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La giurisprudenza bizzarra sulla circolazione stradale

d_alessandro

 Una grande quantità di cause sottoposte alle decisioni dei giudici di Pace concerne la circolazione stradale. Ciò perché il Codice di Procedura Civile attribuisce a questi magistrati la competenza in materia di risarcimento danni fino a 50.000 euro, somma alquanto rilevante che include la maggior parte dei danni derivanti dagli incidenti stradali. Spetta inoltre a loro giudicare circa le opposizioni alle violazioni amministrative in materia di circolazione stradale ed altri illeciti amministrativi non tributari (i cosiddetti 'verbali', le ordinanze prefettizie, le ordinanze sindacali). Dalle loro sentenze emerge un ampio spaccato della vita sociale del nostro Paese. La grande mole di ricorsi all'autorità giudiziaria si giustifica, più che per le somme da pagare, per la decurtazione dei punti della patente. Da qui una lotta all'ultimo sangue per ottenere l'annullamento del provvedimento, adducendo le scuse più strane e originali che si possano inventare. È noto che la velocità del veicolo rilevata da appositi strumenti è stato oggetto di molte contestazioni, che qualche volta hanno trovato benevolo accoglimento da parte del decidente. Come nel caso di un abitante del Friuli che ha sfruttato in suo favore la bora, il forte vento che soffia a Trieste, per farsi annullare una multa. La stranezza della fattispèecie sta nel fatto che l'annullamento si basava non sulla prova del cattivo funzionamento dell'apparecchio di misurazione, ma su una semplice ipotesi formulata dal giudice di Pace che così si esprime: «Nel contesto meteorologico ove si svolge l'accertamento (Trieste - bora), l'autovelox non può non aver risentito durante il suo funzionamento delle forti vibrazioni della bora che ne deviano il funzionamento preciso e non può neppure non essere stato influenzato dal freddo intenso» (G.d.P. di Trieste, Sent. n. 181 del 12 febbraio 2008).  

Un'altra sentenza da segnalare è quella del giudice di Pace di Borgo Valsugana, che ha annullato un provvedimento applicativo di sanzione in quanto «sebbene l'agente ha utilizzato il telelaser, sicuramente quello che ha visto è corretto, ma siccome il mezzo è in movimento, non vi è certezza della corrispondenza del veicolo» (Sent. n. 73/07). Che qualche critica il telelaser se la meriti, è sotto gli occhi di tutti: un apparecchio di tal fatta, nei primi del 2011, ha 'beccato' nel brindisino una Fiat Doblò (che è un'autovettura e non un razzo) mentre viaggiava ad appena... 1.230 Km orari! Ma quello che rende bizzarre molte di queste sentenze è la giustificazione addotta dal trasgressore che qualche volta riesce a convincere il giudice di Pace sulla fiducia, senza cioè dimostrare la sussistenza della causa di giustificazione il cui onere spetta a chi la invoca. Così il giudice di Pace di Varese ha annullato una contestazione per eccesso di velocità nei confronti di un automobilista che aveva asserito (senza prova) di essere stato costretto a correre perché aveva ricevuto una telefonata dalla moglie che stava male (Sent. 140/08). C'è poi la questione della segnalazione dell'autovelox: una vera idiozia tutta italiana. L'art. 25 della legge 29 luglio 2010 n. 120 ha spostato addirittura a un chilometro la distanza minima che deve intercorrere tra il cartello di segnalazione e l'apparecchio galeotto. Con risvolti paradossali, perché esistono in Italia molti comuni che non posseggono una strada tanto lunga, sicché se vogliono installare l'apparecchio devono chiedere il permesso... al comune limitrofo. Se ne è accorto per primo il sindaco di Buccinasco, paese tra Milano e Corsico, che può ufficialmente vantarsi di essere città 'deautoveloxizzata'.
In un caso – ne parlarono all'epoca i giornali - il ricorso di un parroco venne così motivato: «mi stavo recando con urgenza, nella mia qualità di ministro del culto cattolico, al capezzale di un moribondo per impartirgli l'estrema unzione». Il G.d.P. gli ha riconosciuto lo stato di necessità, annullando la multa e restituendogli la patente ritirata dai vigili urbani. Il giudice di Pace – evidentemente fervente cattolico – ha ritenuto applicabile l'esimente del danno grave e irreparabile anche alle cose ultraterrene. Da qui la relativa motivazione che vale la pena trascrivere: «Lo stato di necessità è stato istituito per escludere la responsabilità quando l'illecito sia commesso per salvare sé o gli altri da un pericolo. L'unzione degli infermi è per il cristiano cattolico il segno visibile istituito da Cristo per condurre un'anima alla salvezza. Dunque una persona che in punto di morte non possa riceverlo rischia di subire, per chi ha fede, un danno grave e irreparabile: grave perché investe l'essere umano nella sua più alta dimensione spirituale e irreparabile perché dopo il decesso l'unzione non può essere più somministrata». L'estrema unzione è dunque una scusante giuridicamente rilevante. E la confessione? Perché no? Don Ennio Zani, ottantenne parroco del piccolo comune di Mulazzo in Toscana,venne 'pizzicato' dall'autovelox a Villafranca mentre si recava da una donna in fin di vita che si voleva confessare, superando abbondantemente il limite di velocità imposto. L'anziano ma spericolato prete aveva già avuto la sua fetta di notorietà allorquando (siamo nel 1992) aveva tentato di entrare nel Guinness dei primati con la più veloce celebrazione della Messa, non riuscendovi per una manciata di secondi. Insomma, una vita tutta all'insegna della corsa. Con un curriculum del genere, il giudice di Pace di Pontremoli (Massa Carrara) non poteva fare altro che accogliere il ricorso. All'assoluzione della moribonda si sommò l'assoluzione del prete. Pace e bene a tutti!

 

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