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“Il dado è tratto”

rizzo

"Alea iacta est", (il dado è tratto).

Tutti ricorderanno la famosa frase che Giulio Cesare, che il 10 gennaio del 49 a.C., pronunciò davanti al fiume Rubicone, che, a quell'epoca, rappresentava il confine che non poteva essere superato da eserciti stranieri. E non solo stranieri.

Infatti Cesare, rientrava dalle felicissime imprese delle Gallie alla testa del glorioso esercito romano, e aveva chiesto al Senato Romano di potersi candidare alla carica i Console.

Ma il Senato romano, temendo la forza e la potenza di Cesare, gli negò il permesso di valicare il Rubicone con l'esercito.

Gli era consentita, invece, la possibilità di recarsi a Roma, da privato cittadino.

Sembra che Cesare, consigliato da apparizioni divine abbia esclamato: "«Andiamo, dunque, per la strada indicata dai prodigi degli dei! Il dado è tratto».

La storia ci dice ciò che successe dopo: dagli onori e dalla gloria alla caduta il passo fu breve.

L'espressione presa a prestito dalla storia ci viene incontro per ricordarci uomini e fatti di cui gli esiti non sono mai fine a se stessi. Ma almeno, cosi pensiamo, dovrebbero rappresentare qualche ammonimento ad ogni persona che vuole forzare la mano agli avvenimenti, ai contesti storici, agli appuntamenti importanti.

La scorsa domenica siamo stati chiamati ad esprimerci su quale tipo di Europa vogliamo lascare ai nostri successori. 

Ma sapevamo già che, almeno per noi Italiani l'appuntamento aveva una duplice valenza.

L'Europa, certo, ma anche la governabilità del nostro Paese con due forze egemone alle quali, per il momento, sono affidate le nostre speranze.

Dopo la giusta soddisfazione del "stra-vincitore" Matteo Salvini, attuale vice presidente del consiglio, ministro dell'interno e segretario della Lega e la decimazione dei consensi, dell'altro partner del governo, Luigi Di Maio, il quadro delle alleanze governative si è fatto più chiaro.

In Europa sì, ma con la prospettiva di un radicale cambiamento dal momento che il popolo italiano, meglio la "gente italica", ha deciso di affidare le sorti del Paese agli attuali governanti.

Cambiamento che dovrebbe far coesistere prima gli interessi nazionali, poi quelli europei con ermetiche chiusure a tutto ciò che sta, e che avviene, al di fuori dei confini dei 28 paesi che, tra l'altro con l'uscita dell'Inghilterra, entro fine d'anno, diventeranno 27.

Ma non si è votato solo in Italia.

E al di là di quello che succederà nelle prossime settimana nella composizione del Parlamento, delle Commissioni e del Consiglio europei, una cosa sembra certa. Con qualche "se" e qualche "ma" non avremo una maggioranza di tipo "sovranista", tanto cara a Matteo Salvini e ai suoi sodali europei del "prima noi" e dei "muri" divisori tra le popolazioni.

Arrivano i primi distingui.

Apprendiamo dalla "Stampa" di Torino che "… Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, gela le aspettative di Matteo Salvini, dicendo che non vi sono molte chance che il suo partito, Fidesz, collabori con le destre del vicepremier italiano Matteo Salvini. A riferirlo è il portavoce di Orban, Gergely Gulyas, che chiude, almeno per ora, alla possibilità che Fidesz entri a far parte del gruppo dei sovranisti nel Parlamento europeo. […]. Si chiarisce, dunque, meglio il risiko delle alleanze al Parlamento Ue: Orban, pur sospeso dal Partito popolare europeo (Ppe), non ha intenzione di lasciarlo, per rinforzare le fila dei nazionalisti euroscettici come Salvini e Le Pen. […] Anche Nigel Farage, leader del britannico Brexit Party, ha chiuso per ora le porte ad una collaborazione con i sovranisti". 

Le cose non vanno meglio nemmeno in Italia per Salvini e Co.

Al di là delle contraddizioni di determinati atteggiamenti e prese di posizione, il più delle volte gridate con foga da "curva sud" sono arrivate le gelate economiche per le prospettive dei nostri conti pubblici: dalla lettera arrivata dalla Commissione europea, che chiede conto dell'aumento del debito, oramai fuori controllo; ai dati sciorinati dall'Istat e dal Presidente di Banca Italia Vincenzo Visco, che attestano ciò che tutti sapevano e che puntualmente tutti avevano rimosso, come un fastidio.

Cosa dicono questi dati. Questi numeri.

L'istituto di statistica rivede le stime preliminari di aprile e sentenzia la nostra stagnazione economica, preventivando numeri catastrofici per la fine dell'anno.

Mentre Ignazio Visco usa parole chiare e forti affermando che se l'Italia non va bene, la colpa non deve essere cercata nell'Unione Europea né nell'Euro, "Senza Europa l'Italia sarebbe più povera". Ma nel fatto che tutte le altre nazioni hanno fatto meglio di noi.

Visco ha reso anche attenti i nostri governanti "nell'uso delle parole", perché ogni esagerazione corrisponde un innalzamento dello "Spread" e un aumento del nostro debito pubblico.

E' sperabile che tutti ci si renda conto che i numeri parlano il linguaggio della realtà.

Ricordate la polemica dello scorso anno tra Matteo Salvini e Tito Boeri, presidente dell'Inps?

Matteo Salvini aveva aspramente criticato una comunicazione di Boeri fatta in una Commissione parlamentare e risponde con un Twitter: " Servono più immigrati per pagare pensioni... cancellare la Legge Fornero costa troppo... servono più immigrati per fare lavori che gli italiani non vogliono più fare. […] Presidente Inps continua a fare politica, ignorando la voglia di lavorare di tantissimi italiani. Vive su Marte?".

Così rispose il Presidente dell'Inps: "I dati sono la risposta migliore e non c'è modo di intimidirli. La mia risposta è nei dati e i dati parlano. Oggi presentiamo quella che è la verità che bisogna dire in Italia".

Ecco i numeri che si presentano con puntualità e che richiamano al senso di responsabilità.

Giulio Cesare varcò il Rubicone, speriamo che il governo di questo nostro Paese, ci ripensi prima di varcare le Alpi. 

 

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