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Procedimento penale, SC: “Non risponde di infedele patrocinio il legale che suggerisca di non rispondere”

Procedimento penale, SC: “Non risponde di infedele patrocinio il legale che suggerisca di non rispondere”

Con la sentenza n. 14751/2018, la VI sezione penale della Corte di Cassazione, ha assolto un legale accusato di infedele patrocinio perché, assistendo una donna indagata per favoreggiamento in favore del marito, le aveva suggerito di non rispondere alle domande del PM, così pregiudicando la stessa quale parte offesa per il reato di maltrattamenti commesso dallo stesso marito. Si è, difatti, specificato che il comportamento processuale dell'avvocato che suggerisca alla parte difesa di non rispondere alle domande dell'inquirente in sede di interrogatorio è coerente con il diritto di difesa e, non realizzando alcun nocumento agli interessi dell'assistito, non può essere ricondotto nell'ambito del reato di patrocinio infedele.

Il caso sottoposto all'attenzione della Corte prende avvio dall'esecuzione di un sequestro disposto dal GIP del Tribunale di Udine presso lo studio professionale di un avvocato, incolpato per il reato di infedele patrocinio, per aver suggerito alla sua assistita di non rispondere in sede in interrogatorio dinnanzi al Sostituto Procuratore della Repubblica.

In particolare, l'assistita risultava parte offesa di un procedimento penale instaurato contro il marito per il reato di maltrattamenti in famiglia; dopo qualche mese, tuttavia, la donna ritrattava integralmente le accuse originarie rivolte avverso l'uomo e, in conseguenza di ciò, veniva iscritta nel registro degli indagati per il reato di favoreggiamento personale in favore dello stesso.

Nel corso dell'interrogatorio davanti al Sostituto Procuratore della Repubblica la donna, su consiglio del proprio legale, si avvaleva della facoltà di non rispondere. Da intercettazioni ambientali emergeva che, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto svolgersi l'interrogatorio, il marito aveva contattato telefonicamente la moglie comunicandogli che il proprio avvocato si era accordato con il legale della donna e che insieme avevano deciso che la strategia processuale da seguire doveva essere quella di non rispondere ad alcuna domanda. 

Sulla base del contenuto di tali conversazioni, il pubblico ministero riteneva sussistenti i presupposti per iscrivere l'avvocato nel registro degli indagati per il reato di patrocinio infedele, sul presupposto che l'accordo dei due legali avesse recato pregiudizio alla donna quale parte offesa del reato di maltrattamenti; l'inquirente, pertanto, disponeva la perquisizione locale personale presso lo studio dei due difensori coinvolti, all'esito della quale venivano sequestrati documenti e supporti informatici.

Per tali fatti il Tribunale di Udine, in sede di riesame, disponeva l'annullamento del sequestro evidenziando, tra le altre cose, che il legale – appena nominato difensore e ignaro di molti aspetti della complessa vicenda processuale – si fosse limitato a suggerire alla propria assistita, indagata favoreggiamento personale, di avvalersi della facoltà di non rispondere nell'ambito del disposto interrogatorio e, dunque, ad esplicare un diritto espressamente riconosciuto all'indagato.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Udine, proponendo ricorso per Cassazione, rimarcava come il legale, ancor prima di diventare difensore l'indagata per il reato di favoreggiamento, era difensore di fiducia della medesima per il reato di maltrattamenti ascritto al marito e, proprio in relazione a tale procedimento, si era estrinsecato il danno.

Gli Ermellini non condividono le censure formulate. 

In punto di diritto la Cassazione specifica che il reato di patrocinio infedele, quale reato di evento, è integrato quando il legale, in pendenza di un procedimento nell'ambito del quale si sia realizzata la violazione degli obblighi assunti con il mandato, reca nocumento agli interessi della parte da lui difesa: occorre, quindi, che si realizzi un danno concreto, anche di natura processuale, agli interessi della parte processuale difesa dal patrocinatore, che si rende inadempiente ai suoi doveri professionali.

Con specifico riferimento al caso di specie, l'avvocato rappresentava la propria assistita in due procedimenti penali distinti, ma "a parti invertite", dal momento che in quello per maltrattamenti la donna figurava quale persona offesa, mentre in quello per favoreggiamento personale ella risultava indagata: in relazione all'imputazione per infedele patrocinio, gli Ermellini sottolineano come occorreva valutare l'attività defensionale in relazione al solo specifico procedimento nel quale quell'attività si era dispiegata, senza indagare se i consigli dati potessero nuocere ai fini dell'altro procedimento.

In tale ottica, i suggerimenti dati dal difensore all'indagata erano perfettamente in linea con il diritto di difesa, che vede nell'esercizio della facoltà di non rispondere un'espressione del principio del nemo teneur se detegere, insuscettibile di per sè di recare un qualunque danno, economico o processuale, alla patrocinata.

, per ritenere sussistente il reato, si sarebbe potuto valutare se tali suggerimenti potessero comportare un pregiudizio alla patrocinata quale parte offesa del reato di maltrattamenti: l'atto processuale contestato all'avvocato, quale estrinsecazione di patrocinio infedele, si è difatti realizzato nell'ambito del procedimento nel quale la donna figura quale indagata, e non nell'altro nel quale ella era persona offesa.

In conclusione la Cassazione rigetta il ricorso. 

 

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