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Ma noi dove eravamo mentre il Paese collassava

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Periodicamente, il giorno stesso di una grande tragedia nazionale, si aprono i giochi delle responsabilità.

Dopo la recente drammatica tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova che ha ucciso 42 persona, e molti feriti, alcuni anche gravi negli ospedali di Genova, abbiamo assistito ad una vera e propria canea con le indicazioni dei colpevoli, non presunti, come era uso in altri tempi: ma colpevoli, senza "se" e senza "ma" ed esposti a pubblico ludibrio.

In un momento in cui si mettono in discussione, non solo i valori della Resistenza al nazifascismo, ma in cui si vogliono equiparare i ruoli dei carnefici con le vittime, ci sembra doveroso chiedersi cosa stia succedendo.

Cosa stia succedendo oggi nel nostro Paese ed interrogarci sul grado di indifferenza alla quale, ognuno di noi, si è assuefatto. E, soprattutto, cercare di capire i fini e gli obiettivi che, in una sorta di rimescolamento delle carte, si vogliono raggiungere.

E' oggi in Italia in atto un dibattito, in un'ottica pericolosa, a parer nostro, di neo-revisionismo storico che coinvolge le scelte che i giovani fecero durante il fascismo ed il periodo che abbraccia l'8 settembre 1943 ed il 25 aprile 1945.

In che cosa consiste la pericolosità di un'interpretazione paritaria, tra giovani che aderirono alla Repubblica di Salò e quelli che scelsero la "montagna" con le brigate partigiane? Nel far credere che schierarsi con gli Alleati o con le SS fosse la stessa cosa e che, comunque, le scelte di questi giovani meritano rispetto.

Ma la pericolosità consiste anche nel far passare, in un momento in cui sono saltate le regole del vivere democratico e civile, basta osservare quotidianamente le parole d'ordine di chi aizza all'odio, all'intolleranza, alla caccia al diverso, al meno garantito, all'ultimo! Per cui minacciare, deridere, pestare, sparare ad un immigrato viene derubricato, a ragazzate, a gesti di semplice "goliardìa".

Assistiamo all'imperversare dei nipotini dei repubblichini, gli aderenti a Casa Pound o a Forza Nuova o ad altre varie sigle che dell'intimidazione e della sopraffazione hanno fatto scelta di vita. Organizzazioni formate da giovani violenti. Giovani allevati nella cultura dell'uomo forte.

Una vera a propria mortificazione di quelli Uomini come i fratelli Rosselli, Antonio Gramsci, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Ferruccio Parri, Riccardo Bauer, Leo Valiani, Lelio Basso, Piero Calamandrei per limitarci ad alcune figure nobili che hanno contribuito alla nascita di questa nostra Repubblica. Non ci sono più, ma esistono i loro scritti, le loro memorie. Loro c'erano. E come c'erano.

Un altro antifascista e partigiano delle langhe piemontesi, Franco Antonicelli, in una splendida lezione tenuta al teatro Alfieri di Torino nel 1960, ricordava un giovane diciannovenne di Parma, Giacomo Ulivi, che nel 1944 era stato torturato e fucilato dai repubblichini. Questo giovane, prima di morire, aveva fatto recapitare una lettera ai famigliari e agli amici. Una lettera nella quale ragionava delle proprie colpe, cioè delle colpe della sua generazione, tenuta lontana, con un lavoro sistematico di diseducazione, dalla responsabilità della vita politica. Ieri come oggi.

Il giovane Ulivi traeva, alla fine, queste conclusioni: "Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l'estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo?".

Ma questa fantomatica Repubblica di Salò altro non è che il risorto, dalle sue ceneri, governo fascista, insediatosi sul lago di Garda che, preso atto del disfacimento dell'esercito, puntò anche sulla ricostruzione di un corpo militare autonomo per accreditare di fronte alla opinione pubblica e soprattutto presso l'alleato-padrone tedesco la propria fisionomia di potere legittimo ed effettivo.

Come è noto il tentativo, ostacolato fattivamente dalle autorità tedesche, mise capo ad un bando di reclutamento emanato nel novembre del '43, con il quale si chiamarono alle armi i giovani nati nel 1925 e negli ultimi tre mesi del 1942. La coscrizione non diede risultati apprezzabili e i giovani o andarono in montagna o cercarono rifugio in Svizzera, in Francia ed in altri Pesi europei.

 E' l'inizio di una guerra civile.

Da una parte combattevano giovani e meno giovani, di ogni tendenza ed appartenenza politica e religiosa, desiderosi di un ritorno alla libertà sia in Italia, sia in Europa.

Dall'altra parte c'erano i giovani e i meno giovani, liberi o coscritti, che presero le armi a sostegno di un'Italia ed un'Europa aggiogati al nazifascismo.

Né la retorica tanto meno il revisionismo in atto possono offuscare quelle scelte.

A guerra finita si verificarono episodi sicuramente deplorevoli, ma vanno capiti e, soprattutto, contestualizzati.

Piazzale Loreto è la rappresentazione tragica di una storia durata vent'anni che all'Italia era costata la perdita della libertà e della democrazia.

Nell'estate del 1946, dopo la vittoria referendaria repubblicana, una commissione di 75 membri della Costituente avvia i lavori. I commissari sono designati dai partiti politici dell'arco costituzionale e la parola d'ordine è quella di scrivere una Carta costituzionale repubblicana. Si tratta di grandi professionisti del diritto.

E' questo un grande elemento che segna gli anni della formazione dell'Italia democratica, in cui la Costituzione repubblicana rappresenta l'elemento essenziale di rinnovamento, verso cui tendono tutti i partiti, che già si erano trovati uniti nella lotta di resistenza la nazifascismo e nella battaglia repubblicana.

Una unitarietà che ha permesso di sconfiggere i momenti più drammatici della nostra storia repubblicana, dalle connivenze tra politica e servizi deviati, tra servizi deviati a terrorismo, di destra e di sinistra, tra uomini politici, da non confondere con la politica, per amor del cielo, e il malaffare. Dagli "Anni Ottanta" ai nostri giorni si è creato un clima di sospetti collettivi che non aiutano a progettare nuove visioni per un futuro di normalità. Nessuna giustificazione, ci mancherebbe altro, per quei politici che si sono macchiati di ruberìe di ogni genere.

Bisogna pur esserci un modo di distinguere tra chi ha servito onorevolmente il Paese e chi è stato preda del più bieco familismo.

Bisogna pur esserci un modo, diverso dall'odio collettivo, per cercare di capire "dove stiamo andando".

Un modo che ci faccia riscoprire quell'unitarietà in grado di sconfiggere quella cultura, in auge, di disinteresse per la "cosa pubblica", che possa permetterci di guardare, oltre il presente, isolando i predicatori di odio.

Gli eroi, quelli veri, hanno bisogno di verità affinché siano di monito alle generazioni future, così come, anche, il giovane Giacomo Ulivi si era augurato avvenisse prima della sua fucilazione.

 

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