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Vincenzo Consolo: in ricordo di un Maestro

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 Avevo tra le mani la personal E56 dell'Olivetti appena comprata in un negozio di via San Marco.Non esistevano ancora i pc.La Olivetti mise sul mercato la E56, una macchina da scrivere evoluta per quei tempi. Un acquisto che agognavo da tempo. Ero stufo di usare il bianchetto per ogni correzione.

Camminavo tra le vie di Porta Nuova, Via Moscova, il Monumentale, in una mattina fredda e lattiginosa di febbraio senza un itinerario ben preciso. Desideravo conoscere ogni angolo della Città che mi accolse a braccia aperte. Camminavo per ore e ore, raggiungevo Piazza Castello e da lì mi servivo del metrò per scendere alla fermata Lampugnano. Camminavo stringendo tra le mani infreddolite la Olivetti. Brividi di freddo percorrevano le mie braccia e i piedi, non avevo alcuna intenzione ad un mio rientro. Nel giretto mattutino in zona, incrociai Via Volta. Mi fermai ed iniziai a ripetere tra di me Via Volta…Via Volta. Ebbi come una illuminazione. Qui, vi abita al numero 20 uno scrittore di cui leggevo ogni suo scritto, ogni suo intervento.

L'indirizzo mi era stato fornito da Maria da Caltagirone. Eccellente poeta e scrittrice di storie strappate dalle tenebre. Nelle sue scritture le vite delle ultime prendono forma e continuano a rivivere, a brillare, a raccontarsi.

Non avevo mai provato a contattarlo telefonicamente. Avevo timore, m'incuteva una tremenda soggezione. I suoi scritti mi indicavano la strada da seguire, erano guida, erano il faro a cui guardavo. Leggevo i suoi articoli, a volte portavo nelle mie tasche i ritagli per rileggerli. Imparavo a memoria gli incipit dei suoi libri. 

 Rosalia. Rosa e lia.Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventrato, rosa che ha ròso, il mio cervello s'è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia.

Mi feci coraggio, mi recai al numero 20. La Olivetti mi accompagnava, ne sentivo il peso e l'ingombro.

Suonai il campanello. Lo scrittore rispose con la sua voce da scirocco. Mi presentai. Dissi chi ero, da dove venivo. Dissi che ero amico di Maria…Salga mi disse.

Infreddolito e con il peso della Olivetti salii le scale. Mi attendeva sulla porta di casa. Mi scrutò e con un sorriso solare, come solamente gli Isolani sanno elargire, m'invitò ad entrare.

Mi fece accomodare su una poltrona del salotto. Lì inizio un dialogo sereno. Chiese della mia famiglia, delle mie origini, della città di provenienza, delle letture.Parlammo degli amici scrittori amati e dei loro libri.

Parlava con una calma estrema quando parlavamo dei libri dei contemporanei. Raramente lo vidi arrabbiato. Non era bilioso né rancoroso. Nei nostri colloqui non pronunciò mai parole di astio nei confronti

di chicchessia. Aveva sempre parole di comprensione e di giustificazione. Di certo non amava i politici siciliani che nulla facevano per salvaguardare le bellezze Isolane, né tantomeno si adoperavano per creare le condizioni di sviluppo, per fermare la deportazione selvaggia di un popolo nelle zone del Nord industriale.

Ebbe il coraggio di raccogliere il testimone che fu di Leonardo. Iniziò ad essere presente con gli scritti a testimonianza, a denuncia del malaffare. Ogni suo intervento suscitava e animava dibattiti e polemiche. Non fu mai tenero con il potere. Intuiva che l'Italia sarebbe andata alla deriva, che il linguaggio sarebbe andato perduto per sempre. "Lo scopo dello scrittore è quello del memorare", ripeteva come un mantra.

 Mentre parlavamo entrò Caterina, la moglie. Donna energica e di spiccata intelligenza. Dotata di uno sviluppato senso pratico. A volte interveniva nel colloquio suggerendo soluzioni geniali. Non ho mai incontrato donna così straordinaria.

A tutt'oggi nessuno degli scrittori siciliani ha raccolto il testimone. L'assenza della sua voce è palpabile.

Cosa succede in questa martoriata terra?

L'aveva intuito bene Vincenzo. I nostri governanti servili, sempre pronti con il cappello in mano.

Lasciai la casa di Via Volta al 20, con le lacrime agli occhi. Tanta era stata la gioia mista a commozione.

Scesi le scale con passi veloci. Varcato il portone, trovai ad attendermi una fitta nebbia.

Ritornai a casa. Giuseppe e Marco a gara recitavano a memoria una parte della favola teatrale che avevo loro assegnato.

VICERE' S'arresta l'oscillare nella cassa, la rena si pietrifica nel vaso, ai campanili la fune non muove più canto, svanisce l'ombra della meridiana, si piegano i ceri, si scioglie il fiore d'arancio sotto la campana, ristagnano gli incensi: sospendi, attendi, fa piano. E' l'ora questa delle ombre…ed ecco i Cancellieri subdoli, i Ministri ladri, i violenti Donatori di abbazie…

Parole profetiche quelle contenute in Lunaria.

Il dialogo durò anni, sino alla prematura dipartita. 

 

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