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Giovanni Boldini, L'avvocato (1865)

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Giovanni Boldini (Ferrara, 31 dicembre 1842Parigi, 11 gennaio 1931) è stato un pittore italiano, considerato uno degli interpreti più sensibili e fantasiosi. Il genere pittorico che diede più fama e lustro al nome del Boldini fu senza dubbio quello del ritratto. 

Sul cavalletto di questo peintre italien de Paris si rincorrevano avventori al caffè, passanti di strada, ma soprattutto i nomi più in vista della bella società parigina e internazionale: gli aristocratici di tutto il mondo, infatti, facevano a gara per regalare a Boldini i loro volti. Il pittore, d'altronde, era pienamente inserito nel tessuto sociale parigino e seppe consolidare abilmente la propria notorietà, grazie ad un'instancabile laboriosità (era solito lavorare dal primo mattino sino a sera inoltrata) e ad una naturale predisposizione a intrecciare relazioni sociali proficue e durature, soprattutto con coloro che si presentavano come potenziali committenti. Giacomo Puccini, Guglielmo Pampana, Vittorio Emanuele II, Vincenzo Cabianca, William Seligman, Sir Albert Kaye Rollit, Leopoldo Pisani, Robert de Montesquiou sono solo alcuni degli illustri personaggi che passarono per l'atelier di Boldini, che proprio nei ritratti si impegnò in indagini estetiche profondamente innovative e moderne, nel segno di una libertà espressiva piena e feconda. Speciale menzione merita poi il Ritratto di Giuseppe Verdi, espressione della più felice e matura stagione del Boldini, da porre senz'altro ai vertici più alti dell'iconografia verdiana. Ai ritratti femminili, i quali rivestono un ruolo tutto particolare nell'universo artistico boldiniano, verrà dedicata un'analisi specifica nel paragrafo successivo.


​Boldini, d'altro canto, era ben consapevole dell'inconsistenza morale e delle contraddizioni che serpeggiavano nella vita mondana parigina e, per questo motivo, si divertì a giocare con il compito che il ritratto ufficiale doveva adempiere - di valorizzare la persona ritratta con un'esaltazione delle sue qualità intellettive e morali - conciliandovi un'acuta penetrazione psicologica. Era obbiettivo dell'artista cogliere e mettere in luce le peculiarità dell'animo umano e per questo motivo non esitò a lasciare emergere sulla tela la personalità dei soggetti ritratti attraverso sguardi fuggevoli ed eloquenti, o magari mediante l'aggiunta di particolari in grado di raccontare autonomamente una storia. Ecco, allora, che Boldini rinnega le pose statiche e rigide e, attraverso un sapiente fraseggio volumetrico e prospettico dei gesti e degli atteggiamenti dei soggetti, preferisce cristallizzare i loro corpi in movimento, restituendo così immagini dinamiche ed elettrizzanti.

I ritratti boldiniani emanano appunto una rimarchevole potenza espressiva che tenta di cogliere l'attimo fuggente «irripetibile, carico di intensità che succede a un'azione ormai trascorsa e annuncia il divenire della successiva» (Panconi, Gaddi), e a consegnarlo alla riflessiva immobilità dell'arte: è opinione del pittore, infatti, che la vita è qui ed ora e va goduta nel pieno della sua esuberanza. Nelle proprie opere, infatti, Boldini si fa travolgere dalla joie de vivre con un'irrefrenabilità tale da aver fatto esclamare al fotografo Cecil Beaton: «Boldini fu capace di trasmettere nello spettatore la gioia ispiratagli dalle assurdità che ritraeva: anche il più insopportabile dei suoi ritratti rivela un immenso divertimento!». Boldini consegue questa poetica con importanti accorgimenti stilistici: egli tende, per esempio, a «svuotare» i pieni per «infervorare» i vuoti conseguenti, operando un processo di sineddoche per il quale sulla tela vengono dipinti solo alcuni frammenti prescelti della realtà totale. Le pennellate notevolmente allungate che Boldini impiega in questi ritratti - sia maschili che femminili - servono invece a immobilizzare nel tempo i movimenti degli effigiati, i quali per la loro levità sembrano soltanto affacciarsi momentaneamente agli occhi dell'osservatore, quasi come se potessero scomparire il momento successivo. Come si è già avuto modo di osservare, infatti, i ritratti boldiniani sono animati da un galvanizzante dinamismo. Ne parla la critica d'arte Alessandra Borgogelli:

« L'espansione dei personaggi nello spazio e la conseguente depauperazione dei contorni non investono tanto i volti, quanto i corpi, che diventano, di colpo, splendidi campi di sperimentazione degli effetti di un nervosismo endogeno. Boldini infatti ci mette di fronte a gelidi tubi catodici percorsi da corrente elettriche, risultante di una pittura che vuole prolungare i suoi fremiti quasi all'infinito. Così i corpi si allungano, si torcono, o fremono, ritrovando spesso un nuovo manierismo »

 

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