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Previdenza forense: numerosità e questione meridionale

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Il collega Salvatore Lucignano, incrociando il rapporto Szimez 2018 e il rapporto Censis sulla avvocatura italiana 2018, ha pubblicato sui social un'analisi molto puntuale, leggibile nella pagina ARDE, che mi stimola alcune riflessioni sul punto di non ritorno in cui siamo arrivati.

Sulla numerosità e femminilizzazione. Complessivamente tra il 1995 e il 2017 il numero di iscritti all'Ordine degli avvocati è cresciuto poco meno di 160mila unità (con un tasso complessivo nel periodo pari al 192%), ma tale crescita ha riguardato in misura nettamente maggiore le donne che sono aumentate di quasi 95mila unità (con un tasso complessivo del 452%) rispetto all'incremento di 64.700 uomini (con un tasso di crescita complessivo del 104%).
Ovviamente tutto ciò ha inciso in maniera netta sull'identità e la composizione di genere della professione che è passata da essere prevalentemente maschile a essere equidistribuita (nel 1995 le donne rappresentavano il 25% del totale degli avvocati mentre oggi costituiscono il 47,8%) e, in prospettiva, qualora i tassi di crescita delle donne avvocato continuassero a essere superiori rispetto a quelli degli uomini, a prevalenza femminile.
Il giuramento dei nuovi avvocati di Trento del 12 novembre ne è la rappresentazione plastica.

Distribuzione geografica e rapporto con la popolazione. Un altro aspetto importante riguarda la distribuzione geografica degli avvocati professionisti sia in valori assoluti, sia in termini relativi e rispetto alla popolazione residente, prendendo in considerazione il numero degli iscritti agli albi.
Complessivamente, nel 2017 il numero di avvocati ogni mille abitanti in Italia è pari a 4, ma tale proporzione varia notevolmente: dall'1,4 della Val d'Aosta ai 6,8 della Calabria.
Il grafico 4, che rappresenta la distribuzione di tale indice, ordinato per Regione, evidenzia chiaramente come in tutte le regioni del Mezzogiorno, oltre a Lazio e Abruzzo, il numero di avvocati rispetto alla popolazione residente sia superiore alla media nazionale.

A tutto ciò corrisponde anche la distribuzione complessiva degli avvocati per macro-area geografica, dalla quale emerge la prevalenza della componente meridionale degli avvocati italiani, che costituiscono il 44,6% dell'insieme nazionale, come evidenziato dal grafico 5.

Sulla redditività. Negli anni considerati si è realizzata una riduzione progressiva del reddito medio nazionale degli avvocati il cui andamento è correlato a quello dei livelli del PIL pro-capite nazionale.
La presenza di forti differenziazioni delle distribuzioni geografiche del reddito dove i livelli della provincia di Bolzano e della regione Lombardia (aree con il reddito più alto) sono 4 volte superiori a quelli registrati in Calabria e Molise (aree a reddito più basso).
L'esistenza di gap di genere testimoniato dal fatto che il reddito medio delle professioniste donne è inferiore del 58% rispetto a quello dei colleghi maschi.
La presenza di condizioni di difficoltà delle nuove generazioni che devono arrivare all'età di 45 anni per raggiungere un livello di reddito e possa garantire loro stabilità e autonomia economica.
Il primo dato da segnalare riguarda l'andamento del reddito medio annuo degli iscritti alla Cassa Forense che nel 2015 è stato praticamente uguale a quello che si era registrato venti anni prima e che corrisponde una perdita di potere d'acquisto (calcolato sulle stime del valore del reddito rivalutato) pari al 29%.
Leggermente diversa la situazione se si guarda al dato sul reddito calcolato in base alla totalità degli iscritti all'albo che risulta cresciuta nel periodo considerato, da circa 32 mila a circa 38 mila euro l'anno. In questo caso la perdita stimata del potere d'acquisto è stata del 15%.
Vi sono poi altri importanti fattori e fenomeni da considerare in relazione alle dimensioni geografiche, di genere e generazionali.
Emergono, infatti, notevoli differenze e gap che definiscono una notevole stratificazione della professione rendendo evidente una separazione netta tra:
- professionisti maschi, residenti al nord, ultracinquantenni, che dispongono di livelli di reddito medio-alti;
- professioniste donne, giovani e residenti nel Centro-Sud con livelli di reddito significativamente e decisamente inferiori alla media nazionale.
I livelli di reddito medio, ma anche i relativi andamenti dinamici, premiano maggiormente gli avvocati che risiedono nelle regioni del Nord e nel Lazio.
Vi è una separazione netta tra regioni del Nord da un lato, in cui gli avvocati dispongono di livelli reddito superiori e del Centro Sud dall'altro, dove i valori sono sempre inferiori alle medie nazionali (fatta eccezione del Lazio).


Dal grafico 7, emerge la notevole ampiezza del range: si passa infatti da un reddito medio in Lombardia e nel Trentino Alto Adige che risultano rispettivamente dell'80% e del 71% superiori alla media nazionale a quello della Calabria che è, invece, del 56% inferiore.

«Le perdite di popolazioni più rilevanti si registrano nelle regioni meridionali: meno 146 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017 al Sud. È come se sparisse da un anno all'altro una città meridionale di medie dimensioni». È quanto emerge dal Rapporto 2018 di Svimez, Associazione per lo Sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno. «Un fenomeno che riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno, con la sola eccezione della Sardegna», rileva ancora il Rapporto, edito da Il Mulino e presentato a Roma nei giorni scorsi. «Il peso demografico del Sud diminuisce ed è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri. Negli ultimi 16 anni – registra Svimez – hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all'estero. Quasi 800 mila non sono tornati».
Secondo le previsioni Istat e Svimez «si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perderà 5 milioni di abitanti, molto più che nel resto del Paese, dove la perdita sarà contenuta a un milione e mezzo». (Rapporto Svimez 2018)

Rapidamente le conclusioni. Siamo in troppi, in particolare al Sud.
Le istituzioni forensi debbono affrontare questi problemi che non sono più rinviabili, peccato che al Congresso Nazionale Forense di Catania non se ne sia parlato.
Mi permetto di declinare alcune dritte:
- Cassa Forense, per Statuto, deve garantire previdenza e assistenza a tutti gli iscritti;
- la leva previdenziale non può essere usata per sfoltire il numero degli iscritti e quindi non resta che riformare il sistema per renderlo inclusivo;
- l'intervento sull'accesso alla professione è sicuramente utile pro futuro ma non risolve il problema di oggi;
- cancellazione dagli Albi per i pensionati o imposizione per chi prosegue l'attività di un graduato contributo di solidarietà;
- rotazione negli incarichi da parte della PA;
- maggiore rappresentanza al socio di maggioranza quanto a montante contributivo versato;
- stimolo alla crescita del PIL globale dell'Avvocatura italiana.
Come per l'Italia, solo la crescita ci può aiutare a uscire dal tunnel non certo la "costituzionalizzazione" della Avvocatura italiana.




 

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