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Un dubbio irrisolto

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Granata era indeciso. La paziente aveva subito uno shock emorragico, questo era un dato incontrovertibile, e del resto po­teva constatarlo con i suoi stessi occhi, così come era un dato incontrovertibile che la pressione arteriosa fosse ancora a livelli molto bassi.

Gettò lo sguardo per terra e vide che sul pavimento c'era molto sangue, almeno quanto ce n'era sui camici dei due chirur­ghi.

"Vedo che c'è ancora parecchio sangue", disse rivolto alla Va­lori, "sei certa che l'emorragia si sia arrestata?"

"Sì, Fabrizio, ne sono sicura", rispose il chirurgo, "ti abbiamo spiegato che la paziente ha avuto un'emorragia imponente, ma sono convinta che adesso la situazione sia sotto controllo. Quel­lo che vedi è sangue vecchio, che ha perso durante l'estrazione del feto".

"Tu che ne dici, Davide?", volle sapere Granata.

"Potrebbe essere sangue vecchio…", rispose con un certo disagio Ferrini, "ma non ne sono sicuro al cento per cento".

 Granata sapeva che sarebbe stato suo dovere controllare di persona lo stato clinico di quella donna. Entrando in sala ope­ratoria, se n'era assunto la responsabilità. In quel momento pru­denza e diligenza gli imponevano di correre a cambiarsi e di esa­minare attentamente, coi suoi occhi e senza ricorrere al parere dei suoi assistenti, l'addome della paziente. Avrebbe dovuto con­trollare con la massima scrupolosità se l'utero risultasse davvero contratto e valutare se la perdita ematica fosse realmente cessata.

D'altro canto però, la Valori, che era molto più esperta di Ferrini, sembrava sicura di ciò che sosteneva e gli aveva ribadito che una strategia conservativa sarebbe stata la più opportuna in quel frangente, mentre gli altri due medici se n'erano rimasti pra­ticamente in silenzio, senza portare argomenti a sostegno della loro tesi radicale.

Inoltre la Valori gli aveva appena assicurato che l'utero della paziente si era tonicizzato e che il sanguinamento era cessato e quelle osservazioni erano state sostanzialmente confermate dallo stesso Ferrini, che nulla aveva eccepito alle risposte della collega più anziana.

Aveva un mal di testa lancinante e un principio di nausea. Gli sembrava che il cervello avrebbe potuto esplodergli da un mo­mento all'altro. Gli girava anche un po' la testa, forse per colpa della stanchezza accumulata durante il giorno precedente. Vole­va soltanto riposare, dormire qualche ora e riprovare a telefonare a Sonia per cercare di rimettere le cose a posto. Voleva scappare lontano da quella sala operatoria, da tutto quel sangue, da tutta quella sofferenza, e sapeva che se avesse deciso di procedere con l'intervento d'isterectomia, poi sarebbe stato lui, come primario e capo equipe, a doverlo portare a termine. E la Valori gli ave­va appena preannunciato che si sarebbe trattato d'un intervento complesso, su di una paziente politrasfusa e con l'addome pieno di aderenze viscerali. Portare via quell'utero, senza correre inutili rischi, sarebbe stato molto complicato e lui in quel momento non si sentiva affatto in grado di farlo.

Non se la sentiva nemmeno di provarci, né voleva – e del re­sto, nemmeno avrebbe potuto – delegare altri a farlo al posto suo.

 Fabrizio Granata quindi prese la sua decisione, sebbene non ne fosse convinto fino in fondo.

Pensò che la scelta di privilegiare l'ipotesi conservativa della dottoressa Valori sarebbe servita anche da lezione e da monito per quel presuntuoso dell'ex genero. Così forse avrebbe impara­to a stare al suo posto, a rispettare la gerarchia e l'esperienza di chi ne sapeva più di lui.

"Per me potete chiudere", disse rivolto ai due medici, "sutu­rate l'addome e spostate la paziente in terapia intensiva".

"Ma, Fabrizio…", provò a obiettare timidamente Ferrini.

"Senti, Davide, ho già deciso", lo zittì il primario, "Renata ha ragione: un'isterectomia in questa situazione potrebbe essere pericolosa e… e poi, a togliere l'utero si fa sempre in tempo".

Ferrini lo fissò senza rispondere.

Nemmeno un'ora dopo, Fabrizio Granata si sarebbe amara­mente pentito di quelle sue ultime parole. 

 

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