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John Stuart Mill: "In difesa della tolleranza e del dubbio"

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Secondo John Stuart Mill qualunque sia l'argomento affrontato, anche l'immortalità dell'anima o l'esistenza di Dio, il dubbio e la tolleranza sono sempre piú positivi della sicurezza di giudizio e della pretesa d'infallibilità.

J. S. Mill, La libertà

Per mostrare piú chiaramente quanto male si faccia con il rifiutar d'ascoltare delle opinioni perché noi le abbiamo condannate in anticipazione nel nostro proprio giudizio, sarebbe desiderabile stabilire la discussione su di un caso determinato. Io scelgo di preferenza i casi che mi sono meno favorevoli, quelli nei quali l'argomento contro la libertà di opinioni, e dal punto di vista della verità e dal punto di vista della utilità, è considerato come il piú forte.

Poniamo che le opinioni combattute siano la credenza in Dio ed in una vita futura o non importa qualche altra fra le dottrine di morale generalmente accettate. Dar battaglia su questo terreno è come offrire un gran vantaggio ad un avversario di mala fede, poiché esso dirà sicuramente (e con lui molte persone che non desiderano punto d'essere in malafede): – Queste sono dunque dottrine che voi non ritenete abbastanza certe per esser poste sotto la protezione della legge? La credenza in Dio è una di quelle opinioni di cui non si può sentirsi sicuro, senza pretendere all'infallibilità?

Ma io domando che mi si permetta di notare come il sentirsi certo di una dottrina, qualunque essa sia, non è ciò che io dico pretendere all'infallibilità. Io, con questo, intendo il mettersi a decidere una tale questione anche per conto degli altri, senza permetter loro di sentire ciò che si può obbiettare dall'altro canto. Io non denuncio e biasimo meno questa pretesa, se essa si fa innanzi per sostenere le mie piú solenni convinzioni. Un uomo ha un bell'essere positivamente convinto, non soltanto della felicità, ma anche delle conseguenze perniciose, non soltanto delle conseguenze perniciose, ma anche (per adoperar delle espressioni che io pienamente condanno) dell'immoralità e della empietà di un'opinione; se nondimeno, in conseguenza di questo giudizio personale egli impedisca a questa opinione di parlare in propria difesa, egli afferma la propria infallibilità. E questa affermazione è ben lungi dall'essere meno pericolosa o meno biasimevole perché l'opinione è detta immorale od empia; al contrario, questo è il caso piú fatale di tutti.

 Queste sono precisamente le occasioni in cui gli uomini commettono quegli spaventevoli errori che suscitano la stupefazione e l'orrore della posterità. Noi ne troviamo degli esempi memorabili nella storia, quando vediamo il braccio della legge occupato a distruggere gli uomini migliori e le piú nobili dottrine: e questo, purtroppo, con grande successo quanto agli uomini; quanto alle dottrine, parecchie hanno sopravvissuto, per essere proprio, quasi per derisione, invocate in difesa di una simile condotta verso di quelle che non le accettavano, o che ne rifiutavano la interpretazione comune.

Non si può ricordare abbastanza sovente alla specie umana che vi è stato un uomo, il quale si chiamò Socrate, e che vi fu un memorabile conflitto tra quest'uomo da una parte e le autorità legali e l'opinione pubblica dall'altra. Egli era nato in un secolo e in un paese ricchi di grandezze individuali; la sua memoria ci è stata trasmessa da quelli che conoscono meglio lui e l'età sua, come la memoria dell'uomo piú virtuoso del suo tempo. Noi lo conosciamo al tempo stesso come il caposcuola e il prototipo di tutti quei grandi maestri di virtú che vennero dopo di lui, attraverso la sorgente dell'inspirazione di Platone e del giudizio utilitarismo di Aristotele, "i maestri di color che sanno", i due creatori di qualunque filosofia, etica e non etica. Questo maestro riconosciuto da tutti i pensatori eminenti a lui posteriori; quest'uomo la cui gloria sempre crescente da piú che duemila anni supera quella di tutti gli altri nomi che resero illustre la sua città natale, fu mandato a morte dai suoi concittadini, dopo una condanna legale, come colpevole d'empietà e d'immoralità. Empietà, perché negava gli dei riconosciuti dallo Stato; a vero dire il suo accusatore afferma ch'egli non credeva in alcuno. Immoralità, perché corrompeva la gioventú con le sue dottrine e coi suoi insegnamenti. Si hanno tutte le ragioni per credere che il tribunale lo abbia trovato, in coscienza, colpevole di questi delitti; ed esso condannò ad essere mandato a morte come un volgare malfattore l'uomo che fra i suoi contemporanei era probabilmente il piú benemerito verso la specie umana.

 Passiamo all'altro, unico esempio di iniquità giudiziaria, per ricordare il quale, dopo la morte di Socrate, non si debba scendere un gradino piú basso. Noi alludiamo all'avvenimento che si compí sul calvario, piú di diciotto secoli or sono. L'uomo che lasciò in tutti quelli che l'avevano veduto e sentito una tale impressione della sua grandezza morale, che diciotto secoli hanno reso omaggio a lui come all'Onnipotente, fu condannato a morte ignominiosa come bestemmiatore. Perché? Non soltanto gli uomini non riconobbero punto il loro benefattore, ma lo presero per il contrario di quello ch'egli era, e lo trattarono come un prodigio di empietà. Ed ora sono ritenuti essi come tali, a cagione del modo con cui lo trattarono. I sentimenti che animano oggi la specie umana a proposito di questi dolorosi avvenimenti, la rendono estremamente ingiusta nel suo giudizio sugli sciagurati attori.

Questi, secondo ogni apparenza, non erano peggiori della generalità degli uomini: erano all'incontro uomini che possedevano in modo completo, piú che completo forse, il sentimento religioso, morale e patriottico del loro tempo e del loro paese; di quelli uomini insomma che sono fatti in ogni tempo, compreso il nostro, per traversare la vita rispettati e senza macchia. Quando il gran sacerdote si stracciò gli abiti sentendo pronunciare le parole che, secondo le idee del suo paese, costituivano il piú nero dei delitti, la sua indignazione e il suo orrore erano probabilmente cosí sinceri, come oggi i sentimenti morali e religiosi professati dalla generalità delle persone pie e rispettabili. E molti di quelli che ora fremono della sua condotta, avrebbero agito allo stesso modo, se avessero vissuto in quell'epoca, e fossero stati ebrei. I cristiani ortodossi che sono tentati a credere uomini assai peggiori di loro quelli che lapidavano i primi martiri, dovrebbero ricordarsi che San Paolo fu tra questi persecutori.

J. S. Mill, Pagine scelte, Facchi, Milano, 1923, pagg. 53-56

 

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