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Dirigenti di Cassa, imparate da Vanoni. Pezzini a Luciano: dica lui ai figli "niente vacanze, devo pagare"

Lo sappiamo tutti.
L´art. 21 L. 247/12 (la legge che regolamenta noi avvocati) lo dice chiaro all´art. 21 co. 8:
"8. L´iscrizione agli Albi comporta la contestuale iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense.
Con questa legge è semplicemente accaduto un fatto. Tutti gli avvocati vengono iscritti d´ufficio alla Cassa e quindi devono pagare l´obolo, sia che percepiscano un reddito oppure no.
Non si scappa.
Una volta l´iscrizione era facoltativa e comunque esisteva un minimo reddituale. Oggi è obbligatoria e paghi qualunque sia il tuo reddito.
 
Il problema sta nel fatto che l´imposizione previdenziale (che dicono non essere un tributo !) sfugge per la sua intrinseca natura solidaristica al principio di progressività per cui avresti pagato in proporzione agli incassi.
Un ragionamento che non fa una grinza ma apre scenari apocalittici sui quali stiamo seduti senza dire nulla.
Chi arriva nella professione oggi non guadagna e non guadagnerà per un bel po´.
 
Mi sono stancato dei proclami e dei teoremi del Presidente della Cassa Nazionale Forense e dei suoi programmi manageriali che mirano a rendere i meccanismi della Cassa sempre più efficienti ed insensibili ai suoi iscritti (i contribuenti).
Qui mi viene in mente Ezio Vanoni, il fondatore della dichiarazione dei redditi, il quale diceva che il contribuente non dovrebbe mai essere lasciato da solo.
Il Presidente della Cassa dovrebbe imparare da Vanoni.
Tutti noi – con almeno 50 anni d´età anagrafica – sappiamo che i giovani avvocati non percepiscono reddito e – qualora ciò accada – si fanno pagare in nero per poche, sparute pratiche che qualcuno molto graziosamente gli appoggia.
Costoro devono tuttavia pagare un obolo pur non guadagnando.
 
E dove li prendono i soldi all´uopo, ditemi ?
Ve lo dico io.
Dalle famiglie d´origine. Chi manda i figli a studiare legge si deve mettere in testa che gli stessi non sono destinati ad una carriera di guadagni – almeno per i primi anni – ma vanno incontro semmai a risparmi e sacrifici.
Francamente mi fanno sorridere i cortocircuiti giuridici dietro i quali si trincerano alcuni giudici (tutti) nel cercare di risolvere i ricorsi che giovani colleghi coraggiosi hanno proposto contro una pretesa del genere definibile – a guardare bene – come un tributo aggiunto al quale di solidaristico non si può riconoscere neanche il titolo in copertina.
 
I magistrati sostengono non essere vero che tale pagamento sia di ostacolo al lavoro, ossia che se non paghi la tassa non puoi lavorare perchè ti cancellano.
Dicono – pensate un po´ – che è il lavoro la fonte della previdenza e non il contrario.
Come dire, se lavori paghi, e non paghi per lavorare. Bellissimo ragionamento, elegante, anche esteticamente efficace, ma disancorato dalla realtà anni luce.
 
Mi viene in mente una persona cara, molto cara, che faceva il praticante e avrebbe dato il proprio cuore per diventare avvocato e difendere tutti.
Senza il titolo non si poteva fare e non si può.
Oggi, cripticamente, non si può farlo neanche se non hai i soldi per pagare la Cassa.
 
E non è vero che se lavori devi pagare per essere tutelato e per non gravare su quelli che producono un reddito più pingue. No, non ci crediamo.
Chiediamoci invece se questa Cassa – la nostra – quella che ti fa pagare appena indossi la toga, sia in grado effettualmente (come diceva Vico) di pagarci la pensione.
Ecco, è questa la vera domanda da porci (scusate mi è scappata una frase ambivalente, ambigua, semanticamente anfibologica:lo so, e per questo la voglio lasciare così, con il suo doppio senso).
 
Tutti questi pagamenti, i salassi a Natale e a fine Luglio (diglielo ai tuoi figli che non possono andare in vacanza perchè tu devi pagare la Cassa: diglielo tu Presidente che arrivi dal Molise, paese depresso e bellissimo), mi assicurano comunque una pensione ?
Alberto Pezzini

 

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