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Conoscere le insidie della Rete per educare i cyber-bulli al rispetto

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 Il suo ex fidanzatino, arrabbiato per la fine della relazione, aveva messo in rete un video in cui la 14enne compariva in atteggiamenti intimi. Il filmato era diventato virale, aveva fatto il giro dei gruppi whatsapp, e così erano iniziate le ingiurie, gli sberleffi, le parole infamanti. Un peso insopportabile per la giovane che, esasperata, nella notte tra 4 e il 5 gennaio 2013 si lanciò dalla finestra della sua abitazione, a Novara. Quello di Carolina Picchio è diventato un caso simbolo del bullismo 2.0. I video girati in quell'occasione iniziarono a circolare su Facebook portandola alla disperazione. "Volevo solo dare un ultimo saluto - scrisse con parole raggelanti in una delle due lettere lasciate alla famiglia e all'ex fidanzato - perché questo? Beh, il bullismo, tutto qui. Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male". E poi, riferendosi ai bulli: "A voi cosa viene in tasca oltre a farmi soffrire? Grazie per il vostro bullismo ragazzi, ottimo lavoro".

Molto del dibattito di oggi parte da quella notte. Il dibattito sulla violenza digitale, in particolare sulla sua forma continuativa, cioè sulle azioni di sistematica prevaricazione e sopruso nei confronti di una vittima rese ancor più micidiali dalla totale perdita di controllo dei contenuti fra social, chat e smartphone, è fortunatamente decollato. La svolta è però arrivata solo nel 2017, con l'approvazione della legge 71 del 17 maggio 2017 dedicata proprio al contrasto al cyberbullismo. La norma fornisce oggi almeno un paio di strumenti utili: la procedura di ammonimento del minore davanti al questore e la richiesta di rimozione dei contenuti personali direttamente ai gestori delle piattaforme entro 48 ore direttamente da parte della vittima almeno 14enne o dei genitori. Se non rispondono, ci si può rivolgere all'Autorità garante per la protezione dei dati personali che dovrà agire entro altre 48 ore. Forse due giorni sono ancora tanti rispetto alla gogna infinita a cui troppi ragazzi - e non solo - sono stati sottoposti per mesi. Basti ricordare un altro caso emblematico del percorso verso questa rinnovata consapevolezza: nel 2016, un video divenuto virale in cui un'adolescente veniva aggredita, insultata e picchiata da una coetanea di fronte a un istituto di Muravera, in provincia di Cagliari, raccolse 3,8 milioni di visualizzazioni e 80mila condivisioni. Segno che il vero fattore della viralità era, e rimane, la pubblica umiliazione. 

 Di numeri sul tema ne circolano molti. Conacy, il centro italiano per il contrasto del cyberbullismo, ha raccolto dati preoccupanti: un ragazzo su quattro in Italia è stato coinvolto in episodi di cyberbullismo e ogni giorno nel 60% delle scuole si registrano eventi di bullismo, fisico e informatico. Una ricerca del consorzio Miur Generazioni connesse realizzata con gli atenei di Roma e Firenze e Skuola.net, presentata proprio quest'anno, spiega per esempio che sette adolescenti su dieci sono iscritti a un social network già prima dei 14 anni: quasi quattro giovani su dieci (il 38,5%) ammettono di non conoscere personalmente almeno la metà degli amici o dei "follower" che hanno sulle diverse piattaforme.

Evidentemente la sensibilizzazione non basta. Condannare non basta. Parlarne non basta, o forse non serve, perché quei messaggi non arrivano ai giusti destinatari. Corriamo i rischio di raccontarceli fra noi. Che fare dunque? Il punto centrale rimane sempre il dialogo. Da una parte genitori ed educatori devono "ficcarci il naso" e sforzarsi di conoscere davvero le piattaforme su cui i ragazzi trascorrono gran parte del proprio tempo: un ragazzo su quattro che incrocia episodi mortificanti sul web, infatti, non ne parla con gli adulti. Forse perché pensa che non ci sia nessuno pronto ad ascoltarlo o che, peggio, possa capire davvero cos'è successo. Per fortuna, con un po' di ritardo, qualcosa sta cambiando: 3.647 insegnanti sono oggi iscritti alla piattaforma Elisa, un sistema di e-learning per i docenti sulle strategie antibullismo lanciata dal ministero dell'Istruzione con l'università di Firenze che fa parte delle diverse azioni previste dalla legge del 2017.

 La legge sulla prevenzione e il contrasto del cyberbullismo attribuisce alle istituzioni scolastiche, oltre che al Miur e ai suoi uffici periferici (UU.SS.RR.), nuovi compiti e nuove responsabilità. Le scuole hanno il compito di promuovere l'educazione all'uso consapevole della Rete internet e l'educazione ai diritti e ai doveri legati all'utilizzo delle tecnologie informatiche. Nella legge si indica che la succitata educazione è trasversale alle discipline del curricolo e può concretizzarsi tramite appositi progetti, aventi carattere di continuità tra i diversi gradi di istruzione ed elaborati singolarmente o in rete, in collaborazione con enti locali, servizi territoriali, organi di polizia, associazioni ed enti. La scuola, inoltre, nella persona del dirigente scolastico, deve informare tempestivamente, qualora venga a conoscenza di atti di cyberbullismo che non si configurino come reato, i genitori dei minori coinvolti (o chi ne esercita la responsabilità genitoriale o i tutori). Il dirigente attiva, nei confronti dello/gli studente/i che ha/hanno commesso atti di cyberbullismo, azioni non di carattere punitivo ma educativo. La legge prevede la figura di un coordinatore delle iniziative di prevenzione e contrasto del cyberbullismo messe in atto dalla scuola. Tale figura è il referente di Istituto che, al fine di mettere in pratica i compiti che gli spettano, il referente può avvalersi della collaborazione delle Forze di polizia e delle associazioni e dei centri di aggregazione giovanile del territorio.

 

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