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Jürgen Habermas: il diritto, guerra ai confini tra bestialità e morale

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Jürgen Habermas (Düsseldorf, 18 giugno 1929) è un sociologo, filosofo, politologo, epistemologo ed accademico tedesco, tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte (culla della teoria critica).

Nei suoi scritti occupano una posizione centrale le tematiche epistemologiche inerenti alla fondazione delle scienze sociali reinterpretate alla luce della "svolta linguistica" della filosofia contemporanea; l'analisi delle società industriali nel capitalismo maturo; il ruolo delle istituzioni in una nuova prospettiva dialogico-emancipativa in relazione alla crisi di legittimità che mina alla base le democrazie contemporanee e i meccanismi di formazione del consenso.

La sua elaborazione filosofica lo ha visto sempre impegnato nella critica del metodo del conoscere oggettivamente. Questo lo ha condotto sulla via della fondazione di una nuova ragione comunicativa, che egli ritiene possa liberare l'umanità dal principio di autorità. Infatti, considera solo il paradigma conoscitivo intersoggettivo quale elemento fondativo di una nuova ragione comunicativa che possa andare al di là di un astratto paradigma della soggettività, di cui peraltro sollecita l'abbandono.

La teoria habermasiana contiene una logica dei livelli di sviluppo dell'umanità. Si possono distinguere tre livelli di sviluppo. Si può affermare che tanto più il "sistema" si forma differenziando se stesso e aumentando la propria complessità tanto maggiore sarà la colonizzazione della Lebenswelt ("mondo vitale") da parte del "sistema", e tanto più gli uomini interiorizzeranno le imposizioni eteronome e sociali come imposizioni autonome individuali – nel senso indicato da Norbert Elias.

Società tradizionali, sono quelle nelle quali la Lebenswelt non si è ancora separata dal "Sistema". Questo significa che le società si riproducono secondo delle modalità nelle quali per esempio la divisione del lavoro non è particolarmente avanzata.
Nel secondo livello, che dal punto di vista storico va dalla riforma protestante fino all'industrializzazione, il "Sistema" si sviluppa al di fuori della Lebenswelt. Con "Sistema" Habermas intende contemporaneamente sia lo stato burocratico che il mercato. "Potere" e "Denaro" sono i media (in senso cibernetico da intendere come mezzi di controllo) di controllo del "Sistema" che costringono le persone a seguire una determinata logica di azione. Questa sovrapposizione del "Sistema" alla Lebenswelt viene indicata da Habermas come processo di "Colonializzazione" della stessa Lebenswelt.
Nel terzo livello secondo Habermas i conflitti tra "Sistema" e Lebenswelt emergono chiaramente: "Oggi gli imperativi economici e amministrativi trasmessi attraverso il potere e il denaro si introducono, in altri ambiti che in un certo qual modo vengono danneggiati se si rimpiazza l'agire orientato all'intesa (agire comunicativo) con queste interazioni orientate in modo strategico (agire strumentale) dai media potere e denaro. Habermas si riferisce in questo caso alle Società Industriali.

 Con la prima missione militare dell'esercito federale è finito il tempo di una discrezione che si era impressa nei tratti civili della mentalità tedesca del dopoguerra. È guerra. Certo, i raid aerei dell'Alleanza vogliono essere qualcosa di diverso da una guerra nel senso tradizionale della parola. Effettivamente la "precisione chirurgica" degli attacchi e l'impegno programmatico a risparmiare le popolazioni civili assicurano un alto tasso di legittimazione. Significano infatti il congedo da quella condotta di guerra totale che ha determinato la fisionomia del secolo che ora si chiude. Ma anche noi, partecipanti a mezzo servizio cui la televisione serve ogni sera il conflitto del Kossovo, sappiamo che, mentre cerca riparo dagli attacchi aerei, il popolo iugoslavo non sperimenta altro che guerra.
Per fortuna il dibattito pubblico tedesco non offre cupezza di toni. Nessun nostalgico richiamo al destino, nessuna grancassa intellettuale per il buon camerata. Ancora durante la guerra del Golfo si era fatta sentire la retorica della gravità dell'ora, l'appello al pathos statale, alla dignità, alla tragedia e alla maturità virile contro il movimento pacifista allora molto forte. Di entrambi questi atteggiamenti è rimasto molto poco. Qui e là qualche malignità sul pacifismo ora in sordina o lo slogan di chi invita "a scendere dalle altezze della morale". Ma nemmeno qui si stona, perché tanto favorevoli che contrari all'intervento si servono di una lingua limpidamente normativa.
I contestatori pacifisti ricordano la distinzione etica tra fare e non fare e richiamano l'attenzione sulle vittime civili che anche un uso tanto mirato della forza non può non provocare. Ma l'appello questa volta non si rivolge alla buona coscienza di realisti incalliti propugnatori della ragion di stato. Si indirizza invece contro il pacifismo legale di una coalizione rosso-verde. Schierandosi con le antiche democrazie che più di noi si sono formate sulle tradizioni del diritto razionale, Fischer e Scharping si richiamano all'idea di un superamento in nome dei diritti umani dello stato di natura che vige tra gli stati. È quindi all'ordine del giorno la trasformazione del diritto internazionale in un diritto di cittadinanza universale.
Il pacifismo legale non vuole semplicemente perseguire dal punto di vista del diritto internazionale lo stato di guerra che cova nei rapporti tra stati, ma vuole superarlo in un ordine cosmopolita compiutamente giuridico. Da Kant a Kelsen questa è anche una tradizione tedesca. Solo oggi però essa viene presa per la prima volta sul serio da un governo tedesco. L'appartenenza diretta ad una società di cittadini del mondo difenderebbe il cittadino di uno stato anche contro l'arbitrio del proprio governo. La conseguenza più importante di un diritto che travalichi la sovranità degli stati, come già si intravede dal caso Pinochet, sarebbe la responsabilità personale dei singoli funzionari per i crimini commessi in pace o in guerra.
Nella Repubblica federale a dominare il confronto pubblico sono da una parte i pacifisti assoluti, dall'altra i pacifisti del diritto. Perfino i "realisti" indossano ora il mantello della retorica normativa. A seconda che si sia pro o contro si mettono in evidenza serie di motivazioni opposte. Chi ragiona in termini di potenza, chi quindi paventa la limitazione normativa del potere statale, si ritrova a braccetto con i pacifisti, mentre è solo per fedeltà all'Alleanza che gli "atlantisti" reprimono la diffidenza per l'entusiasmo governativo da diritti umani - per tutta quella gente che fino a poco fa marciava contro il dispiegamento dei Pershing 2. Dregger e Bahr sono al fianco di Stroebele, Schaeuble e Ruehe accanto a Eppler (1). In breve sia la sinistra al governo che la predilezione per argomenti normativi spiegano non solo gli strani schieramenti in campo, ma anche il dato tranquillizzante per cui in Germania clima e dibattito pubblico non sono dissimili dagli altri paesi dell'Europa occidentale. Niente Sonderweg (2), niente coscienza particolare. A delinearsi sono invece delle linee di frattura tra europei continentali e anglosassoni, tra coloro che invitano per consultazioni il segretario generale delle Nazioni Unite e cercano un accordo con la Russia e coloro che confidano soprattutto nelle armi. Naturalmente gli Stati Uniti e i paesi membri della UE che ne condividono la responsabilità politica rappresentano un'unica posizione. Dopo il fallimento delle trattative di Rambouillet hanno avviato l'azione punitiva contro la Yugoslavia con l'esplicito obiettivo di affermare un ordinamento liberale di autonomia del Kossovo all'interno della Serbia. Nell'ambito del diritto internazionale classico questo significherebbe un'ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano, cioè una violazione del divieto di intervento. Secondo i presupposti della politica dei diritti umani questo intervento deve invece essere inteso come una missione pacificatrice, armata ma autorizzata dalla comunità internazionale (pur senza mandato dell'ONU). Secondo questa interpretazione occidentale la guerra nel Kossovo potrebbe rappresentare un salto sulla strada che porta dal classico diritto internazionale al diritto cosmopolita di una società universale.
Con la fondazione dell'ONU si iniziò a sviluppare questo concetto, che poi, dopo la stagnazione negli anni del conflitto est-ovest, ha subito un'accelerazione durante la guerra del Golfo e altri interventi. Dal 1945 gli interventi umanitari erano stati promossi solo nell'ambito delle Nazioni Unite e con la approvazione formale dei governi interessati (nei casi in cui fosse presente e in funzione un'autorità statale). Certo, durante la guerra del Golfo il Consiglio di sicurezza era di fatto intervenuto negli "affari interni" di uno stato sovrano con la istituzione della no-fly zone nei cieli iracheni e delle "zone di protezione" per i profughi curdi nel nord del'Iraq. Ma tutto ciò non fu esplicitamente motivato con la necessità di difendere una minoranza oppressa dal proprio governo. Nella risoluzione 688 dell'aprile 1991 le Nazioni Unite si richiamarono infatti al diritto di intervento sancito nei casi di "minaccia alla sicurezza internazionale". Oggi è diverso. L'alleanza del Nord Atlantico agisce senza mandato del Consiglio di sicurezza, ma giustifica l'intervento in quanto soccorso ad una minoranza etnica (e religiosa) oppressa.
Morte, terrore e deportazione avevano colpito già circa trecentomila kossovari nei mesi che precedettero l'inizio dei raid aerei. Nel frattempo le immagini sconvolgenti dei convogli di profughi sulle strade verso la Macedonia, il Montenegro e l'Albania portano le prove di una pulizia etnica pianificata a tavolino. Che poi i profughi possano anche venir trattenuti per fungere da ostaggi non è che migliori la situazione. Sebbene Milosevic sfrutti proprio la guerra aerea della Nato per forzare la sua misera pratica fino alla sua amara conclusione, le scene strazianti dai campi profughi non possono invertire il rapporto causale dei fatti. Obiettivo delle trattative in fondo non era altro che por fine al nazionalismo etnico assassino. Se si possano applicare i principi della convenzione sul genocidio del 1948 a quanto sta ora accadendo a terra sotto l'ombrello degli attacchi aerei è cosa controversa. Ma ci si può certo riferire alle azioni indicate come "crimini contro l'umanità" dai protocolli dei tribunali per crimini di guerra di Norimberga e Tokyo e da allora assunti dal diritto internazionale. Da qualche tempo il Consiglio di sicurezza considera anche queste azioni quali "minacce alla pace" che a certe condizioni giustificano misure forzate. Ma in questo caso, in assenza di un mandato del Consiglio di sicurezza, le potenze interventiste possono dedurre l'incarico a prestare soccorso solo dai principi vincolanti erga omnes del diritto internazionale.
Ad ogni modo, sia la richiesta dei kossovari di convivere su un piano paritario, sia l'indignazione per le brutali deportazioni hanno assicurato all'intervento armato un largo anche se differenziato consenso nel mondo occidentale. Il portavoce di politica estera della Cdu Karl Lamers ha espresso bene l'ambivalenza che accompagna questo consenso sin dall'inizio: "Dunque le nostre coscienze potrebbero essere tranquille. Questo ci dice la nostra ragione, ma il nostro cuore non si fida completamente. Siamo insicuri e inquieti..." Ci sono molte fonti di inquietudine. Nel corso delle ultime settimane si sono rafforzati i dubbi sulla saggezza di una condotta negoziale che non ha lasciato altra scelta che l'attacco armato. Ci sono infatti molti dubbi sull'efficacia degli attacchi militari. Mentre tra il popolo iugoslavo, giù giù fino alle file dell'opposizione, cresce il sostegno per la tenuta rigida e perentoria di Milosevic, attorno vanno accumulandosi i minacciosi effetti collaterali della guerra. Gli stati confinanti di Macedonia e Albania, cosi' come la Repubblica federata del Montenegro, sono risucchiati per diverse ragioni nel gorgo della destabilizzazione; nella potenza atomica russa la solidarietà di larghe fasce di popolazione per i "fratelli serbi" mette sotto pressione il governo. Crescono i dubbi sulla congruenza dei mezzi militari. Dietro ogni "effetto collaterale", ogni treno civile che crolla inavvertitamente con un ponte distrutto sul Danubio, dietro ogni trattore con profughi albanesi, ogni centro residenziale serbo, ogni obiettivo civile che cada vittima accidentale di un missile, non si intravede una contingenza qualsiasi della guerra, ma una sofferenza che il "nostro" intervento ha sulla coscienza.
Le congruenza è difficile da misurare. La Nato non avrebbe potuto annunciare con mezzora di anticipo la distruzione della televisione statale? Anche le distruzioni previste - la fabbrica di tabacco in fiamme, la centrale del gas distrutta, le case, le strade e i ponti bombardati, l'annientamento delle infrastrutture economiche in un paese già comunque danneggiato dall'embargo - aumentano l'inquietudine. Ogni bambino che muore durante la fuga stride sui nostri nervi. Nonostante l'evidenza del nesso causale adesso si confondono infatti i fili della responsabilità. Nella miseria della deportazione le conseguenze della spregiudicatezza di un terrorista di stato formano un unico, inestricabile groviglio con gli effetti collaterali degli attacchi militari, che invece di impedirne l'azione sanguinaria le forniscono un ulteriore pretesto. Infine i dubbi sull'obiettivo politico sempre più ampio. Certo, le cinque richieste a Milosevic rispondono a quegli stessi inoppugnabili principi sui quali è stato costruito l'accordo di Dayton per una Bosnia multietnica e liberale. Gli albanesi del Kossovo non avrebbero alcun diritto alla secessione se solamente venisse rispettata la loro richiesta di autonomia all'interno della Serbia. Il nazionalismo panalbanese che verrebbe rinfocolato da una divisione del paese non è in nulla migliore di quello serbo che l'intervento vuole arginare. Nel frattempo però le ferite della pulizia etnica rendono sempre più inderogabile la revisione dell'obbiettivo di una coesistenza paritaria tra i diversi popoli. Ma una spartizione del Kossovo significherebbe proprio quella secessione che nessuno può volere. Per di più l'istituzione di un protettorato richiederebbe un cambiamento di strategia, e cioè una guerra di terra e una presenza decennale di truppe di pace. Se queste imprevedibili conseguenze dovessero verificarsi, la questione della legittimità dell'intervento cambierebbe ancora una volta retrospettivamente. Nelle dichiarazioni del nostro governo si avverte qualche tono stridulo, un battere e ribattere su dubbi parallelismi storici - come se Fischer e Scharping volessero soffocare con una retorica martellante un'altra voce all'interno di loro stessi. È forse la paura che il fallimento politico dell'intervento militare possa far apparire l'intervento stesso sotto una luce completamente diversa, e quindi ricacciare indietro di decenni il progetto di una giuridificazione complessiva dei rapporti tra gli stati? E se dell'intervento poliziesco che la Nato ha orgogliosamente intrapreso a nome della comunità internazionale non restasse che una guerra qualsiasi, per di più sporca, una guerra che avvii i Balcani verso una catastrofe ancora peggiore? E non sarebbe proprio questa dell'acqua al mulino di un Carl Schmitt che ha sempre creduto di saperla più lunga: "Chi dice umanità, vuole ingannare"? Di chi portò il suo antiumanesimo alla famosa formula: "Umanità, bestialità". Il dubbio assillante che ci porta chiederci se a sbagliare non sia proprio il pacifismo del diritto, è la più profonda tra le fonti dell'inquietudine.
Le contraddizioni del realismo...
La guerra nel Kossovo tocca una questione fondamentale, discussa anche in politologia e in filosofia. Uno dei grandi meriti civilizzatori dello stato costituzionale democratico è stata la limitazione giuridica del potere politico sulla base della sovranità di soggetti riconosciuti dal diritto internazionale, mentre lo stato di cittadinanza universale mette in discussione proprio questa indipendenza dello stato nazionale. Non è che l'universalismo illuminista sbatta in questo caso contro l'egoismo di un potere politico, nel quale è inscritto indelebilmente l'impulso all'autoaffermazione collettiva di una particolare essenza comune? Questa è la spina realista nella carne della politica dei diritti umani. Anche la scuola di pensiero realista prende naturalmente atto del cambiamento strutturale intervenuto su quel sistema di stati indipendenti nato con la pace di Vestfalia del 1648 - l'interdipendenza di una società mondiale sempre più complessa; l'ordine di grandezza dei problemi che ormai solo la cooperazione tra stati è in grado di risolvere; l'autorità crescente e l'aumentare di istituzioni, regimi e procedure sovranazionali, non solamente sul piano della sicurezza collettiva; il corso economicista della politica estera, lo stemperarsi dei confini classici tra politica estera e interna. Nonostante questi sviluppi, un'immagine dell'uomo pessimista e un concetto stranamente opaco del politico fanno da sfondo ad una dottrina che vorrebbe restare più o meno integralmente fedele al principio del non-intervento. Nell'arena internazionale gli stati nazionali indipendenti devono potersi muovere seguendo il più liberamente possibile il proprio interesse, perché dal punto di vista di chi vi appartiene la sicurezza e la sopravvivenza di un collettivo sono valori non negoziabili e perché dal punto di vista di un osservatore esterno gli imperativi di autoaffermazione razionale regolano ancora al meglio i rapporti tra i singoli attori collettivi. In questa prospettiva la politica dei diritti umani interventista fa un errore categoriale. Sottovaluta infatti, e discrimina, la tendenza in un certo senso "naturale" all'autoaffermazione. Vuole imporre dei criteri normativi a un potenziale di violenza che si sottrae alla normazione. Carl Schmitt avrebbe portato alle estreme conseguenze questa argomentazione con la sua stilizzazione di una "determinazione di entità".

Tentando di "moralizzare" la ragione di stato in sé neutrale, pensava Schmitt, la politica dei diritti umani snatura la lotta naturale tra le nazioni in una lotta disperata contro il male. Contro questa impostazione si possono sollevare valide obiezioni. Nella costellazione post-nazionale non accade che stati nazionali pieni di forza e salute vengano frenati dalle regole della comunità internazionale. Succede piuttosto che l'erosione dell'autorità statale, le guerre civili e i conflitti etnici all'interno di stati in disfacimento o tenuti in piedi in modo autoritario, richiamino al dovere di intervenire - non solo in Somalia e in Ruanda, ma anche in Bosnia e ora in Kossovo. Anche le riserve di critica dell'ideologia hanno poca sostanza. Il caso in questione mostra quanto poco le motivazioni universaliste celino inconfessabili interessi particolari. Dall'attacco alla Yugoslavia un'ermeneutica del sospetto può cavare piuttosto poco. Certo, una prova di forza in politica estera può offrire una chance a politici, cui l'economia globale lascia poco spazio di manovra sul piano interno. Ma né quanto si imputa agli Usa (di volere garantire e allargare la propria sfera di influenza) né la motivazione ascritta alla Nato (la ricerca di un ruolo nuovo), né quanto si rimprovera alla "fortezza europea" (la difesa preventiva da ondate di profughi) può spiegare la decisione per un intervento cosi' grave, rischioso e costoso. Contro il "realismo" parla soprattutto il fatto che la scia di sangue che i soggetti del diritto internazionale hanno lasciato lungo la storia catastrofica del XX secolo, ha portato ad absurdum la presunzione di innocenza del diritto internazionale classico. La nascita dell'ONU e la dichiarazione dei diritti umani, la condanna della guerra d'aggressione e dei crimini contro l'umanità (con la conseguente parziale limitazione del principio di non-intervento): sono state tutte risposte giuste e necessarie alle esperienze moralmente significative del secolo, allo scatenamento totale della politica e all'Olocausto. Infine, l'accusa di voler moralizzare la politica rimane concettualmente incerta. Perché la stabilizzazione di uno stato di cittadinanza universale comporterebbe che le violazioni contro i diritti umani non verrebbero giudicate e condannate da un punto di vista morale, ma verrebbero perseguite come le azioni criminose commesse all'interno di un qualsiasi ordine costituito. Non è possibile una giuridificazione complessiva dei rapporti internazionali senza procedure consolidate di soluzione dei conflitti. Ma proprio la istituzionalizzazione di queste procedure preserverebbe il trattamento legale delle violazioni dei diritti umani da un'indistinzione giuridica e impedirebbe il brutale e immediato affermarsi di discriminazioni morali di "nemici". Un tale scenario si potrebbe affermare anche a prescindere dal monopolio della violenza di uno stato e di un governo mondiali. Ma come minimo è necessario un Consiglio di sicurezza funzionante, la giurisprudenza vincolante di una corte di giustizia internazionale e l'integrazione della Assemblea generale dei rappresentanti dei governi con un "secondo livello" di rappresentanza dei cittadini. Dal momento che non sembra ancora in vista questa riforma delle Nazioni Unite, il richiamo alla differenza tra giuridificazione e moralizzazione rimane una obiezione giusta ma a doppio taglio. Perché fino a quando i diritti umani saranno poco istituzionalizzati a livello globale, il confine tra diritto e morale potrà confondersi come appunto nel caso in questione. A Consiglio di sicurezza bloccato la Nato può infatti richiamarsi solamente alla validità morale del diritto internazionale - a norme quindi per le quali non sussistono istanze effettive di applicazione e affermazione nell'ambito della comunità internazionale. La 'sottoistituzionalizzazione' del diritto di cittadinanza universale si esprime ad esempio nella forbice tra legittimità e efficacia degli interventi per assicurare e promuovere la pace. L'ONU aveva ad esempio dichiarato Srebrenica una enclave protetta, ma le truppe stazionate lì legittimamente non poterono impedire il terribile massacro che seguì l'entrata in città delle truppe serbe. D'altra parte la Nato può contrastare con successo il governo iugoslavo proprio perché si è attivata senza la legittimazione che il Consiglio di sicurezza le avrebbe negato.
...e il dilemma della politica dei diritti umani
La politica dei diritti umani punta a chiudere la forbice tra queste due situazioni esemplari. Di fronte alla 'sottoistituzionalizzazione' del diritto universale è quindi per certi versi costretta ad anticipare la futura condizione cosmopolita che cerca al tempo stesso di promuovere. A queste condizioni paradossali come è possibile praticare una politica che, se necessario anche con la forza delle armi, imponga il rispetto dei diritti umani? La questione si pone anche se non si può intervenire dappertutto - non a favore dei curdi, non dei ceceni o dei tibetani, ma almeno sulla porta di casa nei Balcani lacerati dalla guerra. Tra europei e americani si nota in proposito una differenza interessante nel modo di intendere la politica dei diritti umani. Gli Stati Uniti promuovono l'affermazione globale dei diritti umani come la missione nazionale di una potenza mondiale che persegue questo obiettivo secondo i presupposti della politica di potenza. Per politica dei diritti umani la maggior parte dei governi della UE intendono invece un progetto di complessiva giuridificazione dei rapporti internazionali, un progetto che già oggi cambia i parametri della politica di potenza. Gli Stati Uniti si sono assunti i compiti d'ordine di una superpotenza in un mondo solo debolmente regolamentato dall'ONU. In questo senso i diritti umani fungono da punto di riferimento etico per la valutazione di obiettivi politici
. Anche in America ci sono ovviamente sempre state controcorrenti isolazioniste e come ogni altra nazione anche gli Usa perseguono in primo luogo i loro interessi, che non sempre sono in sintonia con gli obiettivi normativi dichiarati. Questo lo dimostrò la guerra del Vietnam, e lo dimostra ancora il rapporto che hanno con i problemi del proprio "cortile di casa". Ma la "nuova miscela di generosità umanitaria e logica imperiale di potenza" (Ulrich Beck) negli Stati Uniti ha una sua tradizione. Tra i motivi per cui Wilson entrò nella prima e Roosevelt nella seconda guerra mondiale, ci fu appunto anche l'orientamento a ideali molto ben radicati nella tradizione pragmatica americana. A questi proprio noi, la nazione sconfitta nel 1945, dobbiamo il fatto che la sconfitta fu contemporaneamente liberazione. Da questo punto di vista molto americano, e quindi molto nazionale, di una politica di potenza orientata in senso normativo, deve quindi apparire plausibile continuare oggi con forza e senza compromessi la guerra contro la Yugoslavia, nonostante ogni complicazione e se necessario anche con l'utilizzo di truppe di terra. È una condotta che ha se non altro il vantaggio della coerenza. Ma cosa diremmo se un giorno l'alleanza militare di un'altra regione - diciamo l'Asia - praticasse una politica armata dei diritti umani basata su un'altra interpretazione, la loro appunto, del diritto internazionale o della Carta dell'ONU? Diverso sarebbe il caso se i diritti umani non venissero tirati in ballo solo quale punto di riferimento etico del proprio agire politico, ma quali diritti da affermare nel senso giuridico del termine. I diritti umani infatti, nonostante il loro contenuto puramente etico, mostrano i segni strutturali di diritti soggettivi atti a ricevere soddisfazione positiva in un sistema legale vincolante. Solo se i diritti umani troveranno la loro "sede" in un ordine giuridico democratico su scala mondiale, come i nostri diritti fondamentali la trovano nelle nostre costituzioni nazionali, potremmo ritenere che anche a livello globale i destinatari di questi diritti ne sono al tempo stesso gli autori. Le istituzioni delle Nazioni Unite stanno cercando di chiudere il cerchio tra applicazione vincolante del diritto e legiferazione democratica. Dove non è questo il caso, le norme, per etiche che possano essere nel loro contenuto, restano delle limitazioni imposte con la forza. Certo, nel Kossovo i protagonisti dell'intervento cercano di affermare le ragioni di chi ha visto i propri diritti conculcati dal proprio stesso governo. Ma, come ha scritto Slavoj Zizek, i serbi che ballano per le strade di Belgrado non sono "americani mascherati che aspettano di essere liberati dalla maledizione del nazionalismo". A loro viene imposto con la forza delle armi un ordine politico che garantisce pari diritti per tutti i cittadini. Questo vale anche dal punto di vista normativo, perlomeno sin tanto che l'ONU non abbia deciso un'azione militare contro lo stato membro di nome Yugoslavia. Anche diciannove stati sicuramente democratici, quando si decidano all'intervento, restano una parte. Esercitano quindi una competenza interpretativa e deliberativa che, se già oggi le cose andassero come dovrebbero, sarebbe di esclusiva pertinenza di istituzioni indipendenti. In questo senso agiscono paternalisticamente. Con buoni motivazioni etiche, certo. Chi però agisca convinto dell'inevitabilità di una forma temporanea di paternalismo, sa anche che il suo potere non possiede ancora la qualità di un intervento legale nel quadro di una cittadinanza democratica universale. Le norme morali che fanno appello alle nostre migliori convinzioni non possono essere imposte come norme di diritto consolidato. Dalla politica di potenza alla cittadinanza universale Dal dilemma di dover agire come se fosse già presente lo stato di cittadinanza universale che così si vuole promuovere, non segue però la massima secondo cui le vittime vanno lasciate ai loro aguzzini. L'abuso terroristico del potere dello stato trasforma la guerra civile classica in un crimine di massa. In assenza di soluzioni alternative i vicini democratici devono poter prestare il soccorso legittimato dal diritto internazionale. Ma proprio in un caso come questo l'incompiutezza della condizione di cittadinanza universale richiede grande sensibilità. Le istituzioni e le procedure già oggi presenti sono le uniche istanze di controllo per i giudizi fallibili di una parte che voglia agire a nome del tutto. Una fonte di equivoci è ad esempio lo sfasamento storico di mentalità politiche destinate a scontrarsi l'una con l'altra. Tra la guerra della Nato nei cieli e la guerra dei serbi sul terreno non ci sarà la distanza temporale di quattrocento anni di cui parla Enzensberger (nel caso del nazionalismo panserbo mi viene in mente piuttosto Ernst-Moritz Arndt che Grimmelshausen) (3), ma i politologi hanno dimostrato che si sono sedimentate nuove differenze tra "primo" e "secondo" mondo. Solo le società pacifiche e benestanti dell'OCSE si possono permettere di porre in una certa sintonia i loro interessi nazionali con le pretese quasi da cittadinanza universale delle Nazioni Unite. Al contrario, il "secondo" mondo (in questa nuova lettura) è oggi l'erede politico del nazionalismo europeo. Stati come la Libia, l'Iraq o la Serbia compensano l'instabilità interna con l'autoritarismo e la politica di identità, si muovono espansionisticamente verso l'esterno, sono sensibili su questioni di confine e reclamano nevroticamente la propria sovranità. Osservazioni di questo tipo innalzano la soglia di tolleranza nei rapporti tra gli uni e gli altri. Oggi ad esempio giustificano la richiesta di sforzi diplomatici ulteriori. Una cosa è se gli Usa sulla scia di una tradizione politica comunque degna di nota, rivestono il ruolo del garante egemonico dell'ordine strumentalizzando i diritti umani. Altra cosa è se noi guardiamo oltre il fossato dell'attuale conflitto armato e consideriamo il passaggio precario dalla politica di potenza classica a uno stato di cittadinanza universale come un processo di apprendimento che tutti dobbiamo portare a compimento. La prospettiva più lungimirante invita anche ad una maggior cautela. L'autoinvestitura della Nato non può diventare la regola.
Note
(1) Alfred Dregger, deputato conservatore presidente onorario del gruppo Cdu-Csu, Egon Bahr e' stato ministro degli esteri dell'Ost Politik di Brandt e Schmidt, Christian Stroebele, deputato verde, Wolfgang Schaueble e' il successore di Kohl alla guida della Cdu/Csu, Volker Ruehe e' stato ministro della difesa dei governi Kohl, Erhard Eppler, politico socialdemocratico militante pacifista negli anni ottanta e ora schierato a favore dell'intervento Nato (2) L'espressione tedesca significa "via speciale" ed indica nella tradizione culturale del paese l'aspirazione a un destino tedesco distinto da quello dell'Europa occidentale. (3) L'Autore contrappone qui una figura del Seicento tedesco a un nazionalista romantico dei primi dell'Ottocento.
(Traduzione di Raffaele Oriani)
[J. Habermas, Umanita' e bestialita' - Una guerra ai confini tra diritto e morale, Caffè Europa, n. 33 - 14/5/99]

 

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