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"C'è un partito, quello dei giornalisti manettari". Dopo Gabanelli, anche Milella nel mirino dei penalisti UCPI

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Gian Domenico Caiazza, il presidente dell'Unione italiana Camere Penali, non si ferma. Dopo la Gabanelli, tocca ora ad un'altra giornalista, Liana Milella de La Repubblica - peraltro, chiamata dal presidente dei penalisti, insistentemente, "signora" nonostante la pluripremiata giornalista sia in possesso di laurea - finire nella graticola dell'U.C.P.I. per alcune dichiarazioni quanto meno discutibili. Pubblichiamo l'intervento del presidente Caiazza come apparso sulla propria bacheca Facebook, lasciando ai nostri lettori ogni considerazione al riguardo

Secondo la signora Milella, storica giornalista giudiziaria di "Repubblica", quello degli avvocati sarebbe un partito; per di più <>; aduso a <> contro la riforma Bonafede, che -ci assicura- è <> perché <>.

Fantastico. Come è noto, questo è il problema che urge per la Giustizia penale nel nostro Paese, bloccare l'orologio del tempo processuale; cammina troppo spedito, Lo sanno anche i sassi. Prendiamocela più comoda. 33 anni per una sentenza definitiva per stupro -per fare un esempio- sono troppo pochi. D'altronde, la signora Milella ha idee asciutte e dritte come una schioppettata: per lei giustizia umana e giustizia divina sono indistinguibili. Forse che il castigo di Dio potrebbe mai prescriversi? La Giustizia sia implacabile, il castigo arrivi quando può, ma arrivi. Perché c'è qualcos'altro, nel ragionamento (se posso permettermi) della signora Milella, che le risulta indistinguibile: l'imputato dal colpevole. Sono la stessa cosa, lei è una tosta, mica si fa infinocchiare da quelle storielle sulla presunzione di innocenza e cazzate varie del partito degli avvocati e dei garantisti. Un imputato di mafia è un mafioso, un imputato di corruzione è un corrotto (un imputato di diffamazione è un giornalista perseguitato, ma è l'unica eccezione prevista): quindi, fermiamo l'orologio, che non sfuggano al meritato castigo. Se ne stiano lì, tutto il tempo che serve a castigarli. E se poi venisse assolto? L'ha fatta franca, lei lo sa già, gliel'ha detto il suo più idolatrato amico, che la sa ancora più lunga di lei.

E poi, ragazzi, la signora Milella è una che studia, che si informa, che conosce i problemi dei quali si occupa. Secondo lei, per esempio, gli avvocati <>, e questo significa saper stare sul pezzo, tipo il giornalismo di inchiesta, capito? Quella roba lì dei film americani, dura, seria, faticosa, mica bubbole.

 Non distraetela con i dati ministeriali sul 75% delle prescrizioni maturate prima della famosa sentenza di primo grado, lei è una che va alla sostanza delle cose. Gli avvocati vogliono <>. (Resti tra di noi, signora Milella: per dire quello che immaginava di voler dire e che noi comunque abbiamo capito Lei volesse dire, doveva dire il contrario di quello che ha detto: "breve, brevissima, istantanea", semmai. Va beh dai, non importa, tanto di questi problemi si parla a spanne, per allusioni, starei per dire per rumori di fondo. Al massimo, qualche disegnino illustrativo).
L'importante è capirsi: gli avvocati <>. I quali ultimi – e qui ci spiazza- <>.
Ahi, signora Milella, non mi scivoli proprio sul finale. Tenga duro il concetto, eviti queste sbavature, queste improvvise, svenevoli concessioni al garantismo. Non è da Lei. Non è degno del Suo standing di giornalista che la sa lunga sulla giustizia.
Il diritto di difesa è robaccia da partito degli avvocati, angiporti del vivere civile, aria torbida di consorterie.
Se ne stia al suo posto, nel partito dei manettari: la lasciamo lì volentieri.

Gian Domenico Caiazza - Avvocato, presidente U.C.P.I.

 

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