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La partita

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 "Parlo con l'avvocato Gordiani?", chiese la voce sconosciuta all'altro capo del telefono.

"Sono io, con chi parlo?"

"Buonasera avvocato. Mi scusi se la disturbo a quest'ora, ma la sua segretaria ha detto che avrei potuto chiamarla senza pro­blemi. Mi chiamo Lorenzo Rovaglia. Sono un neonatologo".

Alla parola neonatologo, un brivido di freddo gli attraversò la schiena come se fosse stato colpito da una scarica elettrica. Per un attimo ebbe il terrore che si trattasse di uno dei medici che avevano visitato in passato la figlia Alice. Qualcosa non andava?

"Buonasera", rispose a sua volta, cercando di recuperare ra­pidamente dalla memoria qualche brandello d'informazione che potesse essergli d'aiuto per riconoscere il misterioso interlocu­tore. Stava per proseguire, ma il dottor Rovaglia lo precedette. 

 "Non ci conosciamo, avvocato", lo rassicurò. "Mi ha dato il suo numero il dottor Picozza, dicendo che avrei potuto senz'al­tro fidarmi di lei".

Tirò un sospiro di sollievo: si trattava soltanto di un poten­ziale nuovo cliente. Federico Picozza, a quanto ricordava, era un medico dell'ospedale Forlanini, che aveva conosciuto forse un paio d'anni prima per una brutta storia di diffamazione.

"Sì certo, ricordo", esclamò. "Mi dica tutto".

"Avrei bisogno di vederla con una certa urgenza", proseguì lui con il consueto tono tra il preoccupato e il tormentato che ave­vano quasi tutti coloro che lo contattavano per la prima volta. "Dovrei parlarle di un problema molto delicato".

"Che tipo di problema?"

"Sono stato querelato per una situazione che si è verificata nell'ospedale in cui lavoro".

"Quale ospedale?"

"Il San Camillo".

"Di cosa si tratta?"

"Una neonata che avevo in cura ha riportato gravi danni neu­rologici".

Processo orrendo, pensò. Uno tra i peggiori che potesse ca­pitargli.

"È stato denunciato per colpa professionale?"

"Credo di sì. Comunque, si tratta di una montatura, avvocato! Io ho fatto soltanto quello…"

"Alt! Aspetti un attimo", lo interruppe immediatamente. Quella di fare arringhe telefoniche era un'abitudine di quasi tutte le persone che si rivolgevano a un penalista. Una delle prime cose che dicevano dopo essersi presentati, a volte anche prima d'aver pronunciato il proprio nome, era che non c'entravano nul­la di nulla con ciò di cui erano accusati. Non si trattava, però, di questioni di cui si potesse discutere al telefono, nemmeno per sommi capi, e non certo per una questione di segretezza, ma di semplice buon senso. Per lo più si trattava di argomenti delicati, che richiedevano spiegazioni lunghe e articolate. Senza contare poi – come gli aveva ripetuto circa un milione di volte quel genio malvagio del suo maestro e mentore, il quasi novantenne avvoca­to Emiliano Benelli – non si era mai visto nessun cliente pagare un onorario per telefono: "I soldi non riescono a passare dai buchini della cornetta", ripeteva sempre, anche dopo l'avvento dei cellulari.

"Dottor Rovaglia, vediamoci in studio, così potrà raccontar­mi tutto dal principio e con calma", disse. "Quando le farebbe comodo venire?"

"Prima è, meglio è", rispose lui.

"Guardi per me potrebbe andar bene anche dopodomani po­meriggio", suggerì Gordiani sperando di non aver dimenticato qualche impegno. "Mi dica lei a che ora vuole venire".

"Intorno alle diciotto se non ci sono problemi".

"Allora alle diciotto. Mi faccia una cortesia: domani chiami in studio per confermare l'appuntamento e lasci tutti i suoi recapiti se non l'ha già fatto".

"Senz'altro avvocato. Ci vediamo dopodomani".

Mentre chiudeva la conversazione, Gordiani fu assalito dal solito senso d'angoscia che, senza eccezioni, lo attanagliava in questi casi, dopo il conferimento di un nuovo incarico profes­sionale.

L'idea di poter deludere le aspettative e la fiducia che il cliente riponeva in lui l'aveva sempre spaventato. Ansia da controllo e ansia da prestazione: due diverse sfaccettature della stessa pato­logia.

Posò il cellulare sopra la borsa, appoggiata sulla panchina laterale, ed entrò finalmente in campo, dove compagni e avversari lo stavano aspettando per cominciare la partita.

Voleva soltanto correre, senza pensare a nient'altro che non fosse un pallone da calcio, per lasciarsi alle spalle, almeno per un'oretta, tutti i problemi e le brutture di un mondo dov'era pos­sibile che un bambino appena nato venisse già gravato di un'ipoteca inestinguibile, senza nessuna colpa.

Paoletto Colnaghi, che col tempo era diventato un habitué di quelle partite e che quella sera indossava una preistorica magliet­ta dell'Inter di Gigi Simoni, lo vide smarcato sulla fascia destra e gli passò il pallone con un lancio millimetrico.

Stoppò la palla con il petto e smise automaticamente di pen­sare.

Giocò malissimo.

Come del resto gli capitava quasi sempre.

 

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