Screenshot_20190525-102235_Facebook

Lui è Stefano Origone, e fa il giornalista. La Repubblica, il giornale per cui lavora, l'ha mandato giovedì per un servizio ad una manifestazione a Genova. Su di lui si è abbattuta una violenza incredibile, è stato ripetutamente colpito a manganellate da un gruppo di poliziotti, ha riportato ferite ed è stato ieri operato alla mano ieri pomeriggio all'ospedale Galliera. Il chirurgo ha utilizzato un termine parlando dei suoi aggressori: "Selvaggi" e un altro a proposito delle sue ossa: «sbriciolate». 

Lui, riporta oggi il quotidiano per cui lavora, pensa alla furia di quei poliziotti: «Mi sembravano degli animali in gabbia: stanchi, esasperati dalle provocazioni degli antagonisti. Rabbiosi. Ad un certo punto ho avuto l'impressione che volessero solo andare al di là delle barriere in acciaio, sfogare tutta la loro frustrazione». E poi a quella degli agenti del reparto mobile, che hanno caricato e cominciato a picchiare tutti. Lui che gridava: «Sono un giornalista». E loro, nulla. E pensa a quel funzionario di polizia che gli ha salvato la vita, facendogli scudo con il proprio corpo. 

Sia chiaro.

Siamo, e rimarremo, eternamente grati alle forze di polizia, all'Arma dei carabinieri, agli altri corpi dello Stato, a tutti coloro che hanno vigilato e continuano a farlo sulla nostra serenità di cittadini. Molti di essi hanno pagato con la vita il senso dello Stato e la fedeltà alla Costituzione, e meritano pertanto onore e riconoscenza.

Ma queste cariche generalizzate, incontrollate, feroci, nulla hanno a che fare con Stato e Costituzione. Hanno a che fare con altro, dal mostrare i muscoli all'appagare un senso di onnipotenza ed anche di impunità, come dimostra lo stillicidio che il caso Cucchi ha portato alla ribalta. Come in ogni aggregato umano, anche lì possono esserci autentici eroi e persone mentalmente disturbate, ed anche qualche delinquente. 

Non è possibile che un giornalista sia pestato e quasi ammazzato. Non è possibile che nessuno paghi, non è soprattutto possibile che a chiamarlo, per porgergli le proprie scuse, siano soltanto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il presidente della Camera, e che nessuna chiamata si è aggiunta, almeno finora, dagli esponenti del governo e dal ministro per l'Interno, che fino a prova contraria è il primo responsabile della Polizia di Stato.

Esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà al valoroso giornalista e a La Repubblica.