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Procuratore, complimenti ma siete un pò in ritardo e ora diteci anche i nomi dei "delfini"

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​Dedico questo mio scritto a Norman, perchè nessuno deve più morire a 27 anni per un concorso truccato o per il marciume negli atenei.

Un terremoto a Catania, con le lancette della scala Richter schizzate verso l'alto, come nemmeno quelle dei termometri di un'estate dall'inizio rovente. Nemmeno l'Etna, che pure di terremoti ne ha causati parecchi, è riuscita ultimamente ad esprimere un'onda d'urto paragonabile a quella innestata, con una semplice firma, dal procuratore capo di Catania.

Che, nel giro di due ore, ha mandato la Digos al Rettorato, in molti dipartimenti universitari della città. Uffici perquisiti, professori fermati con gli studenti increduli a riprendere le scene con i cellulari e a diffonderle su You Tube e social. Una professoressa invitata a seguirli mentre dalla cattedra teneva lezione. Molti sospesi da ogni funzione nel breve volgere di qualche ora. 

Nulla rispetto alla conferenza stampa in procura alle 10 dell'indomani. Una conferenza stampa degna dell'arresto di un terrorista o mafioso di prim'ordine. Slides e video, preparati con cura certosina targati Polizia di Stato, diffusi nell'etere. Uno, ormai, lo conoscono anche al Polo Nord. Quello dell'intercettazione sugli "stronzi da schiacciare". Che erano poi, almeno secondo la procura, i concorrenti che, incautamente, si fossero presentati a quegli esami che erano riservati ai protetti degli inquisiti. Che infatti sono ritenuti dalla procura responsabili di reati come l'associazione a delinquere, la corruzione, la turbativa d'asta.

Nomi eccellenti, sconti per nessuno. Pensate, oltre al Rettore Magnifico (che solo a chiamarlo così si rischia l'orticaria), tanti accademici, un capo dipartimento di Giurisprudenza - Facoltà nella quale Bisognerebbe insegnare il diritto e non il crimine - e perfino un procuratore emerito della Repubblica. Il predecessore di chi lo ha posto in stato di accusa. Un uomo e un magistrato finora giudicato integerrimo. Uno di quelli che ha speso anni per combattere il crimine e la mafia. Uno al quale bisogna essere grati se a Catania e non solo si può girare con minori probabilità che, come accadeva negli anni di piombo, possano spararti addosso. Parliamo, niente di meno, del procuratore Vincenzo D'Agata. Anche lui finito nella graticola in quanto, secondo il suo successore, avrebbe aiutato la figlia, ordinario di anatomia nella locale facoltà di Medicina, e non da dispensatore di semplici consigli paterni. 

Insomma, nella città delle complicità o almeno delle compatibilità di un mosaico i cui frammenti per decenni si sono rispettati e, nei limiti del possibile, pure protetti, è scoppiato il bubbone. Il suo nome è Carmelo Zuccaro, procuratore della Repubblica. Qualcuno, anche negli ambienti giudiziari, se ne era accorto alcuni mesi fa. Da quando il capo della procura ha cominciato ad entrare nelle sale operatorie, contestando a qualche professorone della sanità cittadina di integrare indebitamente il lauto stipendio con le gare d'appalto per l'acquisto di strumenti e medicinali per i pazienti o al palazzo di città. Indirettamente. Mettendo sotto accusa un professionista tra i più noti, e fin qui considerati Intoccabili, della città etnea. In molti, a quel punto, hanno capito che sarebbe potuto accadere di tutto. Infatti.

​Torniamo all'Università.

Le intercettazioni parlano di un quadro desolante, agghiacciante. Qualcuno ha detto che i professori parlano come mafiosi, ne utilizzano perfino il lessico e, se ascoltate bene, anche il tono. Parlano come se fossero essi sentissero i padroni. Come se quei concorsi fossero cosa loro. Parlano come se quelle azioni - che la procura ha definito criminose - fossero assunte nell'interesse pubblico, in una logica di identificazione assoluta tra il beneficio personale e il pubblico interesse. Se anche, alla fine, la pubblica accusa non riuscisse a dimostrare in dibattimento che queste condotte costituiscono reato, si tratta di conversazioni raccapriccianti, che dovrebbero giustificare, fin da adesso, l'apertura di procedimenti disciplinari e la sospensione per tutti. L'unico modo per restituire un minimo di credibilità ad una istituzione, quella universitaria, al tappeto. Altro che l'attendismo cui è improntato la prima nota dopo il day after del direttore amministrativo dell'Ateneo catanese! Che peraltro, si badi bene, non è certo l'unico coinvolto, come dimostrano le informazioni di garanzia spedite, finora, ad una sessantina di cattedratici di tutta italia, tra i quali un altro "Magnifico" di una città del Nord.

Comunque. Tutti ormai conoscono quello che, secondo i pm, sarebbe accaduto a Catania e non solo, dai concorsi truccati ai candidati da eliminare come se si trattasse di carri armati in una partita di RisiKo. Tutti ormai conoscono i nomi. Tanti, hanno pure anticipato un giudizio di colpevolezza, a ciò sospinti anche, soprattutto, dal clamore mediatico con il quale la procura etnea ha inteso gestire l'operazione. Un clamore mediatico, sia detto per mera memoria storica, più o meno analogo a quello che indusse lo stesso procuratore capo a rilasciare Urbi et Orbi dichiarazioni riguardo a misfatti compiuti da trafficanti nel Mediterraneo. Ne seguirono due anni di indagini, ma l'ufficio giudiziario non affidò a nessun comunicato, tantomeno dichiarazione ad un giornalista, il deposito della propria richiesta di archiviazione, per non aver cavato nemmeno un piccolo ragnetto dal buco.

Quindi. Rallegriamoci perché finalmente possono essere toccati santuari finora impenetrabili, sapendo al tempo stesso, come insegna la Costituzione, che, sotto almeno il profilo penale, tutti i cittadini, baroni compresi, sono presuntivamente innocenti fino a condanna definitiva, ed in quanto tali, nessuno merita di essere sottoposto a gogne mediatiche. Ad essere cautelativamente sospeso dall'insegnamento, forse si. Deciderà l'Università, e in tanti siamo in attesa di capire.

Ma ci sono due ultime questioni con cui misurarsi, e se abbiamo ancora una schiena dritta dobbiamo dircele così come esse sono, senza reticenze e senza falsi moralismi. 

La prima, è che la procura catanese ha scoperto l'acqua calda. Da che mondo è mondo, le cose, hanno sostenuto in tanti, sono andate così. Certo, non si può fare di tutta l'erba un fascio, perché ci sono docenti con la schiena dritta e la coscienza pulita. Ma che, nella normalità, alle cattedre universitarie si acceda da decenni, per cooptazione, è circostanza acclarata nell'opinione pubblica con la stessa capacità di dubbio di un dogma della Chiesa Cattolica. Diciamocelo. Di concorsi truccati, di esami eterodiretti, di assistenti universitari che, prima o poi, faranno strada, come di altri non adeguatamente protetti che sono stati costretti ad abbandonare la passione di una vita anche dopo 10,15 anni di duro lavoro, ne sappiamo tutti. Tanti di noi, probabilmente, si sono trovati a parlarne, in studio, a cena dopo magari un brindisi di troppo, o anche al mare. Certo, non conosciamo i dettagli, la sottile meccanica di questo crimine, lasciatecelo dire, contro il merito e i giovani. Ma, almeno in alcuni ambiti, nessuno può tirarsi fuori. Nessuno può dire che non immaginava.  Nessun pm  può dire  che non sarebbe stato possibile aprire un'indagine, a Catania come in tutte le altre sedi universitarie. Roba nota a tutti, dai magistrati agli avvocati, dai professionisti ai professori, persino a cerimonieri, uscieri e pulizieri. L'altro ieri, un collega ci ha detto: "Mia nonna, 85 anni, fa la sarta. Ha saputo dai titoli del tg, ha aggrottato le ciglia e ha detto: "Scoprierru l'acqua caura". Cioè, hanno scoperto l'acqua calda. Insomma. Non ne saremmo in questo stato se anche la magistratura - che per il resto non è che sia messa tanto bene di suo - avesse dato immediatamente credito alle denunce degli esclusi o avesse avuto un po' più coraggio. Quindi. Si è cominciato con ritardo, e ciò che è stato perso, è stato perso. Cerchiamo, cercate di non perdere la faccia, e andate a fondo o a casa.

Poi bisogna dirsi un'altra cosa, l'ultima. Forse, la più importante di tutte. Sicuramente, quella di cui si è parlato di meno. Sappiamo, infatti, i nomi dei commissari presuntivamente infedeli. Nulla sappiamo, però, dei loro delfini, dei loro beniamini che quei concorsi hanno vinto, sicuramente non per merito, stando alla tesi della procura. Si parla di decine e decine di concorsi, ed è logico presumere che ci siano decine e decine di ricercatori, professori associati, ordinari, che mentre stiamo scrivendo, insegnano nelle Università, redigono progetti di ricerca, chiedono finanziamenti, sono designati a far parte di commissioni di concorso e, naturalmente, ricevono uno stipendio, a fronte di una nomina probabilmente conseguita contro e al di sopra della legge, al termine di una procedura di schiacciamento di altri candidati (per non chiamarli in altro modo, ormai di pubblico dominio).

Ci chiediamo. Oltre ai nomi dei commissari infedeli, di grazia, è possibile conoscere quelli dei vincitori di questi concorsi che si assumono truccati? Oltre alle sospensioni di chi ha giudicato, è è possibile sapere le intenzioni della procura e dell'università nei confronti di chi, in tesi indebitamente ed illecitamente, ha beneficiato di queste allegre procedure? Possiamo conoscere, di grazia, se ci sono reati contestati anche a carico di costoro, se non altro per i vantaggi patrimoniali da essi ottenuti? 

Tutti noi, abbiamo diritto, senza alcun giustizialismo e tenendo alta la bandiera del garantismo, acchè le cose si facciano per bene e sul serio. Si, lo diciamo una volta per tutte, di non propinarci le solite indagini all'italiana, al termine delle quali non paga nessuno, e tutti rimangono ai propri posti, magari di pensionati di lusso che, anche in caso di condanna, non andranno mai, per ragioni anagrafiche, in una patria galera. Sarebbe squallido e disonorevole. Fate quindi le cose per bene, e fate in fretta. Ed informate la Corte dei Conti, prima che maturino prescrizioni inopportune. 



 

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