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Tiziano Terzani: scrittore e costruttore di pace

rizzo

Quindici anni fa, nel 2004 abbiamo letto "… è serenamente scomparso o, come preferiva lui, ha lasciato il suo corpo Tiziano Terzani". Era l'annuncio che la moglie, Angela Staude di origine germanica, aveva affidato, da Orsigna, loro abitazione abituale quando si trovavano in Italia, ad uno scarno comunicato.

Leggevamo, giovanissimi, le sue corrispondenze sulle pagine di settimanali e di quotidiani: "L'Espresso", "Il Giorno", "Il Messaggero", "La Repubblica" ed in ultimo sul "Corriere della Sera".

La sua scrittura, forbita e puntuale; la passione nella descrizione di fatti, avvenimenti, tragedie; la sua partecipazione al racconto di tutto ciò che osservava, e viveva, in presa diretta, hanno da sempre affascinato i lettori dei suoi pezzi memorabili.

Dal 1971 fino alla fine ha sempre vissuto in Asia: Singapore, Hong Kong, Cina, Giappone, Thailandia ed infine India, in una piccola località ai piedi dell'Himalaya.

Aveva un'eccezionale padronanza delle lingue che gli permetteva, non solo di non dover ricorrere ad interpreti, ma di penetrare la quotidianità, seppur complessa, di quei luoghi così lontani dalle nostre tradizioni e dai nostri sistemi di vita; di poter comprendere anche le esigenze e i bisogni dell' "altro".

Ma perché proprio l'Asia?

Un giorno se l'è chiesto e ha risposto così: "Ci andai innanzitutto perché era lontana, perché mi dava l'impressione di una terra in cui c'era ancora qualcosa da scoprire. Ci andai in cerca dell' 'altro', di tutto quello che non conoscevo, all'inseguimento d'idee, di uomini, di storie di cui avevo solo letto. Cominciai con lo studiare il cinese perché volevo vivere in Cina e vedere il maoismo con i miei occhi; m'improvvisai corrispondente di guerra perché quel che succedeva in Vietnam mi pareva riguardasse anche me. Il resto è venuto da sé, compresa la scelta dei Paesi in cui vivere, ogni volta in famiglia, in base a un interesse particolare e mai per convenienza o perché qualcuno me l'aveva imposto". Un uomo libero e coerente. Infatti sia sul Vietnam sia sulla Rivoluzione culturale in Cina ebbe modo e tempo per rivedere i suoi giudizi dell'epoca riconoscendo, con onestà intellettuale e lealtà, alcune sue interpretazioni, alcuni suoi giudizi. Un dignitoso gesto di dirittura morale affinché non si trascinasse dietro scheletri ingombranti. Un grido disperato agli uomini di buona volontà per comprendere che il dolore, la rabbia, la riprovazione non sono solo ed esclusivamente categorie di noi occidentali. 

"Importante è capire che fra queste due rabbie esiste un legame. Ciò non significa confondere le vittime coi boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista". Come dire: non possiamo continuare a combattere guerre con la cultura degli opposti fanatismi, rinunciando a comprendere anche le necessità e i problemi dell' "altro".

Fatalmente tutte le sue esperienze, le sue osservazioni finivano per suggerirgli la pubblicazione di un libro.

Il primo è del 1973, "Pelle di leopardo". Un libro appassionante sulla guerra in Vietnam, al quale farà seguito, nel 1975, "Giai Phong! La liberazione di Saigon". Esperienza vissuta in diretta, unitamente ad altri pochi giornalisti occidentali rimasti in Vietnam dopo il ritiro delle truppe americane. Un libro da proporre all'attenzione del presidente Trump, visto che si appresta a lasciare l'Afghanistan, nel caos completo, senza che siano stati risolti i problemi della democrazia, della giustizia, dell'uguaglianza.

Nel 1981 è la volta di "Holocaust in Kambdscha", nel quale racconta l'occupazione vietnamita della Cambogia e i massacri della popolazione civile.

Dopo si sposta in Cina, dove vive per parecchi anni e da dove sarà espulso, nel 1984, con l'accusa di "attività controrivoluzionaria". L'anno dopo pubblica "La porta proibita".

Vive anche il "golpe" anti Gorbaciov di Eltsin, spalleggiato dagli Stati Uniti d'America, come ha raccontato dopo lo stesso ex Presidente sovietico in un lungo articolo su un quotidiano italiano.

Dopo questa ennesima esperienza Terzani pubblica nel 1992 "Buonanotte, signor Lenin" raccontando il crollo dell'Unione Sovietica.

Altre opere importanti sono "Un indovino mi disse", "Asia", "Lettera contro la guerra" e l'ultima "Un altro giro di giostra" con la quale racconta la sua malattia che lo condurrà alla fine.

Da corrispondente di guerra a costruttore di pace.

Potrebbe essere questo uno slogan, anche se a lui non piacevano tanto le enunciazioni dirette, semplificatorie e sintetiche.

Il suo libro "Lettere contro la guerra" copre un periodo che va dal 14 settembre 2001 al 17 gennaio 2002. E nasce dal bisogno di far comprendere, come scrive Terzani nella bellissima lettera da Orsigna "l'odio genera solo odio" e che "l'odio si combatte solo con l'amore". Questo ebbe a profetizzare un indiano illuminato cinquecento anni prima della venuta di Cristo. 

Un monito anche a quanti si schierano, da una parte o dall'altra, sull'onda mediatica dell'emozione, per confinare in reconditi anfratti i veri problemi della quotidianità di ciascuno. Ieri come oggi.

Un testo che può figurare degnamente in ogni biblioteca scolastica. Luogo ideale dove si formano le nuove generazioni.

"Da tempo ormai si combattono con nuovi mezzi e nuovi metodi guerre non dichiarate, lontano dagli occhi del mondo che si illude oggi di vedere e capire tutto solo perché assiste in diretta al crollo delle Torri Gemelle".

Ma questo libro, ricchissimo di citazioni, di aneddoti, di riflessioni, di passioni, nasce anche dal bisogno di far comprendere che con la guerra non si va da nessuna parte e che il terrorismo, per dirla sempre con Terzani, non si combatte con la guerra, ma con l'eliminazione delle cause della guerra.

Ma nasce anche, (possiamo parlare di "casus belli"?) con la replica di Oriana Fallaci, sua amica da lungo tempo, ad un suo articolo, apparso sul "Corriere della Sera" il 16 settembre 2001.

La Fallaci il 29 settembre scrive le famose quattro pagine che iniziano la sagra de "La rabbia e l'orgoglio".

E la lettera di Terzani, "Firenze, 4 ottobre 2001", è rivolta proprio all'amica di un tempo, con la quale a Firenze andavano ad ascoltare padre Balducci.

"Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani, e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile è appena cominciato, ma è anche possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E' un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi e a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere". Ciò che è accaduto puntualmente negli anni seguenti.

Di questo grande scrittore e grandissimo saggio, rimane il suo esempio e la sua dirittura morale, i suoi libri.

A noi è rimasto lo scempio delle guerre, combattute e non dichiarate; un terrorismo sfrenato che miete vittime dappertutto. E' l'ingiustificato bombardamenti mediatico che ci porta dove vuole la voce del "padrone". 

 

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