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E' da qualche tempo che alcuni conoscenti, e qualche amico, mi chiedono informazioni sulla Svizzera in senso generale. 

Altri, invece mi chiedono notizie sul Ticino, Cantone di lingua italiana e dove ho vissuto per parecchi decenni. Manifesti gli interessi, perché cominciano a chiedere informazioni sulle possibilità occupazionali di qualche giovane figlio, con titolo di studio adeguato.

Non è facile dare risposte perchè diversi sono gli interessi che sottendono le domande.

Ai secondi rispondo che la Svizzera, pur non facendo parte della Comunità Europea, ha stipulato diversi trattati e protocolli, che vengono rispettati alla stregua dei Paesi aderenti.

Un paio d'anni fa ne hanno sottoscritto uno sull'equipollenza, riconoscimento reciproco, dei titoli di studio. C'è una procedura, non molto macchinosa, tutt'altro, che permette ad un professionista europeo di poter esercitare la propria professione anche in Svizzera.

La risposta ai primi è più articolata. Più delicata. Si percepisce, fin dalle domande un certo astio, una certa rabbia. Direi, quasi, a prescindere di qualsiasi risposta, potrei essere in grado di dare.

Si comincia con il film del regista Franco Brusati, "Pane e cioccolata" del 1973, egregiamente interpretato da Nino Manfredi. Il problema degli immigrati, le difficoltà, non solo logistiche, ma di usi e costumi diversi, molto diversi, sicuramente inizialmente finirono per creare difficoltà non di poco conto. Sul piano umano e su quello sociale.

Ebbene non bisogna dimenticare che era un'epoca, e non solo in Svizzera, in cui le Autorità si trovarono a gestire situazioni molto complicate. E complesse. E, soprattutto "nuove".

La Svizzera fin dall'Ottocento, con alterne vicende, aveva dato ospitalità a moltissimi profughi, e non solo italiani. Così come il Primo dopo guerra, 1919. E dal 1925 in avanti arrivarono in Svizzera moltissimi fuori usciti politici italiani dopo l'instaurazione della dittatura fascista.

Si trattava, comunque, di presenze numericamente modeste, in un Paese di 41.287,9 Kmq con una percentuale di 23,6 % di spazio improduttivo. E con una percentuale di popolazione immigrata del 25 per cento su una popolazione svizzera di 5.429.061. Dati 1960.

E penso tutti ricordiamo che nelle città del Nord Italia i meridionali non venivamo trattati meglio. 

Oggi in Svizzera a fronte di una popolazione di 8.544.527 troviamo il 25.1 % di stranieri. E bisogna tener conto degli immigrati che, nel frattempo, hanno ottenuto la cittadinanza svizzera. Si parla di seconda e terza generazione.

Ci sono state parecchi referendum, dal 1970, per una riduzione di immigrati, di varie dimensioni, ma non sono passate al vaglio del voto popolare, nonostante qualche partito politico di una certa consistenza che in poco differiscono con i nostrani "prima gli italiani"!.

I meglio informati, invece, iniziano con una dotta citazione dello scrittore svizzero Max Frisch: "Abbiamo chiesto braccia e sono arrivati uomini".

Certo, sia il film sia le battaglie degli intellettuali svizzeri, e di larghe fasce di popolazione, hanno avuto un esito, tutto sommato, positivo. Almeno finora.

A questo punto cerco di offrire qualche notizia storico-geografica sul territorio , anche per non dare l'impressione di essere "di parte", perché non lo sono, sulla Svizzera e sul Ticino sconosciuta ai più. Ai molti.

E, nell'affrontare i rapporti tra il Canton Ticino e la lunga genesi dell'Unità d'Italia e tra La Svizzera e l'Italia, non nascondo i pericoli di cedere, mi auguro di no, alla "retorica".

Lucio Villari, nel primo volume "Il Risorgimento", dedica uno spazio importante alla Svizzera. E nello specifico, anche, al Cantone di Lingua Italiana: il Ticino.

Lo spunto gli viene dato dall'esistenza, durante il periodo risorgimentale, della Tipografia Elvetica, di Capolago dove venivano stampati i libri e i manifesti dei fuoriusciti italiani.E a "Carlo Cattaneo, Protagonista, Reporter ed Editore della Rivoluzione" dedica uno spazio interessante.

Capolago si trova a pochissimi chilometri da Como, ma dal 1830, anno di nascita della Tipografia Elvetica, rappresenta una spina nel fianco dell'Impero austroungarico.

Lo scopo è dichiarato già con la firma dei proprietari davanti ad un notaio.

"La Tipografia Elvetica di Capolago, che doveva scuotere l'apatia delle popolazioni soggette allo straniero, divenire un centro di adunata degli esuli di Lombardia e Piemonte ed un focolare di iniziative culturali, ma soprattutto patriottiche. Si collocava risolutamente contro il potente impero austro-ungarico, avrebbe diffuso il verbo di un'Italia ansiosa di unità e di indipendenza, avrebbe turbato i sonni di Metternich, quasi impotente contro la sotterranea penetrazione delle idee sovvertitrici".

E i signori Repetti e Bersellini, proprietari della tipografia, tennero fede a questo impegno,nonostante i richiami della Confederazione Svizzera, che era costantemente pressata dalla diplomazia austriaca nell'intento di far chiudere quella tipografia che, con il tempo, era diventato ricovero di tutti i rifugiati e gli esuli che portavano avanti le loro idee di libertà con gli scritti, i manifesti, le locandine. Ma non solo.

Dalla Tipografia Elvetica passarono le figure più illustri di ferventi democratici e liberali che nelle guerre di indipendenza vedevano l'unica via d'uscita per unificare l'Italia.

Tantissime le figure di spicco che pubblicarono in questa Tipografia: da Giuseppe Mazzini, a Carlo Cattaneo, che rimarrà in Svizzera anche dopo l'Unità d'Italia; da Cesare Balbo a Domenico Giuseppe Guerrazzi; da Vincenzo Niccolini a Vincenzo Gioberti; da Silvio Pellico a Carlo Botta; da Pietro Colletta a Francesco Dall'Ongaro; da Niccolò Tommaseo a Giuseppe Giusti, a Carlo Pisacane.

L'esperienza fu costretta ad interrompersi per le pressioni della diplomazia austriaca e per le minacce del generale J.J.Wenzel Radtzky che, da Milano minacciò il Canton Ticino di un'invasione, spostando il confine del territorio svizzero fino a Capolago per distruggere la Tipografia Elvetica.

Il Ticino partecipò alle tre guerre per l'Indipendenza italiana con un suo corpo di volontari. 

Durante la dittatura fascista, dalle ceneri della Tipografia di Capolago, risorsero le "Nuove Edizioni di Capolago" a disposizione di tutti gli antifascisti riparati in Svizzera.

Tra l'8 settembre 1943 e il 1945 la Svizzera ospita 20.000 giovani, in cerca di rifugio. E tra questi 200 circa sono giovani studenti universitari, che hanno dovuto abbandonare gli studi.

In Svizzera c'era già un gruppo di professori universitari italiani che occupavano cattedre nelle Università Cantonali: a Friburgo, Neuchatel e Losanna. Il prof. Paolo Arcari, docente di letteratura italiana, insegnava fin dall'inizio del secolo; pure a Friburgo Gianfranco Contini, professore di filologia romanza, dal 1938; a Ginevra c'era Egidio Reale, fin dal 1926 all'Istituto di Alti studi.

Dopo l'8 settembre 1943 arrivano Concetto Marchesi, Luigi Einaudi, Mario Donati, Stefano Jacini, Diego Valeri, Gustavo Colonnetti, rettore del Politecnico di Torino, e tanti altri.

Durante la prima guerra mondiale, polacchi e francesi avevano sperimentato la possibilità di istituire, presso i campi di raccolta di profughi, centri o campi universitari. E' probabile che questo precedente abbia suggerito di ripetere l'iniziativa presso i campi di internamento italiani, per dare la possibilità ad oltre duecento giovani di continuare gli studi.

Sorsero così Campi Universitari Italiani a Losanna, Friburgo, Huttwil, Muren e Ginevra. Rettore di questi corsi e coordinatore responsabile presso il Governo italiano, anche se in fuga, era il prof. Gustavo Colonnetti.

Il prof. Gustavo Colonnetti, si mise subito in contatto con gli altri professori italiani che già si trovavano in Svizzera e organizzò i Campi Universitari Italiani. In questi"campi" si cercò di organizzare la vita universitaria per dare la possibilità agli studenti di continuare gli studi e, come sbocco concreto e utile per il reinserimento, in pratica, a guerra finita, di fare riconoscere dalle Autorità accademiche italiane sia i corsi universitari organizzati in Svizzera sia gli esami sostenuti dagli studenti internati.

I corsi che si riuscirono ad organizzare interessavano le seguenti facoltà: Giurisprudenza, Scienze politiche e Scienze coloniali, Scienze economiche e Scienze commerciali, Lettere, Lingua e letterature straniere, Ingegneria, Facoltà di Magistero ed alcuni"Singoli Corsi Liberi" per dare la possibilità ad un numero ristretto i giovani studenti di poter frequentare corsi di cui non era stato possibile istituire una facoltà specifica.

Forse è poca cosa, magari penseranno i "più", ma, visti i tempi che correvano, ci sembra si sia trattato di iniziative meritevoli.