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Mi dà il dispositivo della sentenza e le prendo la mano. L'altra è giù sul suo fianco

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 Quando entriamo il Gip è già in piedi con la motivazione nelle mani. Le mie sono sudate e il colletto della camicia si è incollato ai capelli. Per la prima volta, in questa giornata fatta non soltanto di sole che penetra dalle finestre, avverto una stanchezza profonda. L'adrenalina sta per lasciarmi, credo.

"In nome del Popolo Italiano Il Tribunale in persona del Giudice per le Indagini Preliminari pronuncia sentenza di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto ai sensi dell'art. 425 Cpp. Giorni 60 per la motivazione".

Tardito esce come una saetta dalla stanza a testa bassa. Jamel salta sulla mattonella come un canguro ed il Gip lo riprende dicendogli che la prossima volta non sarà tenera. Agata ed io usciamo semi storditi da un epilogo così inaspettato. Non speravo in una sentenza così liberatoria per Jamel. E per me. Agata si avvicina al mio orecchio e mi alita nell'orecchio:" Questa sera con chi festeggi ?".

Mi sembra di sognare. La mia vita un'ora fa era incollata ad una specie di photofinish della disperazione ed ora sono il campione mondiale della luce sui cento metri di un successo che neanche mi sarei sognato. Le parole ardenti sussurrate all'orecchio mi hanno trasmesso un brivido lungo la schiena. Andiamo bene.Cerco di fare l'indifferente ma ho i polmoni che ansimano come due pompe all'elio. Il cuore è un rinoceronte che sta caricando una roulotte. Chiedo ad Agata di fare la copia del dispositivo, almeno riesco a prendere fiato un momento. Vado ad aspettarla fuori, dai motorini, da dove si vede il mare luccicare come in un quadro di Renoir, una distesa di scaglie al sole. Mi appoggio al motorino e apro il giornale. Dietro i miei occhiali da sole sto cercando di rielaborare il da farsi. Sono ebbro di gioia come un ragazzo. Sento una forza prodigiosa penetrarmi nelle vene, a macchia d'olio. Agata esce. E' bellissima. Non riesco più a distinguere tra una splendida occasione di complicarmi l'esistenza e il lavoro o un amore capace di farmi ascendere in cielo. Torniamo in ufficio. Devo studiare e stare con i piedi per terra. Tra due giorni incomincia il processo a carico della Salmaso. Non posso distrarmi. La desidero da morire. L'ho desiderata come mai altra donna ed ora sto cercando tutti i motivi possibili per non imbarcarmi in questa storia. Non ho il coraggio di guardarla in faccia ma sento i suoi occhi che mi fissano. Succede tutto in fretta come in un film di Charlie Chaplin, quelli in cui i fotogrammi si moltiplicano nella retina come se si riproducessero. Mi dà il dispositivo della sentenza e le prendo la mano. L'altra è giù sul suo fianco, a cercarle una coscia. E' un attimo, un battito di ciglia, un lampo che dura tutta la vita. Ci ritroviamo sulla scrivania con me che la frugo dappertutto. E' soda come granito e le gambe sono tornite, nervose, piene. La prendo come se non dovessi saziarmi mai. Butto giù codici, penne, rompo anche una fotografia. La prendo da dietro, per me è la prima volta che amo così, lei ansima ed io sono in paradiso. La mordo dappertutto, la bacio come se dovessi respirare con i suoi polmoni, quasi quasi cerco di mangiarla. Le strappo le calze bianche. Non voglio ostacoli sul territorio che mi ritrovo ad espugnare. Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. In questo amore scaccio tutti i miei fantasmi, le frustrazioni, tutte le paure di quest'ultimo periodo, le notti assassine a guardare il soffitto, la solitudine che da sempre mi fa da scorta. E' come se fossi entrato in un porto dopo infinite peregrinazioni sui mari di mezzo mondo. La mia disperazione si stempera in questo abbraccio che non voglio finisca mai. Ti amo Agata, ti amo da morire, sei la donna che mi fa palpitare il cuore, quella che fa sorgere il sole tutti i giorni sulla terra, quella in cui ritrovo una carezza sconfinata e sempre nuova. Sono a casa.

Finalmente.

 Andiamo da me. Insieme. Quando entriamo, troviamo Ottavio. Sta per uscire. Gli basta un'occhiata per comprendere tutto. Esibisce un sorriso luminoso, avvolgente, è felice anche lui. Le fa una carezza. Si appartano un attimo, mentre vado di là a togliermi giacca e cravatta. Li sento parlare fitto, qualche risata punteggia il loro discorso. Sembrano padre e figlia. Seguono la stessa direzione. Sentono lo stesso vento.Cielo o inferno. Paradiso o abisso. Quando torno Ottavio è già uscito e sul tavolo fa bella mostra di sé il suo cus cus, onusto di pesci,carne e verdure varie. Vicino, una salsa piccante preparata a mani nude e mortaio, con peperoncini freschi, rossi e verdi da far male alla vista, colti lo stesso giorno dal suo orto misterioso. Ottavio appartiene a quella schiera di eletti che in città possiedono un giardino concluso in mezzo alle case, una attaccata a ridosso dell'altra, dove neanche la luce del sole penetra. Se le guardi da fuori non puoi immaginare la varietà di piante che le porte di accesso ed i muri sbreccati nascondono al di là delle pietre incementate. Dietro quegli usci e quei sassi vecchi come il sole, ci sono alberi misteriosi, dal tronco spesso, e verdure che venivano coltivate già durante il dopoguerra. Questa è la città di Libereso Guglielmi, il giardiniere di Italo Calvino. In Via Borea possiede un giardino dei miracoli, piantato ad alberi tropicali e verdure da sogno, al filo della strada e dietro un muro con sopra ancora i cocci aguzzi di bottiglia. Ci sediamo e mangiamo. Come non mi capitava da una vita. Beviamo una bottiglia di pigato che avevo in frigo da tempo. Il vino non è mai stato così buono. La luce così chiara. Anche quando scende il buio e la malinconia questa volta non fa male. Sta lontana. Rifacciamo l'amore, fino alle tre di mattina, quando crolliamo esausti tutti e due. Dormiamo abbracciati, a conchiglia. Lei si gira ed io mi incollo al suo corpo, ancora sudato, con le mani abbarbicate ai suoi seni. Quelli che le spiavo sotto le camicie quando avevo cominciato ad accorgermi della sua donnità. Si può dire, secondo voi ? Non è mica un neologismo stupido o azzardato. Secondo me contiene la radice di domina, padrona in latino. Il termine donno si ritrova anche in Dante. La donnità – per me – è qualcosa in più della femminilità. E' un concetto che abbraccia una categoria più ampia e più antica, con qualcosa di ancestrale che la ispira ab intrinseco. E' una categoria ontologica, un lembo di cielo in cui tuffarsi tutte le volte in cui la vita ti mette alla prova. O alla gogna. E' la figura della donna, quella che ti fa venire nel letto ai limiti del collasso, ma anche che viene a vedere se stai bene, se respiri di notte, se il tuo sonno non sia turbato da sogni appuntiti come carta da imballaggio, o quella che ti fa una carezza alla sera per far evaporare il sale amaro di una giornata. Non faccio neanche un sogno, ed il mio sonno, seppur per poche ore, fila via senza intoppi. Al mattino presto, quando la sveglia suona la carica, balzo giù dal letto come un ragazzo, senza sentire un dolore, l'oppressione sul cuore che mi accompagna da tempo è svanita. Agata dorme profondamente. I suoi lineamenti sono rilassati. Qualcosa mi dice che questa donna mi salverà la vita. La mia esistenza alla deriva forse sta riprendendo il sangue perduto dal momento in cui è arrivata in un porto non sepolto. E' al sole, ed io non lo avevo mai visto prima. Sono un Corto Maltese ringiovanito senza sigaretta pendula tra le labbra.

Non ne ho più bisogno.

Doccia, barba, mi vesto di gran carriera, le lascio un biglietto in cucina, sul tavolo. Esco fischiettando. Non so da quando non mi capitava. Vedo il sole anche nell'ascensore, che mi sembra più ampia. Mi viene in mente Giulia. Dovrò dirglielo, senza ambagi. Non voglio darle un dispiacere ma bisogna farlo. Un colpo secco, uno strappo definitivo dalla mia vita precedente e poi verso il mio futuro dove c'è parecchio da fare. Verso il mare aperto. Arrivo in studio d'involata. Appena entro sento la segreteria telefonica cicalare e vedo il fax zeppo di fogli. Alcuni sono per terra. Arrotolati uno sull'altro. Apro le persiane ed ordino un caffè. Vado a vedere di che si tratta. Faccio scattare la segreteria telefonica. Due telefonate mute ed un messaggio chiaro, scandito in modo da far sentire le sillabe distintamente:" Squinzati, mi puoi chiamare perpiacere, sono Alessandra Perino, la giornalista di Rai 3. Devo parlarti con urgenza." Guardo i fax. Sono articoli di stampa usciti questa mattina. Parlano tutti di una sola cosa. Può un avvocato come Mario Squinzati difendere un Giudice quando il difensore è imputato a sua volta ?

Questo è un attacco frontale, anzi subdolo, ai limiti della liceità. E' una diffamazione a tutto tondo ma pesa come una pietra. Sudo freddo. Una rabbia profonda mi monta dentro, come fuoco. Bastardi figli di puttana. Una messe di articoli del genere a due giorni dalla prima udienza dibattimentale è un atto vigliacco. Credo di sapere da dove arrivi la freccia. Devo stare calmo e non prendere cappello. Non devo muovermi più di tanto ma abbassare la testa attendendo che passi la tempesta. I titoli squillano in prima pagina. In tribunale scoppia il caso Squinzati, dice uno. La mia foto campeggia al centro della pagina, stile mostro di Firenze. Ho già capito che tipo di giornata mi attende oggi. Eppure l'aria è cambiata. Sono cambiato io, in una notte. Forse questo amore mi darà la forza di resistere all'ondata di melma che mi si sta abbattendo addosso. Nella vita le giornate di sole me l'hanno sempre fatte pagare salate. Questa mattina sto pagando pegno per una giornata vittoriosa. Niente di nuovo, quindi. Un sms fa vibrare il cellulare. "Non si preoccupi. Vada avanti". E' la Salmaso. Squilla il telefono. E' Giulia. "Ho letto i giornali. Sono degli schifosi. Vuoi che venga da te ?". "No, grazie Giulia, non ti preoccupare".

"Questa sera cucino io,facciamo una bella cena, Mario".

Mi ci mancava subito anche questo, a inizio giornata.

"Giulia, non posso, sto studiando per il processo. Facciamo che ti chiamo io. Ti devo parlare comunque".

Un momento di silenzio.

"Di cosa ?", il suo tono è già cambiato.

"Adesso non posso, Giulia. Ci sentiamo presto, appena mi libero. Ciao". E metto giù. E' sempre stata così. Troppo addosso. Il telefono squilla di nuovo.

"Mario, non reagire, non fare un movimento. Domani con il giornale ci incartano il pesce".

"Ottavio, ma sei già in piedi ?".

"Sai che mi alzo presto. Per me sei l'uomo più onesto che conosca e questa è viltà. Vai avanti e fai assolvere quella donna. Fai tutto quello che devi fare e non farti spaventare da niente che non sia la tua coscienza. Ah, a proposito: comportati bene con Agata. E' un angelo".

Forza e coraggio, Squinzati.

Dopo aprile, viene maggio. 

 

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