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I box recintati che ospitano animali non sono costruzioni, non serve alcun titolo abilitativo

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Con la sentenza n. 4 dello scorso 2 gennaio, il Tar Campania, III sezione distaccata di Salerno, ha annullato un'ordinanza con cui era stato ingiunto ad una Associazione di Volontariato per la protezione degli animali di ripristinare lo stato dei luoghi su un fondo rustico, dopo che erano state realizzate trentadue recinzioni metalliche per ricovero di cani randagi.

Il Collegio ha, infatti, precisato che la recinzione metallica (nella specie: di alcuni box per il ricovero dei cani) non è qualificabile come costruzione, in quanto non sviluppa volumetrie e non determina un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in muratura.

Nel caso sottoposto all'attenzione del Tar una Associazione di Volontariato per la protezione degli animali, operante senza scopi di lucro, al fine di perseguire i propri obiettivi associativi, realizzava su un fondo rustico con superficie di circa 600 mq una serie di opere finalizzate al soccorso ed all'assistenza di cani randagi, abbandonati o maltrattati.

A seguito di un rapporto dalla Polizia municipale, nel quale si accertava che le strutture per il ricovero dei cani randagi consistevano in 32 box in legno, l'amministrazione comunale adottava un provvedimento di sospensione lavori e l'ingiunzione di ripristino dello stato dei luoghi, ravvisandovi violazioni edilizie, essendo le strutture state realizzate in mancanza del necessario titolo autorizzativo. 

Ricorrendo al Tar, l'associazione chiedeva l'annullamento del provvedimento comunale e, allegando foto ed una relazione tecnica di parte, evidenziava come le opere realizzate non costituissero un'entità edilizia, necessitante di titolo abilitativo, trattandosi di semplici recinzioni metalliche di colore neutro e non chiuse, non qualificabili come 'box o costruzioni' in legno, atteso che non sviluppavano alcuna volumetria e non determinavano un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in senso proprio.

Inoltre, in quanto opere precarie, prive di impatto paesaggistico e facilmente rimovibili, non potevano essere oggetto della disposta misura sanzionatoria.

Il Tar condivide le difese mosse dal ricorrente.

Il Collegio Amministrativo premette che, per valutare se le opere contestate dovevano essere precedute dal necessario titolo abilitativo, occorre esaminare la consistenza e caratteristiche delle opere contestate.

Difatti, la giurisprudenza ha avuto modo di ribadire che una recinzione può essere considerata costruzione, e come tale subordinata al previo rilascio di titolo abilitativo, solo nei casi in cui sia stabilmente infissa al suolo. Inoltre, si è specificato che la recinzione metallica (nella specie: di alcuni box per il ricovero dei cani) non è qualificabile come costruzione, in quanto non sviluppa volumetrie e non determina un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in muratura.

Con specifico riferimento al caso di specie, il verbale di accertamento della Polizia, senza fornire una descrizione dettagliata delle opere e senza allegare documentazione fotografica, aveva adoperato un termine (box in legno) che in sé caratterizza strutture chiuse e volumetricamente rilevanti. Differentemente, dalla perizia di parte e dall' allegata documentazione fotografica, emergeva che quanto eseguito consisteva in recinzioni metalliche, senza l'utilizzo di malta o calcestruzzo cementizio, facilmente rimovibili e, quindi, precarie; le stesse, quindi, non potevano definirsi quali'box/costruzioni' in legno, atteso che non sviluppavano alcuna volumetria e non determinavano un ingombro paragonabile a quello delle costruzioni in senso proprio, anche in considerazione della loro funzione.

Il Collegio Amministrativo rileva, quindi, che proprio la genericità della descrizione contenuta nei provvedimenti gravati appare inidonea a contrastare le risultanze della relazione tecnica di parte, la quale inequivocabilmente descriveva le peculiari caratteristiche costruttive dei recinti contestati, tali da configurarli come entità precarie, amovibili, prive di impatto paesaggistico, e volumetrico.

Ne deriva che l'amministrazione comunale non ha adeguatamente considerato la natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione, sicché il provvedimento di sospensione lavori e l'ingiunzione di ripristino dello stato dei luoghi risulta viziato per difetto di istruttoria e di motivazione e, per l'effetto, va annullato: il provvedimento, infatti, basandosi su una erronea valutazione dell'entità e della tipologia dell'abuso contestato, non motiva sufficientemente sulla ritenuta necessità del titolo abilitativo, richiesto per costruzioni stabili e con ingombro volumetrico, né giustifica l'adeguatezza e proporzionalità della sanzione inflitta rispetto alla precarietà ed all'assenza di volumetria edilizia urbanisticamente rilevante in relazione alle caratteristiche costruttive.

Alla luce di tanto, il Tar accoglie il ricorso e, per l'effetto, annulla il provvedimento impugnato condannando l'amministrazione comunale alla rifusione delle spese di lite in favore della ricorrente.

 

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