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L'avvocato, il macellaio e la segretaria (Storia di altri tempi. Passione, sangue e fraintendimenti)

caravita

Avevo 20 anni. Ero appena uscita dalla scuola di steno - dattilografia, e mio padre, usciere al Tribunale, riuscì a farmi assumere dall'Avvocato Xxxxxx, un simpatico, imponente signore, con un sorriso appena accennato sotto i piccoli baffi neri. 

Feci tutto l'inverno stenografando gli atti che mi dettava e poi scrivendoli a macchina su un imponente macchinone nero e lucido, che la sera dovevo coprire con una copertina grigia: feci tutto l'inverno, dicevo, prima che l'imponente Avvocato, sempre molto gentile, mi confermasse che si, andavo bene, e che potevo io stessa predisporre tutta la documentazione per l'assunzione.
Quando lo comunicai a mio padre, quella sera, prima ancora di apparecchiare la tavola, vidi un sorriso di orgoglio apparire velocemente sul suo volto, e poi anche il lampo di una lacrima mentre si girava a guardare la foto di mamma, che ci aveva lasciato qualche anno prima.


Al lavoro dovevo portare un grembiule nero. Erano gli anni '60, c'era nell'aria qualcosa di straordinario. Gli studenti si agitavano, sui giornali si leggevano cose strane. Manifestazioni, cortei, Valle Giulia, i lacrimogeni, le cariche della Polizia, Pasolini, l'amore libero, la rivoluzione.
Ma io non avevo tempo per queste cose. Avevo un orario ben preciso: dalle 9.00 alle 13.00. Poi l'Avvocato andava a casa per il pranzo ed il riposo pomeridiano, e tornava in ufficio alle 16.00 in punto. Il mio lavoro proseguiva nel pomeriggio, dunque, dalle 16. alle 20,00. Poi potevo tornare a casa: due autobus, un piccolo pezzo a piedi, e alle nove di sera papà ed io cenavamo insieme, di fronte al televisore che avevo voluto comprare io con i miei primi due stipendi.

 L'Avvocato Xyyy, era un buon uomo, e quando aveva realizzato che dalle 13,00 alle 16,00 io non avevo altra scelta che rifugiarmi nella latteria sotto lo studio, mi aveva espressamente autorizzato a restare in studio anche senza di lui. Mai mi sarei permessa di chiedere un simile privilegio. Quelle tre ore da sola, nel suo studio, erano un regalo enorme. Era talmente tanto il tempo e talmente grande la comodità, che mi venne in testa addirittura di mettermi a studiare. Mi misi in testa di preparare gli esami di Ragioneria da privatista, e cominciai a studiare a testa bassa.

Uno dei clienti dell'Avvocato era un macellaio della zona, un omone collerico dal collo taurino. Qualche volta ero entrata nella sua macelleria, tutta bianca, con gli uncini alle pareti dai quali pendevano sanguinolenti pezzi di carne, e la porta della cella frigorifera proprio dietro al bancone dove lui, l'omone, agitava i suoi coltelli (ne aveva di tutti i tipi, larghi e pesanti, lunghi e sottili) passandoli l'uno contro l'altro per rifare il filo.
Che je damo a sta bella signora? Diceva alle donne che entravano, e che poi andavano a pagare alla cassa, dove la moglie del macellaio, una donna di una bellezza statuaria, esibiva una generosa scollatura, e sorrideva misteriosa solo quando per sbaglio entrava un uomo.

Il macellaio era gelosissimo. Più di una volta era venuto con la moglie a studio dall'Avvocato. Dalla porta chiusa sentivo parole tremende: svergognata, uomini, sorriso, capisce Avvocato, separazione, diceva lui, ma cosa dici, pazzia, coprirsi e perchè mai, diceva lei. E poi uscivano, e l'Avvocato teneva le mani sulle spalle di entrambi mentre li accompagnava alla porta, come se li carezzasse, ma lui era sempre più cupo e lei sempre più bella. E un giorno uscì dalla stanza dell'Avvocato addirittura masticando una gomma americana, mentre lui lanciava sguardi di fuoco.

Arrivò il caldo. Prima maggio con il sole e le prime rondini, poi giugno con il caldo intenso e il ponentino della sera , poi infine luglio, rovente, senza scampo, il sole in cielo dalla mattina alla sera.
Le tre ore da sola nello studio dell'Avvocato diventarono faticosissime. Lo studio, unito alla stanchezza di un intero anno tra le carte, gli appunti, i fascicoli e la macchina da scrivere facevano sentire il loro effetto, che per me si trasformava in un'ansia leggera, una paura sottile di eventi che non riuscivo nemmeno a immaginare.
Fu così che quando il 24 luglio, alle 13,30, con un sole cocente nel cielo, il campanello dello studio suonò, mi alzai con un leggero senso di panico.
Che fare? Ero autorizzata ad aprire la porta, certo, ma mai si era posto il problema che potesse accadere quando l'avvocato non c'era. I clienti, la portiera, gli ufficiali giudiziari, tutti arrivavano dalle 16,30 in poi.
Guardai dallo spioncino. Era il macellaio. Aprii la porta con la catenella: Mi scusi, sono sola, non so se posso farla entrare...
Stai tranquilla, disse lui, e na cosa de n'attimo.
Aprii la porta levando la catena, e l'ansia e il disagio cominciarono ad aumentare.
L'omone con il suo camice bianco sporco di sangue entrò con un enorme scatolone di cartone tra le mani. Lo poggiò proprio di fronte al tavolino del telefono, mi guardò e disse: "devi da dì all'avvocato che co' mi moje è tutto a posto. Ho risolto tutto, definitivamente. Mo me vado a cambià e poi parto. Ho fatto de testa mia, e me sa che questa volta ho fatto bene io: co' quello (indicando lo scatolone) ce lo sa l'avvocato cosa deve fa!"
E prima ancora che potessi dire una sola parola si girò e sparì.

 Ansia da stanchezza, questo ve l'ho già detto. Poi angoscia, e paranoia. Stavo di fronte allo scatolone, paralizzata. Non sapevo cosa dovevo fare: e improvvisamente dall'angolo in basso a sinistra cominciò lentamente a colare un liquido rosso. Sangue. Avrei voluto svenire, avrei voluto urlare, avrei voluto scappare...ma non potevo. Ero semplicemente paralizzata. Io, una ragazzina di vent'anni, con il mio grembiulino nero, da sola, nello studio dell'Avvocato Xyyy, e tute le sue carte, e i libri, e le persiane semi abbassate, e le tende tirate, e la luce che entrava di sbieco, e quella maledetta mosca che girava, girava ronzando intorno alla piccola pozza di sangue raggrumata vicino all'angolo sinistro dello scatolone.

Ecco. Il macellaio aveva ammazzato la moglie, l'aveva fatta a pezzi, l'aveva infilata nello scatolone e l'aveva portata qui, prima di scappare per chi sa dove. Ma perchè aveva aveva fatto una cosa del genere? Ma perchè doveva capitare proprio a me? Il silenzio era terribile, e mentre la mosca ronzava, a me sembrava di sentire il rumore delle gocce di sangue che ticchettavano sul pavimento. Avrei potuto chiamare la Polizia, ma per farlo avrei dovuto avvicinarmi a quella scatola terribile e al suo contenuto....

Rimasi in una tranche ipnotica per quasi tre ore. Ricordo ancora il sapore salato delle lacrime che mi scendevano dagli occhi e mi finivano direttamente nella bocca, che non riuscivo a chiudere. Solo il rumore delle chiavi nella toppa mi fece tornare a uno straccio di lucidità. E mentre l'Avvocato entrava, io cominciai a piangere a dirotto.
"Cosa succede, Signorina?" Il macellaio, la scatola, il sangue, la mosca, è tutto a posto, definitivamente, io, lui, non riuscivo nemmeno a dire quello che pensavo: il macellaio ha ammazzato la moglie, l'ha fatta a pezzi e l'ha portata qui.

L'Avvocato mi guardò un solo secondo, poi cominciò a ridere di gusto. E dopo avermi fatto una rapida carezza sulla testa (fu l'unica volta, ma fu come se mi carezzasse mio padre) mi spiegò. Il macellaio, dopo essere venuto a studio, lo aveva chiamato a casa. Aveva fatto pace con la moglie, gli aveva raccontato, e la moglie gli aveva spiegato per la prima volta come e quanto lo amasse, e come fosse la sua unica ragione di vita, e che lei senza di lui non voleva nemmeno pensarlo. E lui, felice, aveva deciso di andarsene una settimana a Capri con la moglie, e non di chiedere la separazione come alla fine gli aveva consigliato l'Avvocato, e che per ringraziare l'Avvocato del disturbo aveva pensato bene di fare a pezzi un vitellino da latte che gli era appena arrivato dal macello e portarglielo a studio, sentirà che carne Avvocà, ma mi raccomando appena può lo metta in frigorifero, ora scappo, me ne vado in luna di miele co mi moje che quanno se semo sposati non l'abbiamo fatta.
Alla Signorina dello studio, a me, nessuno ci aveva pensato. Non avrei dovuto essere lì, anche se a pensarci bene se non ci fossi stata chi avrebbe aperto al macellaio e al suo sanguinolento scatolone? Tre ore di terrore puro, con la convinzione di essere chiusa in uno studio insieme a una gentile signora fatta a pezzi dal marito Barbablù, e invece era l'epilogo felice di una storia d'amore.
Quella sera l'Avvocato mi fece andare a casa quasi subito,solo il tempo di dettarmi una lettera.
Quando raccontai la storia a mio padre, mentre mangiavamo, mio padre fece un sorrisino, e poi si voltò a guardare la foto di mamma. Anche il suo era stato amore, ma non erano mai riusciti ad andare a Capri.

 

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