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In aula

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 Sono due ore ormai che perdo tempo in questo schifo di aula. Qua dentro tutto è asettico e impersonale, distante anni luce dall'immagine delle aule di giustizia che ti propinano al cinema e in televisione, eleganti e piene zeppe di legni pregiati. Il caldo è bestiale e i condizionatori non funzionano o, comunque, se stanno funzionando, si tratta solo di una presa per il culo.

"La legge è uguale per tutti", c'è scritto sul muro dietro al banco dove siede il giovane giudice, che ha una espressione molto simile a quella che, nei documentari, hanno i funzionari nazisti mentre partono i convogli dei deportati.

L'accento di metallo sulla parola "e" si è staccato, ma qualche genio ha avuto la bella pensata di riappiccicarlo con un pezzo di nastro isolante bianco ai due lati. E' facile immaginare l'effetto che fa.

Sto ancora aspettando che la scorta porti su il mio detenuto. Beh, forse "il mio detenuto" non è l'espressione esatta da usare. Dovrei dire il mio cliente o il mio assistito, o il signor Alvaro Meoni per essere proprio precisi. Ma, in finale, non c'è poi molta differenza.

Si tratta di un ladruncolo che ho già difeso ormai una dozzina di volte, con una fedina penale corposa come l'elenco telefonico di una cittadina di provincia. Non c'è niente da fare, lo pescano sempre. Stavolta stava cercando, inutilmente, di fregare l'incasso di un ristorante cinese, dopo l'orario di chiusura. C'era mancato un nulla che il colpaccio gli riuscisse. La serranda era abbassata per metà e lui stava col suo testone mezzo dentro e mezzo fuori quando la proprietaria e il figlio l'hanno beccato. Con i settecento euro dell'incasso in tasca.Ho già visto la donna fuori dall'aula che aspetta di fare la sua deposizione. E' una cinese sulla quarantina, brutta un colpo e pare pure abbastanza incazzata. Mi sa che questa volta c'è poco altro da fare, se non affidarsi alla clemenza del giudice.

 Da circa dieci minuti, oltre al caldo asfissiante, sento una gran puzza di piedi, come se qualcuno si fosse messo due pezzi di fontina nelle scarpe. Il principale indiziato – anche se più che di un sospetto si tratta di una vera e propria certezza – è un avvocato di mezza età, seduto, anzi stravaccato accanto a me. Preferisco non indagare oltre. Quello che conta è che a puzzare non siano i piedi miei, anche se sono terrorizzato per il rischio, elevatissimo, che chi mi sta intorno possa cadere in errore. Purtroppo, non posso mettere un cartello, anche se sarei tentato di farlo.

Mentre cerco di sfuggire al puzzone, alzandomi nervosamente dalla sedia, sento dei rumori dietro la porta che collega l'aula con la scala di accesso alle celle. Sicuramente è arrivata la scorta con il mio assistito. E' il destino, non si scappa. Quel povero disgraziato continua a rubare e a me tocca difenderlo. E tutto questo per un pugno di luridissimi, schifosissimi, maledettissimi euro, che arrivano sempre in puntuale ritardo. Quando arrivano.

Secondo il mio amico e collega Filippo Dionisi, con cui ho la ventura di condividere lo studio legale, bisogna accettare tutti i casi, per poi al limite girarli a qualche giovane collaboratore.

 Per quieto vivere, ho fatto buon viso a cattivo gioco, sapendo in realtà benissimo, fin dall'inizio, che poi alla fine sarei andato sempre di persona a discutere le cause. Il penale è materia delicata, bisogna essere prudenti. Anche se la causa sembra facile, è meglio non mandare gente alle primissime armi.

Mentre osservo il signor Meoni, di anni cinquantasei, arrancare verso il banco della difesa, circondato da due agenti di polizia penitenziaria, non posso fare a meno di ripensare alla frase che mi è capitato di leggere in una formidabile raccolta di battute, cioè che lo Stato continua ad accanirsi con i ladruncoli, piuttosto che, ad esempio, con gli infanticidi. Per una questione di interesse personale, pare, dato che i giudici hanno ancora paura di essere derubati e già abbondantemente superato l'età in cui potrebbero essere vittime di un infanticidio.

Eppure, quando ho deciso di fare questo mestiere non pensavo che sarebbe finita così, costretto troppo spesso a difendere casi disperati. Ero un romanticone inguaribile. Un sognatore. M'illudevo che avrei difeso gente innocente, ingiustamente accusata per crimini in realtà mai commessi.

E invece col tempo ho scoperto che sono quasi tutti colpevoli come il peccato. Quasi tutti.

Per lo più si tratta di poveri disgraziati, anche se in mezzo a loro si nasconde una buona percentuale di gran pezzi di fango. Che ovviamente io mi rifiuto di difendere. Sempre che me ne accorga in tempo.

Questa professione però me la sono scelta io, e adesso non ho alcun diritto di lamentarmi.

Ho già provato una volta a lasciar perdere tutto e a scappare il più lontano possibile, come un vigliacco qualsiasi, fallendo miseramente nel mio intento. Questa è una vecchia storia.

La mia.

Anche se non mi sono ancora presentato, spero tanto che si sia almeno capito quale è il mio mestiere.

Mi chiamo Alessandro Gordiani e faccio l'avvocato.

 

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