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"Se non vuoi stare con me, ti butto dell'acido, ti accoltello, ti brucio". Cosa può fare la scuola per educare al rispetto e all'amore

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Non vuoi stare con me? E allora io ti ammazzo. Ti butto dell'acido in faccia, ti accoltello e poi ti brucio viva. Perché non posso tollerare un rifiuto. E perché non sopporto la frustrazione o la fatica di una relazione in cui l'altro è un soggetto alla pari. Succede fin troppo spesso. Si chiamavano Noemi, Pamela, Elisa, Violeta, Sara, Fabiana. Non solo dei nomi, non solo fatti di cronaca. Ad accomunarle c'è l'età: poco più che adolescenti, così come il loro assassino. Ma cosa spinge questi ragazzi a comportarsi come bestie? Cosa c'è nella loro testa? E, soprattutto, si può fare qualcosa per evitarlo? Il giorno dopo il dramma, puntualmente ci si chiede: possibile che nessuno abbia intuito che quello era un amore malato? Possibile che nessuno abbia potuto evitare la tragedia e allontanare la ragazza da quell'individuo violento? Molti di questi drammi si potrebbero evitare imparando a comprendere i segnali e i campanelli d'allarme della violenza. Se vogliamo apportare un vero cambiamento dobbiamo distanziarci da una mentalità che guarda solo il singolo episodio di violenza e imparare ad analizzare la cornice in cui agiscono questi ragazzi, il contesto in cui si muovono e creare alternative che diano nuove possibilità. Ci dimentichiamo spesso anche quanto influisca il contesto sociale e culturale, quanto sia ormai trasversale la violenza che riguarda tutti i ceti sociali e le età, bambini compresi. Gli episodi di violenza che vedono protagonisti i ragazzi si stanno moltiplicando tanto che siamo di fronte a una vera e propria emergenza educativa. La cronaca quotidiana è segnata da aggressività che denotano non solo mancanza di empatia ma anche una difficoltà, a tratti insormontabile, di riconoscere e accettare le differenze o le fragilità. È evidente che le risposte non possono limitarsi a misure repressive ma devono fondarsi su nuovi percorsi formativi che, a partire dalla scuola, educhino le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del percorso educativo, alla dimensione affettiva. 

Quasi tutti i paesi europei hanno predisposto in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione, di educazione all'affettività e di lotta agli stereotipi. In Italia si affida questo compito alla capacità di iniziativa di singoli dirigenti scolastici o docenti che, nell'ambito dell'autonomia concessa a ogni scuola, decidono -con il consenso delle famiglie- di avviare dei percorsi specifici. Quello che accade in molte scuole è spesso rappresentato da una serie di incontri sull'educazione affettiva che rientrano nel più vasto tema della cittadinanza. Ma si tratta di singole esperienze perché una legge non c'è.
La scuola deve necessariamente educare al rispetto attraverso la conoscenza del diritto e dei diritti della persona, in ottemperanza delle leggi e delle convenzioni internazionali, anche attraverso l'educazione alle pari opportunità e alla conoscenza consapevole dei diritti e dei doveri delle persone come base e premessa per prevenire e contrastare ogni tipo di discriminazione che poi degenera in violenza. Occorrono supporti mirati per gli insegnati per metterli nelle condizioni di rispondere a dovere. Il sistema scolastico deve saper riconoscere e sviscerare una violenza che è già in embrione, far capire che le coppie chiuse, la gelosia morbosa, il controllo del telefono o dei profili sui social network, la paura ossessiva di essere lasciati, le minacce non sono indici di una relazione sana. Basterebbe leggere certe pagine Facebook di ragazzine per capire che c'è una questione di fondo da affrontare: per loro la stretta al polso, la strattonata oppure la violenza verbale, il vietare di uscire con le amiche o di andare in gita sono comportamenti ammessi e consentiti ai fidanzatini. Le giovanissime spesso sono lusingate dalle attenzioni eccessive del ragazzo, senza capire che gelosia, ossessione e controllo non c'entrano nulla con l'amore. Storie di ordinaria violenza, non riconosciuta come tale, identificate ancora come "ragazzate" dagli adulti, cioè sottovalutate. Troppi adolescenti mettono in atto comportamenti violenti in maniera superficiale, a scuola, in famiglia, in gruppo e nella coppia, senza avere tante volte la piena consapevolezza della gravità delle loro azioni. In genere, quando parliamo di violenza, ci balza subito in mente il bullismo, nonostante esistano anche altre espressioni di violenza, solo apparentemente minori, ma più diffuse ed estremamente gravi. Basti pensare che il 33% degli episodi di cyberbullismo è di tipo sessuale e le vittime sono prettamente ragazze. I dati dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza: 2 adolescenti su 50 hanno subìto aggressioni fisiche dal proprio partner, già a partire dai 14–15 anni; 1 adolescente su 10 ha paura o ha avuto paura del proprio partner e 3 ragazzi su 50 si sentono incastrati nella propria relazione sentimentale perché vittime di un fidanzato/a che li minaccia. Numeri che ci costringono a prendere consapevolezza di quanto sia diffusa la violenza anche nelle coppie di adolescenti. Si tratta di possessività, di violazione della libertà, di restrizione degli spazi individuali e delle relazioni, come la tela di un ragno invisibile che si stringe intorno alla preda giorno dopo giorno. Parliamo di violenza di genere, ma non ci rendiamo conto di quanto sia possibile incontrare, fin dall'adolescenza, le stesse dinamiche distorte di coppia. Dobbiamo insegnare agli adolescenti i presupposti di una relazione sana. Dobbiamo provarci, non c'è più tempo. Dobbiamo agire subito.

Maria Di Benedetto, insegnante e vicaria, Istituto Comprensivo Portella della Ginestra Vittoria ​

 

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