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Come superare l’esame di Stato senza uscire di senno e senza farsi beccare al cesso (da "Volevo fare l'avvocato")

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 Avvocati si nasce.
Se non siete portati ad affrontare anni di sentenze ingiuste, attese interminabili nei corridoi dei palazzi di giustizia, pubblici ministeri in assetto di guerra, clienti capaci di telefonarvi anche quando siete a un funerale, lasciate stare.
L'esame di Stato è come l'avvocatura. Duro, aspro, e vi aspetta dopo la pratica come un questurino. Vi sembra insuperabile?
È solo l'anticamera. Prima del 1997 si chiamava ancora esame da Procuratore Legale.
Equivaleva ad essere abilitati anche se potevi difendere soltanto all'interno del distretto di Corte d'Appello di residenza per i primi sei anni.
Una norma funzionale che ci evitava trasferte in altre città dove il rischio di combinare guai diventava maggiore. In seguito venne varata la legge (1997) per cui tutti e subito – superando l'esame – si diventava avvocati. Il meccanismo comunque non cambiava. 
L'esame continuava a prevedere tre giorni di prove scritte, due pareri pro veritate e un atto di procedura. Che poteva essere, a scelta, penale, civile o amministrativa.
Se le superavi – l'esito viene comunicato dopo circa sei mesi – bisognava affrontare gli orali, anche a distanza di qualche mese. Dovevi soltanto studiare. Gli scritti si fanno a dicembre – poco dopo l'Immacolata – in un freddo che strizza, mentre gli orali cominciano a settembre.
Un'estate trascorsa sui libri, bianchi in faccia come stracci. Tanto è l'ultima che passi così, poi ci sarà la libertà. Pensi. Gli scritti sono il vero incubo per ogni aspirante avvocato. Bisogna scrivere chiaro e poco, vi diranno.
Le argomentazioni devono essere logiche e coerenti. Quando si adotta una tesi, anche se minoritaria, va portata avanti fino in fondo, a costo di sfiorare il paradosso.
Magari è sbagliata, ma se è logica, per quale motivo non dovrebbe essere considerata convincente quanto la più ortodossa?
La giurisprudenza è una creatura fatta di fantasia. Molto spesso vengono pronunciate sentenze isolate il cui ragionamento portante non per questo può essere scartato a priori. Sono il frutto di menti giuridiche talmente sottili e cangianti da assomigliare alle dune del deserto. Poi viene il discorso della grafia leggibile.
Tutti gli esperti in materia vi diranno che è necessario scrivere come alle elementari, grosso e comprensibile. Non è facile modificare una grafia ormai consolidatasi nelle nostre dita pretendendo che cambi da un minuto all'altro.
Dopo aver subito un bombardamento di consigli tutti uguali, mi comportai di conseguenza. Scrissi più chiaro che riuscii, in modo da farmi capire anche da un cieco. Per tutte e tre le prove non superai i confini di un solo uso bollo. L'uso bollo è un foglio protocollo che contiene quattro facciate.
Se le si riempiono tutte, si è già scritto molto. Non è che sia una regola scritta ma attenervisi significa fare un piacere a noi stessi e un altro a chi ci deve leggere. Calamandrei diceva: "l'avvocato deve scrivere chiaro e conciso". All'esame – voglio aggiungere – e durante la sua carriera. Sempre.
Cecilia Carreri – un Gip che oggi fa l'editore – dice che un giudice legge più volentieri una memoria se in due righe riesce già a centrare l'obiettivo. 
All'esame potrebbe capitarvi come vicino di banco un candidato capace di compilare più di un uso bollo. Cazzi suoi se non ha il dono della sintesi. Non fatevi influenzare da uno così, un compilatore, neanche se scrive un trattato. Tenete a bada l'onda delle parole che sentite montare dentro di voi e cercate di condensare i concetti in frasi secche come fucilate. Soprattutto, piazzate subito nella prima pagina l'argomento che vi sembra più robusto. Non affogatelo alla quarta pagina, prima delle conclusioni.
Giovannino Guareschi, il creatore di Don Camillo e Peppone, non usava più di duecento parole per scrivere le sue storie, sempre diverse. Giulio Cesare ha scritto il De Bello Gallico, il miglior racconto di guerra mai scritto da un generale rubando spazio al sonno, con uno stile fatto soltanto di soggetto, verbo e complemento oggetto. Gallia est omnis divisa in partes tres. In una frase c'è tutta la storia di un popolo.
Ancora oggi sembra l'abbia scritto due minuti fa. Se scrivete poco avrete maggiori probabilità di essere letti con attenzione. 
Ridurrete fin dall'inizio anche il ventaglio degli errori. Concetto antico, povero nel suo contenuto, tutto quello che volete, ma provate a scrivere dieci pagine di memoria anziché due:la vostra controparte dispone di dieci buoni motivi per criticarvi men- tre chi ne ha soltanto due dovrà sforzarsi di trovarne un terzo perché non ha spazio sufficiente per attaccarvi. Attila usava la tecnica della terra bruciata per sconfiggere i propri nemici:la stessa tecnica adottata dai tedeschi in ritirata dalla Russia. Certo, anche qui, non bisogna cadere nell'eccesso opposto. Un mio collega – dopo circa dieci bocciature – si presentava all'esame senza codici commentati.
Ne portava soltanto uno, quello sinottico, in cui i quattro codici sono contenuti in unico volume.
Scriveva sempre una pagina dove individuava il concetto di base senza bisogno di massime ma finiva poi per consegnare un compito insufficiente perché soltanto abbozzato. Coglieva l'idea al primo colpo di naso, ma non l'agguantava per la coda, la lasciava volare via. Se ne andava prima di tutti, tranquillo, tra le nostre sghignazzate. Oggi fa il tipografo e mi sembra felice. Non so chi dei due – quando ci incontriamo – abbia fatto davvero l'affare della sua vita.
Con ciò voglio dirvi che scrivere poco a volte può non essere quella panacea che ci assicurano.
Anche al mio primo esame scrissi poco ma venni bocciato lo stesso. Per forza. La sintesi arriva soltanto da uno studio approfondito, o forse più che altro eseguito con un metodo capace di funzionare.
La prima volta arrivo agli scritti completamente disorganizzato. Ho studiato poco. Non sono riuscito a smettere di lavorare. Non ho voluto smettere, a dire il vero. Le direttissime sono il mio pane quotidiano e la mia personale riserva di energia per sentirmi in qualche modo utile, una parvenza di avvocato.
Non lo sono ancora, anche se quando difendo in Pretura mi sento Perry Mason. Leggo senza attenzione le sentenze (poche) e scrivo di meno. Sei mesi dopo mi prendo la bocciatura. Piango le amare lacrime del coccodrillo. Piango sul divano di casa mia, in isolamento totale, ma so che il primo coglione a cui devo rimproverare qualcosa resto sempre io.
La seconda volta arrivo più sicuro: avevo letto e scritto tanto da farmi sentire un poco più padrone dei miei mezzi, anche se poveri. Scrivere resta lo strumento più prezioso per mettere in ordine le idee confuse.
È l'unico timone a cui bisogna aggrapparsi sempre. Avevo assimilato di più anche grazie a una tecnica che sentivo nelle mie corde. Non smetto però di lavorare – contrariamente a quanto avrei dovuto imparare dalla prima volta – ma stacco la spina soltanto le ultime tre settimane.
Lavorare non equivale a non studiare,penso. Devo soltanto farmi più culo.
Tutti processi che mi capitano di giorno li eviscero come pesci da fare al forno. Approfondisco ogni minima sfumatura ed uso i dubbi che mi assalgono per studiare i manuali capendoli davvero.
Le ultime tre settimane mi sigillo in casa con il Foro Italiano, Guida al Diritto ed alcuni libri di pareri.

Sento il bisogno di fare un bagno di teoria, potendo scrivere tutti i giorni senza l'affanno di dover correre in pretura.
Leggo con attenzione, anzi mi bevo le sentenze tutto il giorno – anche sul cesso, non appena mi sveglio, oppure prima di crollare sul letto, la sera – ma dedico il pomeriggio alla scrittura dei pareri. A forza di leggere sentenze tutto il giorno la mia mente comincia a ragionare come una di loro. La mia scrittura vira da sola verso uno stile preciso. Scrivo giuridico, mi sembra.
Se è una sentenza di civile, dopo averla letta, vado a riprenderne gli istituti sui manuali di diritto privato o di civile. Stessa cosa per il penale.
In una sentenza – come in una conchiglia – è più facile sentirci le voci di qualcuno.
Quelle tre settimane di pace mentale (potevo fare solo quello), insieme alla lettura serale de I pilastri della terra di Ken Follett, mi aiutano tantissimo a scrivere spedito (merito di Follett), senza neanche un nodo. Uso soltanto i concetti che portino materia al ragionamento.
Molte sentenze si presentano oscure, scritte con uno stile involuto. Altre, soprattutto quelle a sezioni unite, vanno giù come bicchieri d'acqua.
Bisogna scrivere come si mangia, terra terra. Così i commissari capiscono subito e ti seguono nel ragionamento.
Trovatevi un albergo che vi piaccia e – alla sera – uscite a cena.
Quando torno in albergo, dopocena, mi guardo sempre un film per circa un'ora. Mi decongestiona le cellule cerebrali e mi libera da quella morsa men- tale che ho avuto tutto il giorno addosso.
L'esame di stato per avvocati, oltre ad essere una prova cerebrale intensa, è anche un percorso fisico, seppur da seduti.
Stare circa dieci ore – tra una cosa e l'altra – attaccati a un tavolino, mangiando soltanto barrette di cioccolato e ingollando succhi di frutta come pellicani disidratati, non è il massimo.
Il benvenuto te lo offre la mattina quando sei radunato su di un piazzale al porto vecchio di Genova (io l'ho fatto lì), dove sembriamo marinai in attesa di un imbarco.
I codici vanno depositati in aula il giorno prima dell'esame per permettere ai commissari di controllarli.
Devono verificare che non presentino trucchi oalterazioni.
All'esame entrano soltanto codici commentati con la giurisprudenza, ossia con le massime di cui abbiamo parlato prima. Introdurre un codice commentato con la dottrina equivale a far passare un testo di studio normale.
Le prime due prove sono quelle di civile e penale (sono quelle in cui bisogna sapere di diritto per forza).
Il primo giorno è il più duro. La sera prima si è tutti un po' smarriti e il sonno magari non è dei migliori.
È una maledetta attesa dell'alba che verrà. Quando arrivi in aula, pensi, è così allora.
Ti sei immaginato tante di quelle volte l'esame chè non ti sembra vero di esserci, in una bolgia dove tutti stanno seduti come te, in attesa del via.
Arrivano le tracce, il presidente le legge, e poi si parte, schiena ad arco sopra il banchetto assegnato e ventre a terra, sfogliando codici come maratoneti del diritto.
Prendo un bel respiro e cerco di eseguire alla lettera tutto quello che ho imparato.
Alla seconda volta che vengo qui, ho deciso di non sentire più niente e nessuno. Ascolto soltanto gli impulsi del mio cervello, il mio istinto. Scrivo una brutta dove agguanto quanto mi serve per risolvere la traccia di civile, che per me resta la più difficile. Quando consegno alla sera, mi sembra siano passati cinque minuti.
Il secondo giorno la familiarità aumenta. Anche i commissari hanno una faccia diversa. Il mio presidente – quello della seconda volta – è napoletano. Non molto alto, corpulento, capelli corti, la parlata piena. Ieri mi sembrava un carceriere, oggi si è già addolcito.
Il terzo giorno vedo gente scompisciarsi sulla sedia per quello che dice al microfono (io sono tra quelli, of course). È anche un modo per allentare la tensione di quei momenti pesanti. In tre giorni ci si gioca la carta di due anni di pratica, come minimo.
Nelle pagine che scrivo ci spremo tutta la mia vita prima di quel momento, cioè studi, sacrifici, pianti, risate ed i miei genitori. Sono le pagine più impor- tanti che abbia mai scritto. Da quei fogli e da ciò che ci infilo dentro dipende il resto della mia esistenza e quanto ho fatto prima. L'ultimo giorno è dedicato all'atto.
Faccio quello di penale. Non mi ricordo più se fosse un ricorso per cassazione oppure il solito appello, l'atto principe di ogni penalista, il suo breviario da comodino. Si tratta di qualcosa di più personale del pare-re – che va scritto in maniera quasi asettica, rigorosa – e quindi le tesi possono anche essere ardite, purchè possiedano un riscontro giurisprudenziale apprezzabile.
La mattina dell'ultimo giorno segna la rinascita del candidato. Ci sentiamo tutti veterani alla fine delle battaglie. Siamo arrivati, bene o male, fin qui, ed oggi pomeriggio torneremo a casa. È finita – per il momento – la prigionia dello studio. Ricominciamo a respirare ed a lavorare.

Deposito il compito e mi congedo dagli altri, è andata.
È un'emozione grandissima.
Quei giorni sono stati per me una specie di campagna d'inverno: l'ultima sera, dopo aver consegnato il compito,mi accorgo di guardare per la prima volta il mare attraverso i finestroni di vetro dietro cui ho scritto fino all'ultimo respiro. C'è un tramonto rosso sfolgorante.
Prima di andarmene mi volto verso l'aula, quell'aula: voglio imprimerla nella memoria per l'ultima volta.
Spero di non vederla mai più.
Quando penso di averla catturata nella mente, mi giro e vado via.
Torno alla vita.
Sembra un'espressione inappropriata o spro- porzionata ma la mia sensazione è quella di essere appena uscito da un'apnea durata tre giorni esatti. Non ho pensato ad altro, non ho fatto altro se non scrivere di diritto. Quei tre giorni sono senza suo- ni, senza colori, sono pura adrenalina prolungata. Quando emergi, ti accorgi di quanto sia bello il cielo e che ci sono i colori, le pubblicità alla televisione, una canzone alla radio. La vita ritorna.
Da quel momento passano esattamente sei mesi tondi.
Giugno arriva in un baleno.
La mattina in cui escono i risultati è epica. Il tam tam – silenzioso – si fa già sentire la sera prima.
Il momento critico è la telefonata in Corte d'Appello. Qualcuno mi chiama per dirmi che i risultati sono usciti. Non vi preoccupate, un samaritano che non si fa i cazzi suoi lo trovate sempre.
Prendo il coraggio a quattro mani e telefono.
È una semplice telefonata, ma è come scalare il Kilimangiaro per vedere le sue nevi.
Scendo da camera mia ed impugno la cornetta.
Un respiro profondo, di pancia e in un attimo sto parlando con la segreteria che, sì, ci sono i risultati, mi dica pure il nome, un attimo, aspetti che vedo, un momento ancora, mi ripete il cognome, sì, ammesso.
Rispondo subito che non ho capito, ma è sicura? La signorina (secondo me le addestrano prima per rispondere agli aspiranti avvocati sudati anche via cavo), sì, qui c'è scritto ammesso.
La ringrazio anche se sembro Fracchia e metto giù la cornetta.
Il giorno diventa meraviglioso. Diventa il mio giorno. Il sole entra dalla finestra in cucina e va a posarsi su mio padre che sta bevendo il caffè, pri-ma di accendersi una sigaretta. Quando glielo dico, praticamente grido, i suoi occhi diventano enormi.
Non riesce più a stare seduto.
È una scarica di adrenalina in vena quella telefonata. Dopo circa un'ora – trascorsa in una condizione tra il catatonico e l'inconsapevole – gli faccio richiamare la Corte per sicurezza.
Non ce la faccio a chiamare ancora io per una seconda volta, fallo tu papà, ti prego, magari si sono sbagliati.
Mi scusi signorina, può controllare ancora una volta, perché sa, magari non dico che ha letto male, ma mio figlio è un po' emotivo.
Ammesso.
Parto per la luna come Astolfo. Ora comincia veramente il conto alla rovescia. La preparazione per gli orali.
Ho avuto la fortuna di superare gli scritti, la mia estate è già destinata al sacrificio.
Devo alzarmi alle sette ogni mattina ed osservare orari da monaco. La regolarità è fondamentale.
Nello studio per l'orale è indispensabile acquisire i tempi di un passista. Non servono lampi di guerra o piogge acide, come cantava Lucio Dalla, ma i polmoni di un maratoneta e soprattutto natiche di pietra.
Quando vado a Genova per formalizzare le ultime pratiche, mi dicono che la lettera estratta per gli orali è la P e quindi il mio esame è fissato a settembre. Ho tre mesi esatti per studiare. Se sbaglio la preparazione, sono fregato. Non posso perdere neanche un minuto.
Ognuno – anche qui – possiede un suo metodo personale.
Io ripeto ad alta voce da quando faccio il liceo. Soltanto così riesco a immagazzinare le nozioni.
Se non lo faccio, se non ripeto come davanti a un uditorio adorante, non mi trovo davanti alla difficoltà del ricordo e non assimilo.
Al mattino mi prefiggo un certo numero di pagine da smaltire, oppure un tot di argomenti e li macino di buona lena.
Il pomeriggio è per il lavoro sporco: ripeto fino a quando ciò che ho studiato nella mattinata non mi si conficca nel cervello.
Il problema sta nel mantenere lucida la testa, sen- za imporle un sovraccarico pericoloso.
Stare tre mesi incollati a una sedia può far andare fuori di melone. Per questo motivo, dopo aver studiato circa dieci ore tutti i giorni, alla sera vado a nuotare in mare.
Quando il sole non morde più, sto in acqua per circa un'ora.
È come gettare una secchiata d'acqua su di un cervello ardente. Gambe, schiena e natiche si stira- no in acqua e la mia mente non pensa.
Sono convinto di dover arrivare all'orale in buona salute e in perfetta efficienza fisica.
Non sono d'accordo con tanti miei amici che in- vece pensano che anche un'ora sia tempo sprecato se non la si impiega per studiare.
Al mattino dopo mi ritrovo con un muscolo (il cervello) fresco e già pronto ai blocchi del nuovo giorno.
Ho scelto le materie da portare all'orale.
Diritto civile, diritto penale e procedura penale oltre ad altre due materie complementari.
Una botta.
Il civile è una specie di deserto del Gobi, talmente sconfinato da rischiare di perderci il senno. Il penale è più misurato ma può spalancare gole insospettate mentre le procedure vanno scelte per passione.
Ho fatto due calcoli elementari. Tutta la pratica l'ho dedicata quasi solo al penale.
Ho questa occasione di dedicarmi al diritto civile con relativa calma.
Se lo studio bene, ne avrei beneficiato anche dopo, durante la professione.
L'estate è compromessa, tanto vale sacrificarla fino in fondo.
Dopo tre mesi di studio bestiale non divento un campione di civile ma capisco una cosa.
I ragionamenti rigorosi che sono costretto a svi- luppare per superare certi passaggi mi aiutano nel penale. Mi abituo a ragionare in spazi molto stretti.
Con una mia amica ripetiamo anche dopo cena.
Ad agosto comincio a sentire sempre più vicina la morsa dell'esame. Aumento il ritmo e le ore di studio. Avere qualcuno con cui confrontarsi non è male. Quando torno a casa la sera, dopo aver ripetuto, riesco ancora a leggere qualche decina di minuti. Poi crollo come una pera.
Alla fine arriva il giorno. Vado a Genova con i miei genitori.
La sera prima sono riuscito a dormire abbastanza bene ma mi sento una specie di condannato a mor- te. So che mi gioco tre mesi di studio e molto di più in circa un'ora. Guida mio padre. Praticamente mi sudo ogni chilometro che l'automobile percorre. Ho il terrore che succeda qualcosa in autostrada. Ci fermiamo anche in una piazzuola. Siamo partiti con due ore di anticipo.
Quando arriviamo in perfetto orario, mio padre va a parcheggiare e poi resta giù dalle scale della Corte d'Appello, con Olivia, la nostra cagnolina. Mia madre sale con me. Quando è il mio turno, entra in aula con un tempismo perfetto. Non me ne accorgerò neanche. Mi ritrovo seduto in uno stato di catalessi ragionante.
Inizio con il civile. Chi mi interroga è un mostro incarnato della materia, già mio professore di diritto privato. Le mie risposte non sono così pronte come le sue domande: se inizio così, ce l'ho in quel posto, penso. Lui non si scompone e mi fa ragionare con calma: le risposte arrivano da sole.
Comincio a carburare. È il turno delle materie complementari dove vado spedito. Trionfo con la procedura penale. Chi mi interroga è il presidente napoletano. L'uomo si appassiona. Il mio esame comincia ad assomigliare a una conversazione. Non me ne accorgo ma discutiamo di misure cautelari, interrogatori ed esame dell'imputato per circa mezz'ora. Un altro commissario sembra pure scocciarsi per il fatto che il presidente mi stia tenendo sotto così tanto. All'ennesima domanda gli fa presente che può bastare.
Sale e pepe – ormai lo chiamo così – non se lo fila neanche ma passa a chiedermi la deontologia, con delle domande tipo il riposo del guerriero: secondo lei l'avvocato deve aggiornarsi, mi chiede.
Capisco che sono arrivato alla fine. Dopo avergli risposto che l'aggiornamento professionale costituisce un dovere ben preciso dell'avvocato, il mio esame termina.
Il Presidente mi invita a uscire perché la commissione deve decidere la votazione da assegnare al collega.
Mi alzo come un pupo siciliano e capisco che è finita, ce l'ho fatta. Quando rientro, dopo dieci secondi netti, sono diventato un procuratore legale, è finita.
Guardo mia mamma, non mi è sembrata mai così bella e felice. Scendo le scale in trance. Vedo mio padre, con la sigaretta in bocca. Sta parlando con i poliziotti di guardia all'entrata.
Alzo le dita in segno di vittoria. Non parlo. Me lo vedo ancora davanti agli occhi. Fa un sorriso enorme. Ci abbracciamo.
Non ho mai sognato mai padre, da quando è morto. Ma me lo ricordo così, in quella sera d'autunno, mentre finisco in mezzo alle sue braccia e sento il suo sorriso come non l'ho più rivisto.
Tutto questo capita il secondo anno, ossia la seconda volta che sostenni l'esame.
La prima era stata ben diversa. Non avevo supe- rato lo sbarramento degli scritti. Mi ero ritrovato a piangere sul divano di casa, da solo. I miei erano in montagna. Non avevo voluto sentire nessuno.
Mi ricordo bene quel momento. Scotta anche nel ricordo.
C'è un sole malato, fuori, anchesefacaldo. Sono in sala, seduto sul divano, spalle alla finestra.
Ho appena concluso la telefonata con la Corte d'Appello.
Sempre in cucina. Ho cincischiato per quasi un'ora prima di prendere il coraggio di telefonare. C'è voluto un secondo per rovinare tutto.
La signorina mi ha sussurrato non ammesso. L'ho ringraziata lo stesso, come quando si ringrazia il giudice che ha appena condannato il tuo cliente.
Sarà l'educazione ma non posso mai fare a meno di sentirmi un idiota, quando lo faccio.
Non ammesso.
Dopo cinque minuti mi chiama la mia amica, quella con cui trascorrerò le serate d'agosto la seconda volta, a ripetere insieme. Anche lei non ce l'ha fatta. Mi ha subito chiamato. Mi ha sibilato anche i nomi di chi l'ha superato. È incredula. Come me. Resto sul divano e piango.
Non so se mia dia più fastidio il fatto di non aver superato l'esame – quell'esame – oppure il fatto che
l'abbiano passato altre persone che francamente non pensavo potessero farcela così, con un'apparente facilità.
Una ha ottenuto addirittura una votazione eccezionale, da trattato.
Se ci penso oggi, mi dico che tutto sommato avevano avuto ragione ad assegnarle una votazione così lusinghiera.
Viveva in mezzo alle riviste. Credo che i libri normali, un romanzo per esempio, non lo abbia mai letto.
La sua bibbia quotidiana era il Foro Italiano, come per molti la Gazzetta dello Sport. Alla fine qualunque scrittura ne risente, ci resta impigliata dentro quei ragionamenti giuridici, non può non sporcarsene.
Sono le considerazioni che bisognerebbe avere il coraggio e la lucidità di fare a caldo, quando la bocciatura brucia addosso come la lebbra.
Sembra retorica ma non essere ammessi è un dramma, anche perché blocca le aspettative che in quel modo sai di non poter ancora esaudire come desideri.
L'esame segna il passaggio, la svolta in mare aperto, dove nuotano i pesci grossi.
Il punto è:cosa fare in quel momento in cui ti hanno detto di no.
È il più duro in assoluto, quello dove sei in debito prima di tutto con te stesso per non aver studiato abbastanza.
Bisogna ripartire, non c'è altra via.
Dopo essermi fatto il pianto sacrificale, respiro la sconfitta per qualche giorno. Certo, lo so. Il giorno più lungo – come lo sbarco in Normandia – è quello che segue i risultati.
Andare in tribunale e sentirsi commiserare per- ché non ce l'hai fatta, oltretutto da chi ci gode a farlo, è veramente dura da digerire. Ma dura un giorno. Come un giornale.
Dopo poco, la vita va avanti, e quel dolore così forte ti accorgi di essere in grado tutto sommato di sopportarlo.
Non bado a chi ha passato l'esame.
A dire il vero quasi tutti i miei amici sono stati bocciati come me. Molti tra quelli che non hanno lavorato tanto, ma hanno studiato molto di più, non vengono ammessi comunque.
Mi sento meno colpevole. Dentro di me decido comunque di cambiare il modulo. E faccio come vi ho raccontato prima. Riparto. So per certo che pur cambiando il vostro metodo, potreste continuare a venire respinti. Lo so. Sembra assurdo ma succede. Non mollate l'osso. Ci sono colleghi che hanno so- stenuto l'esame di stato anche quindici volte.
Lavorare diventa molto difficile in quelle condizioni perché non puoi neanche firmare gli atti.
Sei come l'uomo invisibile e in più – in ogni foro – tutti conoscono questa tua condizione di cavaliere dimezzato.
Se dovessi tornare indietro – questo è l'unico suggerimento che mi posso dare oggi – farei due cose.
Studierei molto di più e discuterei meno processi in quel periodo così critico.
L'esame di stato, che lo si voglia o no, è in effetti imbevuto di teoria. Lo studio e la scrittura, restano gli unici strumenti per affrontarlo meglio che si può. Me lo diceva sempre il mio maestro ma non gli davo retta.
Ero talmente preso dalla frenesia di macinare processi ogni giorno invece di stare in casa, oppure in studio a fare la pratica autentica, quella con il culo su di una sedia e pile di testi sulla scrivania, che non ho mai visto. Coltiverei di più il diritto civile, se potessi tornare indietro.
Potrà anche fare schifo all'inizio, non sarà nevrile come il penale, ma se si ha la pazienza di superare un certo giro di boa, può dare delle soddisfazioni enormi.
Il Nome della Rosa è un libro straordinario.
Lo scrisse Umberto Eco, un signore piuttosto serioso e oggi molto in carne.
Uscì negli anni '80 e divenne una specie di cult book per tutti, a dispetto del fatto di essere difficile. Il contenuto – che sembrava ostico – trascolorava in qualche modo quando entravi dentro la storia, un thriller medievale elettrizzante. Nessuno ha mai più scritto un libro così, emozionante eppure così superiore allo standard del lettore medio.
Aveva un solo limite: dovevi superare le prime cento pagine, perché lente e capaci di scoraggiarti.
Se ci riuscivi, il romanzo diventava pura magia e ti perdevi dentro un labirinto mentale da cui non avresti mai voluto uscire. Non dico che il civile vi possa trasmettere la stessa sensazione, ma provate a leggere una sentenza civile che vi dà ragione sulla base di un preciso ragionamento che avete svolto voi.
Concludo.
Un grande avvocato, penalista di vaglia, tanto da sostenere che il penalista sia la più nobile delle professioni e ciò per cui vale fare il nostro mestiere, un giorno si reca in Cassazione, Sezioni Unite, per una importante causa civile.
Come avversario ha un mostro sacro del diritto civile che arriva in corte scortato da una teoria di assistenti ossequiosi. Sembra già una partita persa.
Il Presidente dà la parola per primo al ricorrente, cioè al mio amico, dicendogli di prendersi tutto il tempo che vuole per discutere il ricorso, di cui avevano già apprezzato la sottigliezza.
Poi, danno la parola al suo nobile avversario. Qualche giorno dopo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, dà ragione all'avvocato di provincia.
Per una settimana – mi dice sempre – ho viaggiato sopra le nuvole, e tutto per un civile.
Volete davvero perdervi un'occasione del genere?

 

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