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Il grido di Francesco: "Gesù, benedici i soccorritori di chi muore nel mare". L'anatema del papa contro gli egoismi.

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​Una messa celebrata in Vaticano, a porte chiuse. A presiederla, il sommo pontefice, papa Francesco, che ha scelto di ricordare così, semplicemente, senza telecamere e giornalisti, il sesto anniversario della sua visita nell'isola di Lampedusa. Nel momento drammatico in cui i paesi del nord del mondo, gli stessi che per secoli hanno oppresso e depredato quelli del sud con politiche colonialiste, di sfruttamento totale delle risorse, così creando le premesse per le grandi migrazioni dei nostri giorni - perché chi fugge, lo fa per affrancarsi dalla fame, dalla miseria, dalla marginalità, dall'impossibilità di soltanto concepire un orizzonte di dignità per sé e per i propri cari - si vanno rinchiudendo entro logiche sistemiche, giuridiche e politiche, di egoismo estremo, di rifiuto, di colpevole disinteresse in nome di una ragion di Stato che è poi l'eterno predominio del più forte sul più debole - papa Francesco ha deciso di far sentire alta, la propria voce. Come capo della Chiesa italiana ma anche della Chiesa universale. Come interprete di un messaggio - quello iscritto nei Vangeli - che, piaccia o non piaccia, gradito o non gradito, non tollera compromessi, mentre interpella le coscienze dei singoli e quelle delle comunità.

Una messa al riparo delle telecamere, ma non perché il papa possa temere la presenza dei giornalisti - con i quali infatti abitualmente discute e alle cui domande, spesso scomode, non ha mai rifiutato una risposta, esponendosi spesso ad attacchi - ma per affermare un principio incomprimibile  ed irrinunciabile. Che, cioè, le parole e le idee di accoglienza, rifiuto della discriminazione, della idea stessa di poter identificare i cittadini di uno Stato come destinatari in forma esclusiva o anche solo prioritaria di qualsiasi tipo di beneficio - in quanto, evangelicamente, gli Stati non sono che sovrastrutture umane insieme alle loro istituzioni, identità, frontiere, porti - non abbisognano di alcuna politica di comunicazione, nè sono misurabili in termini di consenso politico e nemmeno di persuasione logica, se non altro in quanto il messaggio che ne sta alla base prefigura "cieli nuovi e terre nuove" e, soprattutto, richiede a quanti, liberamente, intendono farsene interpreti e portatori, di cominciare  nella storia, nell'"hic et nunc" a crearne le condizioni per l'inveramento. Con l'abbandono, quindi, delle logiche dell'utilitarismo, della strumentalità e, in ogni caso, della tutela di interessi individuali, di classe, di Stato-nazione, perché nessun interesse è degno di tutela se possa confliggere con il supremo interesse di tutti e perché invitata ad ascoltare, comprendere, ed agire è l'umanità intera. Il che si sposa perfettamente anche con l'irriducibile alterità della legge naturale rispetto al diritto positivo della comunità internazionale e degli Stati. Perchè, il rispetto dovuto dalla chiesa cattolica di Francesco agli ordinamenti legislativi, che è fondato sul riconoscimento della loro sovranità e della loro autonomia, non significa affatto che tutto sia consentito, e che non possano darsi norme talmente contrastanti con i principi rispetto alle quali osservarsi a dichiarare un "non licet". Come, evidentemente, nel caso della chiusura dei porti. Che piaccia o meno, incompatibile con il messaggio cristiano.

Parlando con a fianco il parroco di Lampedusa, invitato espressamente a celebrare la messa insieme al sommo pontefice, e al cospetto di centinaia di migranti, gli ultimi della terra, Il Papa ha utilizzato parole chiarissime,  come chi sta da una parte senza cedere ad alcun compromesso, di cui né Francesco né la chiesa avvertono il bisogno.

"In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa – ha sottolinea Francesco - il mio pensiero va agli "ultimi" che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un'accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare". 

Loro, i migranti, "Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! "Non si tratta solo di migranti!", nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata". "Gesù - dice - rivela ai suoi discepoli la necessità di un'opzione preferenziale per gli ultimi, i quali devono essere messi al primo posto nell'esercizio della carità". Si canta, si prega. Si prega per i soccorritori, si prega per quelli che a bordo delle navi, a costo di infrangere la legge, li aiutano, cercando di salvarli dalla morte: "Signore Gesù, benedici i soccorritori nel Mar Mediterraneo, e fa crescere in ciascuno di noi il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana".

Il Papa prosegue: "Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli". "I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati".

Suggestiva, nell'omelia viene ripresa un'immagine biblica di rara intensità, una sorta di scala, quella chiamata di Giacobbe popolata da angeli, che scendono e che salgono. Francesco auspica: "Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo. Si tratta di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare".

Ora Francesco parla agli stranieri arrivati da poco in Italia: "So che molti di voi, che sono arrivati solo qualche mese fa, stanno già aiutando i fratelli e le sorelle che sono giunti in tempi più recenti. Voglio ringraziarvi per questo bellissimo segno di umanità, gratitudine e solidarietà". 

 

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