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La piccola storia di Ruslan, che non voleva parlare

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Lungo il tragitto si fanno incontri che lasciano segni, o segnali. Di fumo

Dopo tre ore chiuso e ammanettato nella piccola gabbia del furgone sgangherato, sono finalmente arrivato a destinazione. Dai segnali stradali ero riuscito a capire che la meta finale si trovava a Nord-Est; inutile chiedere dove mi stessero portando: "lo vedrà quando arriverà". Cella dieci, seconda sezione; e già lungo il corridoio capivo dagli sguardi delle persone, che stavano affacciate ad osservare, che non si trattava della cella più ambita. Ne ho avuto conferma appena fatto ingresso: ce n'era uno steso a letto, completamente infilato fino ai capelli sotto un paio di coperte, nonostante fosse già fine maggio, un altro invece stava scrivendo appoggiato all'unico tavolino della cella, con le cuffie infilate. Quello sotto le coperte non si è mosso, solo più tardi capivo che non stava dormendo ma trascorreva giorno e notte in quella posizione, alzandosi solo per mangiare e andare in bagno. Quando da sotto le coperte ho visto spuntare due occhi che mi scrutavano, ho allungato la mano per presentarmi ma mi ha ignorato girandosi dall'altra parte. Ruslan, secondo il tossico che occupava l'altra branda, era moldavo e non comprendeva altra lingua, tanto che anche i suoi presunti connazionali si rifiutavano di rivolgergli la parola, quindi era nell'ordine: matto, rompicoglioni, e chiedeva sempre sigarette.

Mi sono accorto dopo poche ore che la cella era completamente spoglia e sprovvista anche delle poche cose che non mancano nemmeno ai più disgraziati. Niente caffè, niente fornello, niente acqua, niente tovaglietta per la tavola e nemmeno un paio di posate e bicchieri di plastica. La motivazione me l'ha data verso sera lo scopino: il tossico era stato beccato dalla guardia di notte, mentre si pippava il gas dal fornello. Il caffè se l'era venduto in cambio di una bomboletta. "Fornello sequestrato per motivi di sicurezza". Dopo un paio di giorni si è liberato un posto nella cella di fronte, occupata da italiani ai quali pareva potessi andare a genio, così mi sono fatto trasferire. Ruslan era quindi il mio vicino di "casa", il dirimpettaio, ce l'avevo di fronte e potevo osservarlo da lontano. Ho potuto notare che circolava sempre in ciabatte e pigiama, con il quale si infilava direttamente in doccia per poi stenderlo ad asciugare fino al mattino successivo. Quando per qualche motivo doveva uscire dalla cella, al rientro Ruslan attendeva con la faccia rivolta al muro che l'agente gli aprisse la porta, senza alzare lo sguardo. Si raccontava che avesse trascorso qualche anno in un carcere sovietico e che quello fosse il comportamento da tenere per evitare maltrattamenti.  

Tra di noi è iniziato una specie di dialogo molto essenziale. "Zigarro", quando mi chiedeva una sigaretta, un po' di tabacco o qualsiasi altra cosa che facesse un po' di fumo, che io gli lanciavo avvolta in un pezzo di giornale. Ruslan fumava di tutto, e qualsiasi pezzo di carta si ritrovasse tra le mani si trasformava in cartina per avvolgere il tabacco. Con il passare dei giorni ho scoperto che anche il suo ordine di carcerazione aveva fatto la stessa fine: in un momento in cui c'era penuria anche di giornali se l'era fumato. Così non c'era più modo di sapere esattamente cosa ci facesse in carcere. La presunzione dell'azzeccagarbugli, in buona fede, l'ha convinto a lasciarsi compilare una richiesta per ottenere una copia dei documenti relativi alla sua detenzione, perché – e che diamine! - non è possibile rimanere abbandonato in cella senza sapere cosa ti aspetta; ci penso io che sono bravo, altruista, generoso, e a volte anche simpatico. Dalle copie richieste è poi emerso che aveva già pagato il suo debito con la giustizia. Quel panino alla mortadella rubato al chiosco gli era costato otto mesi di carcere e avrebbe dovuto essere rimesso in libertà già da sei mesi, ma la sua pratica si era smarrita anche all'ufficio matricola. L'avvocato d'ufficio, dopo avergli fatto patteggiare una pena assurda, era naturalmente scomparso. Allarme generale non appena la notizia è diventata ufficiale, e nel giro di un paio di giorni è arrivato l'ordine di rimettere in libertà il prigioniero che, a scanso di equivoci, hanno deciso di rimandare in Moldavia. Quella mattina l'hanno svegliato alle sei; Ruslan ha messo in un sacchetto di carta il pane vecchio che accumulava da giorni e la frutta che aveva fatto rinsecchire alla finestra. Non poteva di certo uscire in pigiama e ciabatte, che erano il suo guardaroba, così gli ho lanciato un maglione e una tuta. Quando è stato il momento di andare si è avvicinato alla mia cella, mi aspettavo una stretta di mano come saluto e ringraziamento. Invece, in perfetto italiano, mi ha detto: <<E adesso? Come faccio io a ritornare in Italia dopo tutta la fatica che ho fatto per arrivarci?>>. Non è stata una bella sensazione; è la stessa che avverti quando fai da te una sigaretta di tabacco e cartina e ci metti un millimetro di lingua in più: la sigaretta si sfascia e fa kaputt, come le certezze.

 

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