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Il giudice da 35 anni con la polio, l'aiuta solo la madre 90enne. L'editto del presidente: "Rimanga fuori"

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La sua storia è stata raccontata oggi dal Corriere del Mezzogiorno. La protagonista è lei, Anna Maria Reale, 68 anni, giudice di pace a Napoli da diciassette, e prima ancora vicepretore onorario. Una vita dedicata, da non togata, alla giustizia civile, a quella giustizia che - lo diciamo anche per sfatare un luogo comune ingiustificato come tutti quelli fondati su generalizzazioni - se è amministrata, è anche grazie a questi giudici, molti dei quali si impegnano allo spasimo senza in alcuni casi godere neppure della riconoscenza dei colleghi. 

Ma Anna Maria non è l'unica protagonista di questa storia. Sembra strano affermarlo se si considerano i suoi 35 anni di amministrazione della giustizia, migliaia e migliaia di sentenze depositate e di udienze celebrate, eppure Anna Maria ha convissuto per la totalità di questi 35 anni con una bruttissima malattia, con la poliomelite. L'ha affrontata con il coraggio delle grandi donne. Ha studiato, si è laureata e poi abilitata, ha quindi deciso di gettare il cuore oltre l'ostacolo e di buttarsi nella carriera di giudice onorario, poi di pace. 

E qui entra in gioco la seconda protagonista di questa storia, la mamma di Anna Maria. Una altra grande donna. Prende in mano la vita di sua figlia, la sostiene, la supporta, l'aiuta fisicamente. Dove la figlia non arriva, lì fa la sua comparsa  la mamma. Se il giudice non può guidare, salire le scale, portare i fascicoli, è la mamma che lo fa al suo posto. Così per anni e anni. Una vita. Anna Maria arriva a 35 anni di carriera, la mamma cresce anch'ella di età, ora è alle soglie dei 90 anni. Ma non demorde, continua ad aiutare la figlia in tutti i modi. È con lei in auto, ogni giorno, lungo il tragitto dall'abitazione al luogo di lavoro, la caserma Garibaldi. La figlia alla guida, la mamma accanto. Le due donne scendono, la mamma aiuta Anna Maria a salire la scala e a portare i pesi.  Entrano insieme nell'aula di udienza, ed anche qui l'anziana signora, con delicatezza, riserbo, eleganza, si mette di lato e all'occorrenza aiuta il giudice a portare il carrellino dei fascicoli, dall'esterno all'interno, e poi, al termine dell'udienza ancora alla cancelleria. Operazioni di routine certo, che competerebbero a qualche assistente giudiziario. Ma si sa, nelle aule di giustizia gli assistenti non ci sono neppure, certe volte, per redigere i verbali, figuriamoci per fare i lavori di fatica.  Si fosse trattato di un giudice togato, avrebbe già avuto probabilmente un autista e qualche collaboratore. Oppure sarebbe già partita una denuncia per interruzione, magari, di servizio pubblico. Ma Anna Maria non è un giudice togato, è solo un giudice di pace, ergo nessuno se ne preoccupa, a lei non spetta nulla. Siccome il lavoro le piace, lei non se ne cura più di tanto, tanto l'aiuta la mamma, facendo anche risparmiare tanti soldini allo Stato. È lei a dirlo al giornale come la mamma la supporta, in tantissime cose: «Tutte operazioni che per me sono complicatissime — spiega — anche sollevare un fascicolo e spostarlo in un armadio mi costa fatica a causa della mia invalidità regolarmente certificata dalla legge 104». Così, quella anziana che aiutava il giudice «a volte anche semplicemente per accompagnarmi in bagno, mai però per operazioni che spettano ai cancellieri» è ormai di casa al palazzo dei giudici di pace, e i risultati si vedono, sono sotto gli occhi di tutti. Lei dice: «Ho lavorato benissimo grazie a lei e sono riuscita a depositare circa 100 sentenze al mese».

 Ma l'Italia è il paese del non senso, e quello della Giustizia ancora di più. Ed infatti ecco spuntare il terzo dei protagonisti di questa storia, neanche a dirlo, un anonimo. Un "qualcuno" che presenta un esposto in Corte d'appello e denuncia la situazione. Non denuncia lo Stato, che, voltandosi dall'altra parte per anni ed anni, ha utilizzato un giudice in quelle condizioni, senza neppure garantirgli un sostegno. Certamente no. Figurarsi. Ad essere denunciata, indirettamente, è proprio l'anziana signora, che senza alcun titolo entra nelle aule di giustizia, partecipa ai processi, assume un ruolo che non potrebbe.  «Mi preme segnalare che un giudice della VII sezione, tale D.ssa AnnaMaria Reale, conduce regolarmente le udienze congiuntamente alle di Lei madre...Quest'ultima, per prassi consolidata, si è di fatto sostituita all'attività del cancelliere». Parole torbide, da attacco indiscriminato, incomprensibile. Ma tant'è. Così, quella storia che tutti conoscevano per ben 35 anni, senza essersene occupati nel verso giusto, diventa improvvisamente pubblica. Quanti probabilmente avevano fatto finta di non sentire, di non vedere, e tantomeno parlare, cambiano atteggiamento. La notizia dell' esposto fa il giro del palagiustizia, il giudice finisce sul banco degli imputati, la presidenza del tribunale la convoca, chiede spiegazioni. La conclusione è degna di un romanzo di Kafka. L'esposto viene archiviato, ma, dopo la carota, il bastone. Il giudice è espressamente invitato «a non consentire l'accesso di estranei presso il suo ufficio durante le udienze». Come dovrà proseguire il proprio lavoro? Questo è affar suo, si arrangi. Le solite cose all'italiana.

«Ora è diventato tutto più difficile — spiega il giudice — la mia attività si è rallentata tantissimo. L'altro giorno ho dovuto portare un documento in cancelleria tenendolo tra le labbra mentre camminavo con le due stampelle. Nemmeno la mia condizione di invalida è bastata a evitare questa umiliazione. Nessuno mi ha ascoltata. Dopo l'estate terminerò l'attività e andrò in pensione. Mia madre è rimasta a casa e io ho dovuto assumere una badante che però è sempre obbligata a restare fuori dall'ufficio. A questo punto sto preparando una lettera-aperta al Presidente Mattarella».

Una storia incredibile, pirandelliana, inaccettabile.  In tanti nella magistratura continuano a girarsi dall'altra parte, gli organi di vigilanza non esistono o non sono presenti. Solo gli avvocati danno solidarietà aperta al giudice, cominciano a raccogliere firme, a parlare del caso, a stare dalla parte  della collega. Sì, proprio una collega perché evidentemente non fa parte  dell'altro gruppo, che, in questa circostanza, non ha fatto assolutamente nulla, anzi il suo contrario. Anna Maria non fa parte della casta.

Siamo con Lei, Anna Maria. Siamo con la sua dolce mamma. Ed insieme a tutti i colleghi del suo Foro, e d'Italia, denunciamo questa incredibile situazione, e chiediamo che nell'interesse del popolo italiano e della Giustizia, qualcuno possa rimediare. Magari Lei, signor ministro Bonafede. Per cortesia, mandi i suoi ispettori. Qui vorremmo che qualcuno fosse sanzionato. Duramente.

 

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