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"Addio al più amato" Lei non è più": il carteggio segreto tra Fersen e Maria Antonietta

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Ulisse di Alberto Angela riproposto all'attenzione del grande pubblico ieri sera la straordinaria è controversa figura di Maria Antonietta, regina di Francia e consorte di Luigi XVI, che la precedente al patibolo dopo la rivoluzione del 1789.

Tra gli straordinari scenari della corte di Versailles e le opere d'arte parigine riproposti in una puntata particolarmente apprezzata dal grande pubblico, alcuni frammenti sono stati dedicati all'incontro e alla storia d'amore, su cui in verità si sa poco, tra la regina e il Conte Fersen. Hans Axel von Fersen conte svedese, Generallöjtnant, famoso infatti per essere stato il presunto amante della regina e il principale artefice della fallita sua fuga a Varennes.

Aveva diciotto anni quando conobbe a un ballo in maschera la Delfina Maria Antonietta, sua coetanea. Il loro incontro, avvenuto il 30 gennaio 1774, fu puramente casuale: Maria Antonietta si era recata in incognito a un ballo mascherato e si ritrovò a conversare con il conte svedese, che in seguito nel suo diario scrisse: «La Delfina mi parlò a lungo senza che sapessi chi fosse; quando venne infine riconosciuta, tutti le si strinsero attorno ed ella si ritirò in un palco alle tre del mattino: io lasciai il ballo»

L'amore del conte Fersen e di Maria Antonietta, certamente evidente, non permette di sapere se i due fossero anche amanti a livello intimo. Molti storici che si occuparono della sovrana, si interrogarono su questa questione, liberandosi dapprima dell'aura sacra creata intorno a Maria Antonietta nel 1800 con il mito della regina martire. Una relazione anche fisica non è da escludersi sotto diversi punti di vista: Fersen era un uomo ritenuto straordinariamente attraente dai suoi contemporanei ed era anche un noto libertino. Non faceva parte del costume settecentesco che il conte rimanesse fedele alla regina; il suo compito era quello di offrire a Maria Antonietta una devozione romantica.

I libelli pornografici che venivano ampiamente diffusi, non riportarono mai Fersen come presunto amante della regina ed erano concentrati su relazioni omosessuali con la Polignac e incestuose con il conte d'Artois. Diversi contemporanei di Maria Antonietta affermarono chiaramente che tra la regina e il conte ci fosse stato un rapporto intimo: Lady Elizabeth Foster, che faceva parte delle amicizie inglesi di Maria Antonietta e che aveva anche avuto una relazione con Fersen, affermò che il loro rapporto fu certamente intimo negli ultimi otto anni, cioè dal 1785. La stessa opinione era condivisa dalla contessa di Boigne, troppo giovane per ricordare quegli anni, ma memore delle informazioni ricevute dallo zio che faceva parte della cerchia dei Polignac. Saint-Priest, diplomatico francese dell'Ancien Régime, libero da qualsivoglia ostilità nei confronti di Maria Antonietta, affermò che la regina e Fersen ebbero incontri intimi al Trianon, a Saint Cloud e alle Tuileries.

Il carteggio di Fersen e di Maria Antonietta, conservato nel castello di Stafsund, fu pubblicato nel 1878 dal pronipote di Fersen, il barone di Klinckowström, in edizione censurata: varie frasi erano sostituite da puntini. La versione ufficiale dei fatti era che le frasi risultavano illeggibili perché cancellate da Fersen in persona, poiché contenevano informazioni politiche che non dovevano essere lette da re Gustavo. È però irreale che le interpolazioni delle parti mancanti riguardino la politica, poiché sono in mezzo a frasi di gusto sentimentale, dopo gli addii o in domande sulla salute personale. Di fronte alle spiegazioni chieste al Klinckowström, egli, pur di non offrire il carteggio depennato, affermò di averlo distrutto: di questa perdita documentaristica furono convinti gli storici della regina che analizzarono la questione, tra i quali Stefan Zweig e André Castelot. Le famose lettere furono ritrovate nel 1982 da alcuni discendenti di Fersen e furono vendute a Londra, dove le acquistarono gli Archivi Nazionali francesi. La storica Evelyne Lever ha avuto modo di leggere gli originali e di confrontarli con la versione pubblicata dal barone di Klinckowström: le trascrizioni risultavano piuttosto corrette, escludendo i famosi passi cancellati, rimasti illeggibili nonostante le tecnologie moderne. Ma già gli storici del passato, come Zweig e Castelot, erano a conoscenza di un bigliettino cifrato rimasto nel castello di Stafsund e sfuggito al Klinckowström. Il biglietto, ritrovato dal traduttore ed esperto in lingue scandinave Lucien Maury, consiste in queste righe:

«Posso dirvi che vi amo e ho soltanto il tempo per farlo. Fatemi sapere a chi indirizzare le notizie che potrei scrivervi, ché non posso vivere senza farlo. Addio, o voi che siete il più amato e più amabile degli uomini. Vi abbraccio e bacio con tutto il cuore.»

L'ultimo incontro tra Fersen e la regina avvenne più di sei mesi dopo la fuga a Varennes: il 13 febbraio 1792 il conte riuscì ad entrare di nascosto negli appartamenti privati della regina, nelle Tuileries. Il suo diario contiene delle sintetiche note a proposito: «Lunedì 13, andai dalla regina; presi la mia solita trada; paura della Guardia Nazionale; i suoi appartamenti meravigliosi. Rimasi lì. Martedì 14, vidi il re alle sei di sera». Il redattore del diario di Fersen, tentò d'occultare invano la breve frase "Rimasto lì" (Resté là), che fu facilmente decifrata. La storica Evelyne Lever, come Antonia Fraser, sottolinea come questa frase abbia fatto discutere: alcuni sostengono che i due abbiano parlato di politica, altri, come Zweig, che abbiano avuto un rapporto sessuale. La Fraser sottolinea come l'espressione Resté là sia stata solitamente usata da Fersen per indicare una notte trascorsa con una delle sue molte amanti. Ovviamente su cosa accadde realmente si possono solo formulare ipotesi, ma restano, a testimonianza dell'amore di Fersen, i suoi dolorosi scritti a seguito della morte di Maria Antonietta, come ad esempio una lettera indirizzata alla sorella Sophie:

«Colei per la quale vivevo, poiché non ho mai smesso di amarla, colei che amavo così tanto, per la quale avrei dato mille vite, non c'è più. Oh, mio Dio! Perché distruggermi così, cosa ho fatto per meritare la Tua ira? Lei non c'è più. Sono in un'agonia di dolore e non so come faccia a sopportare la mia sofferenza. È tanto profonda e nulla la cancellerà mai. Lei sarà sempre presente nella mia memoria e non smetterò mai di rimpiangerla.»

Fin qui la ricostruzione dell'amore tra i due, secondo Wikipedia. Ma anche la regina, lei, Maria Antonietta, concentrò sul suo amato Fersen l'ultimo pensiero prima dell'esecuzione, con una lettera che, senza nominarlo espressamente, a lui, almeno secondo gli storici, allude e che riportiamo.

Questo 16 Ottobre alle quattro del mattino. È a voi, mia sorella,che scrivo per l'ultima volta. Sono stata condannata non a una morte vergognosa, essa. non è tale che per i delinquenti, ma a raggiungere vostro fratello; innocente corne lui, spero mostrare la stessa sua fermezza negli ultimi momenti. 

Sono calma come lo si è quando la coscienza non rimprovera nulla; ho un profondo dolore d'abbandonare i miei poveri bimbi; voi sapete ch'io non esistevo che per loro e per voi, mia buona e tenera sorella, voi che avete per la vostra amicizia. sacrificato tutto per essere con noi, in che posizione vi lascio!

Ho appreso durante il processo che mia figlia è separata da voi.
Ahimé! povera bimba, non oso scriverle, ella non riceverebbe la mia lettera; non So nemmeno se questa vi perverrà.

Ricevete per loro due la mia benedizione. Spero che
un giorno, quando saranno piu grandi, potranno riunirsi con
voi e godere interamente delle vostre tenere cure.

Pensino essi a tutto quello che io non ho cessato d'ispirar loro, che
i principii e l'esecuzione esatta dei propri doveri sono la prima base
della vita; che la loro amicizia e la loro scambievole fiducia
ne farà la felicità; che mia figlia senta come sia suo dovere,
data la sua età, aiutare sempre suo fratello con i consigli
dell'esperienza ch'essa ha in piu di lui e che la sua amicizia potrà ispirarle.

Che mio figlio, da parte sua, renda a sua sorella tutte
le cure, i servizi che l'amicizia può ispirare; sentano entrambi,
infine, che in qualunque posizione vengano a trovarsi, essi non
saranno veramente felici che grazie alla loro uinione. Prendano
esempio da noi!

Quanta consolazione, nelle nostre disgrazie, ci è venuta dalla nostra amicizia, e nella gioia, si gode
doppiamente,quando si puô dividerla con un amico; e dove si può trovarne di piu teneri, di più uniti che nella propria famiglia?

Mio figlio non deve mai dimenticare le ultime parole di suo padre che io gli ripeto espressamente: non cerchi mai di vendicare la nostra morte.

Debbo parlarvi d'una. cosa molto penosa per il mio cuore.
So quanto quel bimbo deve avervi data pena; perdonatelo, mia
cara sorella, pensate alla sua et à e come sia facile far dire a un bambino quello che si vuole e
anche quello ch'egli non comprende: verrà un giorno, lo spero,
nel quale egli sentirà maggiormente tutto il valore della vostra
bontà e della vostra tenerezza per tutti e due.

Mi rimane da confidarvi ancora i miei ultimi pensieri; avrei voluto
sçrivervi dal principio del processo; ma oltre al fatto che non mi
lasciavano scrivere, l'incalzare degli avvenimenti è stato cosi
rapido, che non ne ho avuto realmente il tempo.

Io muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in
quella dei miei padri, nella quale sono stata allevata,
e che ho sempre professata, non avendo nessuna consolazione
spirituale da aspettare, non sapendo se esistano ancora qui
preti di questa religione, e, anche se ciò fosse, il luogo in cui mi
trovo li esporrebbe troppo se vi entrassero una volta.

Io chiedo sinceramente perdono a Dio di tutti gli errori che ho potuto
commettere da quando esisto. Spero che nella sua bontà, vorrà
accogliere i miei ultimi voti, corne quelli che ho fatto da molto
tempo, perché voglia ricevere la mia anima nella sua misericordia
e nella sua bontà.

Chiedo perdono a tutti quelli che conosco, e a voi, mia sorella, in
particolare, di tutte le pene che, senza volerlo, ho potuto causar loro. Perdono tutti i miei nemici il
male che mi hanno fatto. Dico qui addio aIle mie zie e a tutti
i miei fratelli e sorelle.

Avevo degli amici, l'idea d'esserne separata per sempre e le loro
pene sono uno dei piu grandi rimpianti ch'io porti con me
morendo, sappiano almeno che sino all'ultimo istante ho pensato a loro.

Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera
giungervi! Pènsate sempre a me, vi bacio con tutto il cuore,
così come quei poveri e cari bambini, 
Mio Dio! com'è lacerante lasciarli per sempre!

Addio, addio, non mi occuperò piu che dei miei doveri spirituali.

Siccome non sono libera delle mie
azioni, mi porteranno forse un prete, ma protesto qui che non
gli dirò una parola, e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo.

Contrassegnata da: Guffroy, Massieu, Lecointre, Fouquier-Tinville e Leg[...] (Legot ?).

Questa lettera non arrivò mai ad Elisabetta. Si dice infatti che essa venne recapitata a Fouquier-Tinville, accusatore di M.Antonietta, e che per Vegna Luigi XVIII, fratello del Re Luigi XVI, dopo l'incoronazione di quest'ultimo successiva alla disfatta di Napoleone a Waterloo.

Il riferimento ad alcuni amici della regina, nell'ultima parte della lettera, è quello che, secondo gli storici, è stato l'ultimo pensiero di Maria Antonietta per il conte Fersen. Nel manoscritto, proprio all'altezza di quel periodo, l'inchiostro appare diluito. È come se una lacrima fosse caduta nel testo alterandone l'immagine.

 

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