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La spiaggia

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Prese una delle caramelle dalla mano del padre e iniziò a scar­tarla. "È tutta appiccicosa!", esclamò disgustato. "Che schifo".

"Questo passa il convento", rispose serafico il padre, "e poi sai che non mi piace che usi quella parola quando parli di cose da mangiare".

"Va bene, va bene", rispose di buon grado il bambino, infi­lando in bocca la caramella, "meglio di niente, anche se però…"

Improvvisamente il piccolo smise di parlare, fece un piccolo passo indietro e si portò le mani alla gola.

Si piegò in avanti, emettendo una specie di rantolo soffocato.

Il padre scattò in piedi quasi gridando: "Cos'hai? Marco, che succede?"

Anche la moglie si era alzata di scatto e guardava la scena abbastanza allarmata, ancora senza panico.

Dopo pochi secondi però subentrò il terrore.

Era evidente che il bambino non riusciva più a respirare. Cer­cava di tossire, senza tuttavia esserne in grado.

 Il padre si mise a colpirlo sulla schiena, con la mano di taglio, come ricordava confusamente di aver visto fare in un programma alla televisione, dapprima con delicatezza, poi con maggior vigore, man mano che i secondi trascorrevano senza che il piccolo riuscis­se a espellere dalla gola il corpo estraneo che lo stava soffocando.

"Aiuto! Aiutateci!", urlò la madre, con una nota di evidente disperazione nella voce, "mio figlio sta soffocando!"

I due bagnini, entrambi molto giovani e in evidente sovrappe­so, accorsero quasi immediatamente, richiamati dalle grida della donna.

Sulla spiaggia la gente cominciava a chiedersi cosa stesse ac­cadendo, a cosa fosse dovuto quel trambusto.

"Marco, rispondimi!", gridò il padre sconvolto, notando che il respiro del figlio si faceva sempre più debole. "Aiutatemi, vi prego!"

I due bagnini erano paralizzati dalla paura e dall'incertezza. In linea teorica, avrebbero dovuto sapere cosa fare in quelle cir­costanze, visto che il corso sulla rianimazione d'emergenza lo avevano seguito entrambi. Ma un conto è studiare le cose sui libri e nei video dimostra­tivi per poi fare le prove pratiche con i manichini, tutt'altra storia è invece quando davanti ai propri occhi c'è una persona vera che sta morendo soffocata.

"Fate qualcosa!", urlò la madre del piccolo all'indirizzo dei bagnini. "Forza, muovetevi! Mio figlio non respira".

Uno dei due bagnini sembrò risvegliarsi dal torpore ottuso che l'aveva attanagliato e s'inginocchiò, con evidente disagio, davanti a Marco.

Stava per voltare il piccolo, per cercare di mettere in pratica quelle poche nozioni di pronto soccorso che credeva d'aver ap­preso, quando una voce autoritaria lo interruppe.

 "Cosa sta succedendo?", esclamò un uomo sulla cinquantina, facendosi largo tra la piccola folla di curiosi che s'era radunata intorno all'ombrellone sotto il quale il bimbo era disteso. "Fate­mi passare! Fatemi passare, sono un medico!"

I genitori di Marco avevano già visto in più d'una occasione quel signore, alto, brizzolato e distinto, che se ne stava con la moglie a un paio di ombrelloni di distanza dal loro, pur senza averci mai scambiato una sola parola. Un perfetto sconosciuto, quindi, da cui, con ogni probabilità, in quel momento dipendeva la vita del figlio.

"Portiamolo subito al Pronto Soccorso", propose uno dei due bagnini.

"Non c'è più tempo", rispose calmo il medico, col tono di chi sapeva cosa stava dicendo. "Il bimbo non respira più. Dobbiamo liberargli immediatamente le vie respiratorie. Presto, datemi una mano a voltarlo".

Con gesti esperti l'uomo, aiutato dal padre, voltò il corpicino inerme di Marco, che nel frattempo stava diventando cianotico, e cominciò a praticargli la manovra di Heimlich nella sua variante pediatrica, per liberare le vie respiratorie ostruite.

Il medico provò per due volte la manovra, senza alcun esito.

"Lei è pazzo!", urlò la madre del bimbo, "questo non è un film… Così me lo ammazza!"

Il medico non si preoccupò nemmeno di rispondere, igno­rando il commento della donna, preparandosi invece a ritentare la manovra, che in effetti, agli occhi di un profano, poteva appa­rire connotata da una certa dose di violenza.

"Portiamolo al Pronto Soccorso", gridò la donna istericamen­te, rivolta con ogni probabilità al marito, che da qualche secondo taceva, immerso in chissà quali riflessioni. "Luca, abbiamo perso già troppo tempo! Facciamogli fare la respirazione bocca a bocca da qualcuno… Chiamiamo un'ambulanza! Fai qualcosa in nome di Dio… Salvalo! Salvalo, ti supplico".

L'uomo non rispose, ma si voltò invece verso il medico, che aveva cominciato a sudare copiosamente, ancora chino sul corpo del piccolo che nel frattempo sembrava aver perso conoscenza, e guardandolo con intensità gli fece l'unica domanda che in quel momento sentiva di dovergli fare: "Dottore, lei è sicuro che non ci sia nessun'altra strada percorribile?"

"Mi creda", rispose il medico fissandolo negli occhi, "tra un paio di minuti al massimo, suo figlio sarà morto. Le posso dire con asso­luta certezza che non c'è tempo per portare suo figlio in ospedale".

"Vada avanti allora", sussurrò il padre del bimbo, "faccia un altro tentativo".

La moglie perse i sensi e si accasciò per terra, non riuscendo a sostenere lo shock causato dalla scena terribile che stava avve­nendo davanti ai suoi occhi: la morte in diretta del suo bambino.

Il medico saltò la fase dei cinque colpi interscapolari, tanto più che non era nemmeno sicuro che il bimbo fosse ancora co­sciente, posizionò nuovamente le proprie mani sotto il diafram­ma di Marco e fece forza con un movimento secco verso l'alto, preparandosi alla nuova sequenza di cinque colpi.

La caramella, ancora intera, schizzò come un proiettile fuori dalla bocca del bimbo per poi terminare la sua corsa sulla sabbia.

Qualcuno tra i presenti cominciò ad applaudire.

Il sollievo era tangibile, tuttavia quasi immediatamente l'at­mosfera cupa dei secondi precedenti tornò a regnare incontra­stata.

Il piccolo infatti non reagì in alcun modo all'espulsione della caramella. Continuò a restare immobile, in stato di totale inco­scienza. Non respirava e il polso non era apprezzabile. Il suo cuoricino si era fermato.

 

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