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"Lui è sempre Marco Vannini, e io non ci sto". Carmelo Abbate: "Giustizia calpestata e atterrata ma non è finita"

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Un "non ci sto" gridato talmente forte da far tremare quei palazzi nei quali, a giudizio della stragrande maggioranza degli italiani, non si è amministrata giustizia, un dissenso che da voce e forma al pensiero di milioni di italiani, ma anche di tantissimi tecnici e pratici del diritto. Il giornalista Mediaset collaboratore di Quarto Grado Carmelo Abbate ha sferrato un durissimo attacco con un lungo post su Instagram e Facebook: «Lui è sempre Marco Vannini. E io sono sempre qui. Io non ci sto, mi dispiace. Fosse l'ultima cosa che faccio nella mia vita, continuerò a combattere per affermare i principi giustizia in cui credo. Giustizia che è stata sconfitta, atterrata e calpestata dentro le aule dei tribunali dove si sono celebrati i processi per la morte di Marco Vannini». Secondo il cronista di nera – che annuncia un imminente speciale per ora ancora "misterioso" sul caso Vannini – le carte del processo e le motivazioni della sentenza d'Appello differiscono in molti punti: un "mistero" che ha così portato i giudici a prendere una decisione che secondo Abbate non solo è ingiusta ma è profondamente sbagliata.

«Ho messo insieme tutti i piccoli pezzetti raccolti dagli inquirenti, li ho ritagliati fisicamente e posizionati lungo una linea retta. Alla fine, avevo voglia di dare testate al muro. Ma come è possibile? Come è possibile che siano state ignorate risultanze investigative importanti? Sia chiaro, non voglio fare il processo di piazza ai Ciontoli, non è il mio ruolo. Non è il comportamento degli imputati il nostro problema, ma quello dei giudici. E io sono qui a contestare l'operato dei giudici», scrive ancora nel lungo post di sfogo del giornalista di Quarto Grado. I dati raccolti negli anni dagli investigatori, portati sul banco del processo dalla Procura avevano consegnato un quadro piuttosto dettagliato in cui Antonio Ciontoli e la famiglia erano stati uniti nel «concertare e coordinare le versioni enzognere da rendere al magistrato». Le stesse prove venivano poi confermate in riscontri di interrogatori e intercettazioni: «Dopo averli messi in fila, sono andato a rileggere le motivazioni della sentenza per capire come erano stati affrontati e risolti». Ed è lì che secondo Abbate molto, se non tutto, non torna: «Ho ripercorso le sessanta pagine, la lunga e dotta disquisizione sul dolo eventuale, ho rifatto il giro in lungo e in largo nella steppa desolata del diritto, e quando finalmente sono arrivato al punto, ho trovato solo poche righe. I giudici volavano alto. È il diritto, bellezza».

Commentando le motivazioni della sentenza, lo scorso 7 marzo il giornalista aveva scritto:

"Lui è sempre Marco Vannini. Sono uscite le motivazioni della sentenza. Le ho lette con calma.

Provo a farvele capire nella maniera più semplice possibile. Come ricorderete, in primo grado Antonio Ciontoli era stato condannato per omicidio volontario, mentre in appello il giudice ha stabilito che si tratta di omicidio colposo, un reato meno grave, punito appunto con 5 anni di carcere.
La differenza si gioca tutto sul profilo soggettivo, in buona sostanza l'intenzione, la volontà di Ciontoli.
Per potersi configurare l'omicidio volontario, lui deve aver agito con dolo eventuale, ovvero aveva chiaro il rischio che Marco potesse morire, e ha accettato questo rischio. Ma secondo i giudici, dopo alcune sentenze che non cito per non confondervi ulteriormente, per rientrare nel dolo eventuale Ciontoli avrebbe dovuto accettare non soltanto il rischio, ma la concreta possibilità della morte di Marco.
Se invece Ciontoli ha previsto che la sua condotta poteva portare alla morte di Marco, ma lui ha agito con la consapevolezza di poterla evitare, ecco che si entra nel campo della colpa cosciente e quindi dell'omicidio colposo.
Chiarito il recinto, veniamo al punto. Secondo i giudici, quella sera Ciontoli aveva un solo obiettivo: salvaguardare il suo posto di lavoro. Per questo bisognava nascondere la verità agli operatori del 118 e convincere il medico a non far figurare il colpo d'arma da fuoco. Quindi, se già il ferimento di Marco rischiava di produrre conseguenze negative per il suo impiego, figurarsi la morte. Quindi, siccome le sentenze precedenti dicono che per il dolo eventuale non basta l'accettazione del rischio, ma ci vuole la prospettazione-accettazione dell'evento (la morte), Ciontoli ha agito con colpa cosciente.
Per i giudici era talmente lucido, che ha saputo discernere, scegliere e rispetto ai suoi obiettivi comportarsi come un buon padre di famiglia.
Tutto il resto non conta. Il fatto che abbia puntato la pistola, premuto il grilletto, visto la ferita e il sangue, accertato che il proiettile non era uscito, bloccato i soccorsi, ritardato i soccorsi, mentito al personale sanitario. Ecco, tutto questo, per i giudici è una banalissima questione "etica".
Morale della favola. Se io ho una donna che mi ha lasciato, ma non accetto la separazione, non voglio vivere senza di lei e alla fine le sparo e la lascio crepare, io non la volevo ammazzare, perché volevo che ritornasse da me.
Se lei fosse morta, non sarebbe mai tornata da me. Quindi sarebbe stata una conseguenza da me non voluta nel momento in cui le ho sparato ma è stato un incidente. Quindi ho fatto una cosa grave ma non troppo. O no?".

 

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