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Nel cortile del Tribunale

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 Il cortile del tribunale penale di piazzale Clodio era come al so­lito affollatissimo.

L'enorme statua di Mercurio – divinità protettrice dei ladri – svettava sui tanti frequentatori della cosiddetta Città Giudiziaria: avvocati, avvocatucoli, praticanti, magistrati, delinquenti, magi­strati delinquenti, rappresentanti delle Forze dell'Ordine, testi­moni, funzionari di cancelleria e tutto il resto di quella variopinta umanità legata al mondo dei processi.

Mercurio sembrava voler spiccare un grande balzo in avanti, forse per scavalcare il muro perimetrale e allontanarsi da quel posto orribile il più velocemente possibile.

Tuttavia, essendo condannato a un'eterna e assoluta immobi­lità, il Dio dei ladri si accontentava di puntare il suo lungo dito indice – nero, minaccioso e ammonitore – verso il palazzo dove si trovavano gli uffici della Procura della Repubblica di Roma, il che aveva indotto molte persone a convincersi che la scelta di posizionare la statua in quel modo non fosse stata del tutto casuale.

L'happening cortilizio, che cominciava verso le dieci della mat­tina e andava avanti sino all'ora di pranzo, vedeva impegnate de­cine di persone – uomini, donne e indecisi – che non avrebbero mai perso un'occasione così ghiotta per chiacchierare, fumare, sfilare in passerella, prendere il sole, flirtare, sembrare indaffarati senza esserlo veramente, telefonare, insomma per compiere tutta quell'ampia, spensierata e divertente serie di attività ricompresa nella definizione di "cazzeggio".

 Alessandro Gordiani stava appunto cazzeggiando in cortile con alcuni colleghi quando sentì squillare il suo cellulare.

Per lui, compulsivo maniaco del controllo, anche lo squillo del cellulare – insieme a centinaia di altre cose – costituiva una cospicua fonte di ansia. E mo' che è successo? era la domanda che si poneva automaticamente, con un riflesso incondizionato alla cane di Pavlov, ogniqualvolta qualcuno gli telefonava.

In quel caso poi a chiamare era un numero "sconosciuto", quindi l'incertezza sull'identità del suo interlocutore non fece che accrescere dentro di lui la spiacevole sensazione che dovesse per forza trattarsi di seccature in agguato.

"Pronto?", rispose guardingo.

"Parlo con l'avvocato Gordiani?", chiese lo sconosciuto. "Buongiorno, mi chiamo Sergio Piacentini".

Il nome non gli diceva nulla.

"Non ci conosciamo, avvocato", proseguì lui, "ho avuto il suo numero da un amico comune, Carlo Placco".

Carlo Placco? Erano circa due anni che non lo vedeva né lo sentiva. Un tempo l'aveva frequentato con assiduità per via delle partite di calcetto del mercoledì sera, fino a che non avevano de­ciso di cacciarlo con ignominia con l'accusa di essere manifesta­mente scarso. In un paio di occasioni erano anche usciti insieme a cena con le rispettive famiglie.

"Mi scusi se l'ho disturbata", proseguì educatamente Piacen­tini, "ma ho urgente necessità di parlare con lei".

"Cosa le è successo?"

"A me nulla… purtroppo", rispose lui con la voce incrinata, "mia moglie invece è…è morta".

A quella rivelazione Gordiani si chiese istintivamente se l'uomo c'entrasse qualcosa con la morte della moglie, se, insomma, stesse parlando al telefono con un omicida.

"L'hanno uccisa i medici", precisò Piacentini, risolvendo in­volontariamente il dubbio dell'avvocato, "sono sicuro che han­no combinato qualche casino in sala operatoria. Mia moglie era sanissima".

"Si fermi un attimo", lo interruppe immediatamente Gordia­ni, "quando è successo il fatto?"

"Ieri. Ho già denunciato tutti alla Polizia per omicidio col­poso e oggi mi è arrivato un foglio dal giudice e quindi bisogna subito…"

"Chi ha denunciato? Quale polizia? Quale giudice?", lo inter­ruppe nuovamente l'avvocato, "che foglio?"

 Il consueto problema, in pratica irrisolvibile, delle cosiddette "consulenze telefoniche urgenti", pensò sconsolato Gordiani. Telefonate frammentarie, notizie spezzettate, terminologia am­bigua ("giudice", "foglio"), richieste categoriche con scadenze temporali ravvicinatissime e imprecisate ("bisogna subito"), det­tate da clienti non ancora tali che già avrebbero voluto sostituire il "loro" avvocato "non ancora loro" in quelle che avrebbero dovuto essere decisioni di sua esclusiva competenza.

"Signor Piacentini, mi scusi se la interrompo di nuovo", con­tinuò cercando d'intromettersi in quel fiume impetuoso di pa­role, "capisco bene che in questo particolare momento lei sia sconvolto. Lo comprendo e mi dispiace. Davvero. Mi dispiace profondamente per quello che è accaduto a sua moglie, mi cre­da. Però deve restare calmo. È necessario procedere per gradi, altrimenti rischiamo di non capirci nulla e di fare soltanto con­fusione. Mi stava dicendo che, per la morte di sua moglie, ha presentato ieri una denuncia presso la polizia".

"Esatto", rispose l'uomo, che, dopo quella tirata, sembrava essersi calmato.

"Quale commissariato?"

"Quello dell'ospedale".

"Quale ospedale?"

"Il San Carlo di Nancy".

Molto bene, pensò Gordiani. Risposte telegrafiche e precise. Stavano procedendo in modo corretto.

 

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