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Nessuno più vuol fare l'avvocato, meglio un call center. Tra abbandoni e redditi 0, siamo al day before

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C'è un articolo, pubblicato oggi su Perugia Today, a firma di Umberto Maiorca, che costringe ad una riflessione impietosa. Si parte da un dato, inoppugnabile. Gli iscritti alla prossima sessione di esami per l'abilitazione forense presso la Corte d'appello perugina - quella, per intenderci, le cui prove scritte si terranno tra pochi giorni - sono appena 268. Una trentina in meno rispetto al minimo storico raggiunto l'anno scorso, ma oltre il 60,70% in meno rispetto ai numeri di qualche anno. Insomma, nessuno aspira a fare l'avvocato, tranne, forse, chi ha un genitore, un altro parente, con uno studio alle spalle. Che sia avviato, però, perché l'abbandono della professione non riguarda solo i neofiti, ma anche gli avvocati iscritti da anni all'albo. In molti pensano di abbandonare la nave, anche quando non è all'orizzonte la terra ferma, un porto sicuro. Anche qui, i dati sono impietosì. 20 cancellazioni solo nell'ultimo anno, unite a qualche sospensione dall'esercizio professionale.

Si scappa via dalla professione forense, senza pensarci su nemmeno a lungo. I numeri, d'altronde, non lasciano alcuna prospettiva. L'ordine di Perugia, riporta il quotidiano, è passato da 500 a 2000 iscritti, con un aumento del 400%. Simili le proporzioni che si registrano in Umbria, 3000 avvocati iscritti all'albo. Incrociando questi dati con il numero dei procedimenti giudiziari pendenti negli uffici giudiziari del territorio, il risultato è catastrofico. Ogni avvocato ha a disposizione una media di 12 cause l'anno nel civile, meno di 3 nel penale. Equilibri insostenibili, da default. Fuori dai denti, e dalla retorica, per una buona parte degli avvocati non esisterebbe, con questi i numeri, alcuna possibilità di futuro, e non è un caso che circa il 40% degli avvocati italiani dichiari un reddito inferiore, alcuni di molto, a quello degli operatori call center o di categorie per nulla scolarizzate.
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. La celebre massima di Tito Livio, riportata anche in occasione delle esequie del prefetto Dalla Chiesa e della sua consorte, dà il senso esatto della situazione dell'avvocatura italiana. Per decenni, improvvide burocrazie forensi e comparati politici di riferimento hanno alacremente lavorato per determinare l'attuale disastro. Nessuna barriera, nessuna selezione meritocratica, un'estrema sciatteria anche nella conduzione, quasi sempre approssimativa quando non clientelare, della pratica forense come anche degli esami di abilitazione. Un costo della Giustizia passato alle stelle, interpretato come modo per raschiare denaro, così da tappare i buchi di una spesa pubblica che mai, peraltro, ha individuato la giustizia come una priorità del paese.
Il disastro è oggi compiuto, e per salvare il salvabile occorrerebbe intelligenza, impegno, lucidità, senso della prospettiva, capacità di lasciare i propri orticelli e guardare molto oltre. Individuare obiettivi, strategie, darsi dei tempi. C'è una sensibilità in alcuni giovani presidenti degli ordini locali, In molti casi profondamente rinnovati. Ieri, partecipando a Catania ad un convegno organizzato dal coordinamento delle associazioni forensi, presieduto dall'ottimo Luigi Vitali, sulla riforma proposta dall'on. Enza Bruno Bossio, ho ascoltato gli accorati appelli dei giovani presidenti dei Coa di Siracusa, Ragusa, Catania, avvocati Francesco Favi, Emanuela Tumino, Rosario Pizzino, a rimboccarsi le maniche, tutti. Ma anche la disillusione per le occasioni perdute, per una burocrazia forense non all'altezza di un compito storico, delle troppe vischiosità che rischiano di rallentare, se non di paralizzare, quel processo di riforma che è l'unica alternativa alla dissoluzione, all'implosione del sistema avvocatura in Italia.
Gli avvocati, è stato osservato, se fossero un partito sarebbero il primo gruppo parlamentare, eppure l'avvocatura è allo sbando. Si impone adesso la capacità di gettare il cuore oltre la siepe, di abbandonare il particulare per puntare all'interesse generale. Che non è solo quello dell'avvocatura o del destino personale di buona parte dei circa 250mila avvocati. Ma che, in definitiva, è la difesa del sistema Giustizia. Perché se l'avvocatura scompare, nessuno si faccia illusioni, sarà la giustizia a scomparire.

 

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