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"Via le indicazioni in arabo dai corridoi degli ospedali, stranieri imparino l'inglese". Zagrebelsky: "Solo cattiveria, obiettivo la povera gente".

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La pacchia è finita. Quando l'ha annunciato il ministro dell'Interno m'era parsa una sua stentorea battuta un po' disumana e piena di disprezzo, ma tutto sommato spiegabile con la continua voglia di far parlare di sé. E invece era l'annuncio di un programma di azione. Voleva dire: renderemo la vita dura ai migranti, più dura. La linea era così tracciata. Ci è voluta qualche settimana perché il messaggio arrivasse in periferia e qualcuno passasse all'azione. È così avvenuto che un consigliere della Lega abbia presentato in Regione Emilia Romagna la proposta di eliminare le indicazioni in lingua araba che talora affiancano quelle in italiano e inglese negli ospedali regionali. Naturalmente la motivazione avanzata non menziona un'intenzione discriminatoria, ma ha il coraggio di sottolineare invece il valore della lingua inglese come fattore di integrazione dei migranti nella società italiana. Insomma, i poveretti che vagano nei corridoi degli ospedali alla ricerca dell'ambulatorio ove hanno appuntamento o del letto del parente ricoverato, invece di essere facilitati da indicazioni nella loro lingua, sarebbe bene studiassero l'inglese. Che il parlare inglese sia fattore di integrazione nella società italiana è naturalmente una invenzione, data la notoria debolezza del nostro Paese sul piano dell'uso delle lingue straniere. In ogni caso è da segnalare a quel consigliere regionale che sui treni Frecciarossa le informazioni vengono date anche in cinese: un gesto di accoglienza, che però non stimola all'integrazione! Ma ciò che qui interessa dell'iniziativa leghista è l'indicazione politica discriminatoria che esprime. Si tratta della discriminazione indiretta: l'assenza delle indicazioni in arabo riguarda tutti, ma colpisce solo alcuni, quei tanti che ricorrono agli ospedali pubblici e che parlano e leggono l'arabo, non conoscendo o non conoscendo abbastanza l'italiano o l'inglese. L'arabo è la lingua parlata da gran parte dei migranti in Italia. E soprattutto le donne spesso parlano solo quella.

Come è noto il diritto fondamentale alla salute spetta a tutti, anche se per l'accesso al Servizio Sanitario Nazionale esiste qualche limitazione per lo straniero. E uno dei caratteri che deve avere il servizio pubblico sanitario è la sua accessibilità. L'esempio più facile è quello dell'obbligo di eliminare anche negli ospedali le barriere architettoniche che impediscono la mobilità dei disabili. Ma altrettanto grave può essere l'effetto escludente della non conoscenza della lingua in cui le informazioni vengono date. Il negare la facilitazione all'accesso con l'eliminazione dei cartelli indicatori nella lingua di una parte rilevante delle persone che si recano in ospedale porta a negare quello che, anche sul piano della definizione internazionale del diritto alla salute, è un obbligo dello Stato. Tanto più grave in questo caso perché non si tratta di discutere se mettere cartelli anche in arabo (costi, fattibilità, ecc.), ma addirittura di prendere l'iniziativa di togliere quelli che ci sono già.
Purtroppo la proposta del consigliere leghista è effetto delle indicazioni che vengono dall'alto e dell'aria che tira, insofferente, più o meno scopertamente persecutoria, critica e irridente verso preti e laici che si fanno carico delle necessità dei migranti. Ma tra i tanti segni questa volta ciò che colpisce è la speciale cattiveria. L'obiettivo è povera gente che si reca in ospedale.
( La Stampa 27.11.18)

 

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