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Eliza Macadan: Intervista alla poetessa. Decifrare il mistero

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Pubblichi le tue poesie nelle tre lingue che parli e scrivi: il rumeno, il francese e l'italiano. Come operi per la scelta della lingua da adoperare per la pubblicazione? Scegli di volta in volta? Oppure già le poesie nascono in una determinata lingua?

Sono i pensieri a cercare le parole, prendono quelle che trovano più adatte, è come la scelta dei mezzi di trasporto per farsi un viaggio. Io utilizzo quotidianamente più lingue, ma negli ultimi 10 anni è stata la lingua italiana a occupare uno spazio prediletto nella mia quotidianità. Le poesie nascono nella lingua cui i pensieri si affidano in un determinato momento. Io non scrivo libri, scrivo dei testi, poi raccolgo gli scritti, li organizzo, insomma, penso alla forma finale, che richiede sempre un po' di cura.

Svolgi un'opera straordinaria di traduzione dei poeti italiani in lingua rumena. Per i poeti francesi compi la stessa opera di traduzione come per i poeti italiani? Oppure prediligi una lingua piuttosto che un'altra?

Non è stata una mia scelta tradurre poesia, è stato un puro caso, un gioco… La prima volta che l'ho fatto è stato per fare una sorpresa a un amico poeta italiano, per fargli sentire come "suona" la sua poesia in romeno. Non ho tradotto poesia francese in romeno. Ho tradotto una raccolta di un poeta francese in italiano e alcuni testi di un altro poeta, sempre francese, questo sì. Così, quasi per gioco, ho realizzato una panoramica della poesia italiana contemporanea, in quattro volumi, dal 2014 al 2019, tutti pubblicati con la casa editrice Eikon di Bucarest. Se qualcuno me l'avesse chiesto, come progetto, penso che mi sarei spaventata, ma così tutto è andato avanti in modo naturale, senza pressioni, senza limitazioni. Faccio notare che non chiamo mai questi volumi antologie, perché le antologie richiedono un criterio di scelta, letterario in primis, almeno per come la penso io. Poi, ci sono le antologie a tema, che però io non gradisco, non so spiegare il perché, ma non mi piacciono, quelle ad argomento stabilito – amore, fiori, ambiente o qualunque altro tema. Tutto quello che ho fatto, in piena libertà, ripeto, si è sempre basato sul mio gusto, ho scelto le poesie che più mi piacevano delle loro raccolte. Senza argomentazioni più o meno critiche a sostegno della mia scelta. Dunque questi libri riflettono in qualche modo le mie preferenze. Devo sottolineare che queste raccolte di poesia italiana mi hanno messo in contato diretto con tutti i poeti che ho tradotto, e che, in un certo senso, ne è scaturita una bella ricerca di sociologia letteraria. Ma non parlerò delle conclusioni che ho tratto, mi hanno arricchita di sicuro, mi hanno chiarito aspetti che diversamente sarebbero rimasti confusi.


 Quasimodo per quanto concerne la traduzione dei lirici greci, affermava che dava in prestito la propria lingua ai poeti che traduceva. Cosa ne pensi di questa affermazione? Cosa è per te la traduzione?

Non sono d'accordo con Quasimodo, non diamo in prestito qualcosa che non è nostro. La lingua è di tutti, e non solo la lingua. Per me la traduzione è fare un dono. Un piccolo gesto d'amore. Ma è ugualmente una grande fatica, non per il lavoro che si fa, quello di trasporto da una lingua all'altra, ma perché io, se non capisco la fonte di un testo, ciò che ha generato quel testo, il punto di partenza, il momento del concepimento, allora non riesco a capire neppure la realtà del testo, quel mondo che vi si incifra dentro. In poesia, per capire il movente ci si deve immedesimare, si assumono il più possibile gli organi sensoriali ed extrasensoriali del poeta. Si va alla ricerca del suo ritmo interiore, si prova a sentire la sua musica. La poesia, quando non è anche musica, manca. La musica è data dal ritmo. Una traduzione che aspira alla perfezione dovrebbe identificare quel ritmo e trasporlo nella nuova lingua. La verità, per me, è che si traduce in una specie di trance… Ci si trova esattamente nel luogo mentale del momento della nascita dell'originale. O almeno ci si arriva molto vicino, proprio nei paraggi.

Come nasce la tua poesia? Considerato che conosci la nostra poesia, ti chiedo se c'è qualche poeta italiano che senti vicino o affine alla tua scrittura?

Non saprei... Non so che dire sulle affinità… La mia poesia nasce dall'ispirazione, quello che scrivo lo sento nella testa, tante volte mi può capitare di non avere le orecchie ben sintonizzate, sento ma non so "trascrivere". Ho una raccolta in romeno che si intitola "Trascrizioni dal cosciente", avevo scelto questo titolo proprio per spiegare il processo della mia scrittura... Credo che senza un bagaglio linguistico di un certo spessore - ma non intendo cultura lessicale, assolutamente no, intendo una certa destrezza con il linguaggio, con le parole - non si scrive poesia. Destrezza cui penso si arrivi in giovane età, forse già durante l'infanzia. Accanto a questo, anche l'orecchio musicale, una cosa che si ha o non si ha. Sappiamo che non possono fare musica quelli che sono afoni, che mancano di senso musicale. Io credo che non possono fare poesia quelli che mancano di senso musicale nel loro approccio con la parola.

Ho letto i tuoi libri pubblicati da editori italiani abbastanza selettivi e importanti, nel leggerli notavo che non ci si accorge che siano stati scritti da una poetessa che non è italiana. Forse perché la tua poesia non viene tradotta da un traduttore?

La mia poesia, in romeno, italiano e francese, non è tradotta o autotradotta. La poesia che scrivo viene in modo naturale, come prima dicevo, nel vaso che in quel momento trova accogliente. Mi viene da ricordare un altro mio verso, scritto anni fa: "queste non sono le mie parole" .


La parola poetica ispirata ha una sua sacralità. Cosa ne pensi dell'accostamento del termine sacro alla parola poetica?

Credo fortemente che la parola ha una sua sacralità, e la parola poetica ancora di più. L'accostamento mi sembra felice, solo che la realtà che viviamo ci ha portati a non fare più caso a questo fenomeno. La parola, secondo me, viene strappata a un'altra realtà, che è quella del silenzio. Credo molto al silenzio. Il silenzio è una specie di buio universale, ma allo stesso tempo è l'unico mezzo per rischiarare, per illuminare, per rivelare e rilevare i sensi, in materia di poesia ma anche nella nostra vita. Forse non si capisce, ma sono una solitaria. Una solitaria che sogna di diventare solidale, solidale nel senso dell'azione, non della parola, di fare delle cose per gli altri, ci sono troppe persone che hanno bisogno di aiuto, ma ci siamo dimenticati di prestare attenzione agli altri, siamo concentrati su noi stessi, sull'Io, su una specie d'amore per se stessi che ci ha portati esattamente dove ci troviamo ora: l'altro è suscettibile, l'altro è un pericolo, guai avvicinarsi, l'altro, insomma, è la fonte del male.

Sappiamo almeno da Mircea Eliade che nella Storia la separazione tra sacro e profano non è più così evidente come nell'era precristiana, che la grande rivoluzione religiosa di allora è stata così grande da non poter essere stata assimilata nemmeno nel corso di duemila anni di Cristianesimo. Sempre secondo Eliade, il fatto che Dio abbia preso corpo nella Storia, santificandola con la propria presenza e assumendo un'esistenza umana condizionata storicamente, ha portato al camuffamento del sacro nel profano e per il cristiano moderno ha generato un bel problema: non può rifiutare la Storia, ma non può nemmeno accettarla interamente. E' obbligato di continuo a scegliere, a distinguere nella totalità degli eventi storici l'evento che per lui potrebbe avere un significato salvatore. Il sacro sopravvive, come dimensione universale e come elemento strutturale della coscienza umana, ma camuffato nelle creazioni umane, nelle istituzioni sociali, nella tecnologia e nelle idee morali secolarizzate che, dice sempre Eliade ne "La nostalgia delle origini", non possono essere comprese se non se ne conosce la matrice religiosa originaria, una matrice criticata in maniera tacita, modificata, respinta, per diventare quello che sono ora: valori culturali profani. La novità del mondo consiste solo nella rivalorizzazione a livello profano degli antichi valori sacri. Rimane però un dramma da risolvere: il dramma dell'individuo contemporaneo che più mostra interesse per la Storia, più diventa inquieto. La letteratura ha una funzione religiosa: qui si trova tutta l'angoscia di fronte al tempo storico, qui sta il desiderio di rompere l'omogeneità di questo tempo con la scrittura/ lettura/ spettacolo.

Puoi suggerirci uno o più poeti che dobbiamo assolutamente leggere?

Leopardi, Ungaretti e Carlo Betocchi. Rimbaud, Tristan Tzara e Paul Celan. Esenin, Pasternak e Mandelstam. Eminescu, Bacovia e Blaga.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo di parlarci della tua esperienza di scrittura poetica.

Ho sempre diffidato delle teorizzazioni di certi meccanismi connessi alla scrittura. Del resto, io non sono capace di inquadrare, analizzare quello che scrivo. Non so nemmeno se sia poesia. Perché non so definire la poesia. So però che nel momento in cui un mio testo è pronto c'è già al suo interno quello che volevo dire, e allora mi parrebbe superfluo dire di più, potranno farlo magari i critici, è il loro "mestiere". Ma se fossi io a farlo, sarebbe un segno di ripensamento rispetto a ciò che ho appena scritto – spiegare delle parole con altre parole non fa che confonderci, più si approfondisce qualcosa, più l'eco si amplifica, più nascono altri e nuovi sensi, territori nuovi che aspettano di essere esplorati, spiegati. In altre parole, più si prova di decifrare il mistero, più ci si addentra nello stesso mistero.

è luna piena

l'alta marea morde i fiordi

nella testa navi sbattono

contro ghiacciai insanguinati

l'armadio allunga le sue braccia

piene di vestiti rossi

un'ombra si siede accanto

e mi tocca i capelli che crescono

fino all'albero della finestra

la natura confusa

di dolore si china

e tocca i bordi del caos

si tira indietro e fa un altro sospiro

sulla mano destra siede il mistero

ad occhi aperti

(da In ginocchio fino all'arcobaleno, di prossima uscita per Passigli Editori)


 Notizia.

Eliza Macadan, giornalista e poetessa rumena. Vive a Bucarest. Scrive e pubblica in rumeno, italiano e francese. In Italia ha pubblicato numerose raccolte poetiche. Ne citiamo alcune: "IL CANE BORGHESE" (2013);"PIOGGIA LONTANO" (2017); "ZAMELEK SOLO ANDATA" (2018); "PIANTI PIANO" (2019).

Per Passigli è in uscita un libro di poesie: "In ginocchio fino all'arcolaleno".

 

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