il pagamento direttamente al cliente. Scrivete proprio così: "caro collega, il pagamento delle tue spettanze sarà assicurato diretta- mente dal cliente con il quale ti vorrai mettere in contatto al più presto ai seguenti numeri…" che scrupolosamente gli fornirete nero su bianco.

Non avrete sorprese di nessun tipo in futuro. Quando vi arriverà la notula e il cliente in questione si sarà dileguato come rugiada al sole, la rispedirete indietro al vostro collega ricordandogli quanto pattuito fin dall'inizio. Perciò non perdete mai, dico mai, la prima lettera d'incarico. Essa è acqua nel deserto.

Voglio raccontarvi comunque due storie.

La prima capita a me personalmente. Si rivolge al mio studio un signore di una certa età, elegante, facoltoso e soprattutto a nome di un mio amico fra- terno. Mi affida una causa di non grande spessore, un comune infortunio stradale fuori porta.

Scelgo il mio domiciliatario e lo faccio a caso, compulsando l'agenda legale. Sono fortunato per- ché quel collega diventerà un mio grande amico. Ci inoltriamo nella nostra causa davanti al giudice di pace secondo i normali tempi della procedura.

A un certo punto il cliente muore, all'improvviso. La causa viene interrotta. Chiamo la compagna – che nel frattempo una volta aveva accompagnato il cliente in studio – e la informo che non ha neanche la possibilità di riassumerla perché non sono sposati. Le dico anche che resta da pagare la notula del mio collega. La signora mi scarica immediatamente. Mi ritrovo con quella noticina, che tale era. Compilo un assegno e lo spedisco al mio procuratore con una breve accompagnatoria. Siamo diventati amici, da allora. L'altra. Mi arriva un amico in ufficio. È una bravissima persona, una specie di lavoratore infaticabile ma un pasticcione.

Mi assegna una causa fuori portaemidiceche l'avvocato a cui appoggiarmi me lo indica lui personalmente.

Faccio tesoro della sua decisione e lo scrivo a chia- re lettere nella missiva d'incarico che invio al collega quando gli spedisco il fascicolo da depositare.

Naturalmente perdo la causa perché il mio clien- te mi aveva taciuto una circostanza importantissima, anzi fondamentale.

Qualche anno dopo, un pomeriggio, mi arriva un fax del collega che mi chiede il pagamento della sua attività procuratoria. Il cliente non lo aveva pagato. Siccome mi ricordavo bene di avere scritto quella lettera, la vado a estrarre dal suo fascicolo dove l'avevo gelosamente riposta. Al collega scrivo una nota stringata in cui gli ricordo il contenuto di quella let- tera e lo invito nuovamente a domandare il suo giu- sto pagamento direttamente al cliente che lo aveva scelto di persona.

Non l'ho più sentito.

 

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