caravita

Questo Consiglio, mentre deve purtroppo constatare come il funzionamento della giustizia civile versi attualmente in uno stato di disagio, che si manifesta particolarmente nella lentezza indiscriminata dei procedimenti, nell'inutile dispendio di tempo e di attività da parte dei difensori, nelle eccessive remore alla emissione dei provvedimenti giurisdizionali, nella non perfetta organizzazione degli uffici, ritiene d'altra parte che malamente si tenda ad individuare le cause di tale stato di disagio o di crisi nelle disposizioni di legge in vigore.

La causa prima dei lamentati inconvenienti deve essere invece identificata nella scarsità dei mezzi personali e materiali che lo Stato pone a disposizione dei cittadini per l'assolvimento di quella sua funzione essenziale che è il rendere giustizia
(Angiola Sbaiz e Gianluigi Pugliesi, Consiglio dell'Ordine di Bologna, relazione presentata al III Congresso della Avvocatura italiana – Trieste, 21 – 25 settembre 1955 – "Pagine sparse sull'avvocatura", a cura di Giuliano Berti Arnoaldi Veli, pubblicato dal Consiglio dell'Ordine edegli Avvocati di Bologna)

Anno 1955 – Angiola Sbaiz, Consigliere storico dell'Ordine di Bologna, e Gianluigi Pugliesi, altro Consigliere, nella loro relazione al Terzo Congresso Nazionale Forense dicono una verità che è quasi banale, nella sua inoppugnabile fondatezza.
Lo Stato non pone a disposizione dei cittadini i mezzi necessari per assolvere ad una funzione essenziale, il rendere giustizia.
Non è questioni di leggi, o di procedure. La macchina dello Stato non funziona, la giustizia, soprattutto quella civile, è insopportabilmente lenta.

Siamo nel 1955, quando vengono dette queste cose. La guerra è finita da dieci anni, ancora possiamo cercare di trovare giustificazioni alla disorganizzazione, non certo alla inerzia.

Ma a distanza di 63 anni, cosa è cambiato?
Si può serenamente affermare: nulla.
Anzi la macchina è sempre più farraginosa, ingolfata, lenta.
Eppure proviamo ad immaginare uno scenario apocalittico: domani mattina, spariscono i Tribunali, le Cancellerie, gli edifici, gli archivi, i faldoni.
Smetterà per questo la gente di litigare, di scontrarsi? Cesseranno le questioni "giuridiche"? Certamente no. 

Sempre domani mattina, d'incanto, spariranno gli Ordini, nessuno saprà più il significato della parola "Avvocato" (ammessa che già adesso ci sia qualcuno che sappia bene cosa voglia dire).
I semplici, gli ignoranti, i sopraffatti, gli impreparati, gli sprovveduti, avranno per questo motivo meno necessità di essere assistiti?
Direi proprio di no. Anzi, la necessità di ricreare rapidamente tutto sarà drammaticamente impellente.
Ecco, se non vogliamo finire alle macchinette computerizzate che dicono giustizia, gestite dai privati, se non vogliamo trovarci a camminare nel suk del Tribunale Unico Unificato Nazionale, in mezzo a paglietta, strascinafaccende, mozzaorecchi, spacciatori di parole, dobbiamo avere ben chiaro questo.
L'avvocatura è chiamata a rinforzare l'ossatura della macchina Giustizia, ma da sola non può fare nulla.

E' lo Stato che deve fornire i mezzi, le aule, il personale, i Giudici, le strutture all'interno delle quali muoversi.
Lo Stato deve porre a disposizione dei cittadini i mezzi personali e materiali per l'assolvimento di quella sua funzione essenziale che è il rendere giustizia: non ci sono alternative, non ci sono ricorsi al posto degli atti di citazione, modifiche della prescrizione, e altre amenità del genere.
All'avvocato invece rimane l'arduo compito di adeguarsi all'incedere della tecnologia, della rivoluzione informatica, mantenendo l'animo puro dell'umanista, capace di interpretare la realtà. Un conto sarà infatti l'intelligenza informatica, e un altro conto sarà la coscienza e l'etica, che mai - a mio avviso potrà – essere informatizzata.

Una preparatissima Collega, l'Avvocato Deborah Wahl, laureata anche in psicologia clinica, ha sviluppato i suoi studi anche su un tema che dovremmo approfondire tutti: il rapporto avvocato – cliente, le richieste non espresse, la gestione del rapporto (inserendo anche in questo delicatissimo il cambio di impostazione del rapporto, inserendo nel tema il nodo cruciale della nostra odierna esperienza di Avvocati, e cioè la web competenza dell'assistito, che va gestita, compresa, pilotata ed anche ascoltata).
Quindi, allo Stato il compito di "costruire" o ricostruire la casa della Giustizia (con mezzi, personale e strumenti adeguati) senza la quale la Giustizia stessa non può essere resa.
Alla Avvocatura il compito di vigilare su questa "ricostruzione" concorrendovi con il suo apporto ove possibile, ma ricordando sempre che non è compito dell'Avvocatura ma dello Stato.
Alla Avvocatura, invece il compito di adeguarsi al futuro, rimanendo però corpo essenzialmente umanista: ricordo altre parole antiche ma attuali come quelle di Angiola Sbaiz. Scriveva Edoardo Frosini nel 1967, nel suo "Cibernetica, diritto e società": "All'umanista del futuro la società tecnologica concederà protezioni e aiuti sempre più larghi, e sarà riverito come specie rara e privilegiata, a cui si apprestano condizioni ambientali favorevoli, perché sopravviva, sottratta all'asservimento collettivo." (Edizioni di Comunità – Collana Diritto e Cultura Moderna)