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L’offesa all'origine della (in)civiltà

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  Il contrasto e la violenza sono meccanismi della selezione naturale che assicurano la supremazia degli individui più adatti alla vita. Sono perciò meccanismi che agiscono in tutte le specie viventi, compresa quella umana. Anzi, i contrasti tra gli uomini – gli animali più evoluti e (pre)potenti – sono i più numerosi e feroci e i più vari, dal momento che le offese che ne derivano possono essere, oltre che fisiche, anche morali. E poiché queste ultime sono veicolate soprattutto dalla parola, si può ritenere che gli insulti siano stati presenti fin dalle prime articolazioni verbali dei nostri antenati: balbettamenti forse non molto più intelligibili dei grugniti delle altre specie viventi. John H. Jackson, celebre neurologo inglese, si spinge ad affermare che il fondatore della civiltà è stato proprio colui che per la prima volta colpì il suo avversario con un insulto, invece che con una freccia. Non c'è dunque epoca storica né nazione al mondo che non conosca l'insulto. E poiché esso è a sua volta generatore di violenza, essendo piuttosto rapido e frequente il passaggio dall'ingiuria alle vie di fatto, i legislatori di ogni Paese hanno sentito la necessità di porre un argine alle offese, configurandole come illeciti, sanzionabili penalmente o in via amministrativa. Di recente il nostro legislatore ha in parte provveduto alla depenalizzazione e in parte a convertire fattispecie penali in "illeciti civili". Prevedere sanzioni, multe e risarcimenti dei danni morali costituiscono certo un monito e un deterrente per i possibili autori di insulti. Ma queste minacce sono sufficienti ad azzerare o quantomeno a frenare in maniera significativa l'impulso ingiurioso? Dalla quantità di cause celebrate per questi reati v'è da essere scettici. Come abbiamo detto, il mezzo generalmente utilizzato per veicolare l'offesa è la parola, sia pronunciata che scritta. Ma l'espressione verbale non è l'unico modo di offendere. Il messaggio ingiurioso può anche essere figurato o in parte scritto e in parte figurato (è il caso della vignetta). Infine si può recare offesa mediante gesti, rumori e ricorrendo a mille altri modi partoriti dalla fertile mente umana.

  Le offese dunque, a prescindere dalla veste giuridica che assumono, costituiscono un fenomeno molto complesso, da sempre oggetto di interesse da parte di psicologi, sociologi, antropologi, linguisti. Anche da filosofi: Schopenhauer diceva che l'insulto è un giudizio abbreviato. L'insulto è dunque diffusissimo in ogni cultura e intensamente praticato a tutti i livelli sociali. Per avere un'idea della portata del fenomeno in Italia, può essere utile ricordare quando, nel 1986, Radio Radicale aprì i suoi microfoni garantendo la più completa libertà di espressione a chiunque avesse voluto lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica. Ebbene, quasi il 100% era costituita da insulti o da parolacce, il più delle volte a sfondo sessuale. Freud poi riteneva che le espressioni oscene servissero a esprimere, in modo 'innocuo', la pulsione sessuale. Una pulsione di cui, si sa, i maschi italiani sono particolarmente dotati e questo forse spiega perché una percentuale rilevante delle offese delle quali si è occupata la nostra giurisprudenza riguarda la sfera sessuale, intesa anche in senso lato. Comunque anche ammesso che le offese sessuali costituiscano una 'valvola di sfogo', ciò non toglie che il ricorso ad esse ci faccia regredire verso i livelli bassi del regno animale al quale – è difficile ammetterlo - apparteniamo.

  Sfogliando il "catalogo" degli insulti non verbali si ha la prova scientifica di quanto la realtà riesca a superare la fantasia. Tante volte i giudici si sono dovuti occupare del gesto dell'ombrello o del dito medio, oramai sdoganata al cinema e anche in tv, magari con un malcelato sorrisino, ma quando – oltre un secolo fa – il pretore di Novara ebbe fra le mani uno strano fascicolo, certamente non seppe trattenere la sua ilarità e pur dovendo condannare l'imputato per diffamazione lo avrà in cuor suo lodato per la singolare iniziativa: un contadino aveva acquistato un asino, notoriamente sinonimo di stupidità (anche se studi recenti hanno appurato che così non è) e dovendogli affibbiare un nome pensò bene di chiamarlo proprio come il vicino col quale era in pessimi rapporti. Era il 25 agosto del 1906. Si racconta che Charles Louis L'Héritier, insigne botanico vissuto nella seconda metà del Settecento, autore di un erbario che catalogava circa ottomila specie di piante, per vendicarsi di un collega, attribuì a una pianta puzzolente il nome di costui. Piccolo dettaglio: l'Héritier oltre a essere famoso botanico (si ritiene sia stato il massimo esperto in gerani) era anche un illustre magistrato...

 

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