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"Come figli". Il giudice Caponnetto e quegli anni con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

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"È finito tutto", così rispose Antonino Caponnetto ad un cronista, all'uscita del funerale di Paolo
Borsellino. Tutto era finito perché sentiva che morti i suoi amici era morta ogni speranza. Questa
consapevolezza durò pochissimo in Caponnetto che travolto dall'amore dei giovani capisce che deve
in qualche modo continuare la loro opera e così inizia a parlare nelle scuole, piazze e a raccontare,
raccontare gli anni che passò a Palermo a stretto contatto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Caponnetto, siciliano ma trapiantato in Toscana, all'indomani della strage di Chinnici diventa il
nuovo capo dell'ufficio istruzione. Falcone lo chiamò subito per dirgli di arrivare in fretta a Palermo.
"Quello che mi colpì della telefonata di Giovanni" ha raccontato Caponnetto nel libro Nella terra
degli infedeli, di Alexander Stille "fu il tono assolutamente confidenziale e amichevole che usò nei
miei confronti. Come se ci conoscessimo da una vita, e invece non ci conoscevamo affatto".
Caponnetto si rese conto della necessità di costituire un pool di magistrati per frazionare i rischi dei
singoli e avere una visione unitaria del fenomeno mafioso. Il primo a essere scelto fu proprio Falcone,
che già si era occupato a quei tempi del processo Spatola. Anche di Borsellino, Caponnetto aveva
sentito parlare. Borsellino però a quei tempi, era stato messo in disparte, e fu lo stesso Falcone a
raccomandarlo a Caponnetto, che fidandosi delle sue parole lo prese nel pool. Questa scelta fu motivo
di orgoglio per Caponnetto, ma anche di rimorso, riflessione in quanto, tante volte si è se chiesto cosa
sarebbe successo se non avesse ascoltato Falcone. Un senso di inquietudine, dice Caponnetto, ogni
volta lo assale di aver determinato in quel modo l'esistenza di Paolo Borsellino.
Il pool iniziò a lavorare a gran ritmo e si arrivò al Maxi processo a Cosa Nostra che portò per la prima
a condanne eccellenti. In quei quattro anni e mezzo Falcone, Borsellino e Caponnetto lavorarono a
stretto contatto. C'era tra loro una sintonia intellettuale e spirituale fuori dal comune, nacque un
legame profondo e sincero. Lo stesso Borsellino in un'intervista quando gli fu chiesto se fra i
componenti del pool vi fosse amicizia o solo vincolo di lavoro occasionale, con stupore e con un
sorriso quasi ironico disse "Ma a lei pare possibile che si potesse ottenere tanti risultati e in così breve
tempo senza che fra noi ci fosse stato qualcosa che ci legasse, senza il dono di una profonda
amicizia?".

 Erano come figli, fratelli, amici, la parte più importante, il punto di riferimento più saldo nella vita di
Caponnetto, che lasciò Palermo alla fine degli anni 80' per lasciare il posto a Giovanni Falcone che
era l'unico per competenza, prestigio internazionale, conoscenza delle carte, legittimato a succederlo.
Ma le cose andarono diversamente. Falcone fu infatti bocciato dal Csm e venne preferito Antonino
Meli. Quello fu il momento in cui, secondo Caponnetto e lo stesso Borsellino, Falcone iniziò a morire.
Un giorno durante una telefonata con Caponnetto disse che stava annotando, in un'agenda elettronica
regalatagli, tutta la sua vita all'interno della Procura della Repubblica: una vita di amarezze,
delegittimazione continue, alle quali, dice Caponnetto ha sempre risposto come un servitore dello
Stato. «In ogni momento della sua vita lo è stato, non è mai entrato in polemica con nessuno,
nemmeno con il Csm, non ha mai avuto alcuna reazione, ha sempre reagito con silenzio
dignitosissimo. Sapeva unire la capacità di sacrificio con il senso dello Stato, innato, connaturale».
Caponnetto seppe dalla televisione della morte di Falcone e cercò Borsellino sul cellulare e
inizialmente non riuscii a rintracciarlo, quando finalmente gli potette parlare gli disse che Giovanni
era appena morto tra le sue braccia. «Mi cadde la cornetta di mano, e non riuscii più a parlare, mi
sentii mancare le forze e persi i sensi… non ricordo più altro di quel momento, ricorda il giudice.»
Dopo la morte di Falcone, Borsellino, sapeva di essere ormai nel mirino. Alcuni giorni prima
dell'attentato contro di lui aveva avuto la notizia certa che era arrivato del tritolo a Palermo e la prima
cosa che aveva fatto era telefonare al suo confessore per fare la comunione: voleva essere pronto ad
affrontare il grande passo in qualsiasi momento. L'ultima volta che Caponnetto vide Borsellino lo
salutò dicendo "arrivederci a presto". Non è facile descrivere e dimenticare per Caponnetto, lo
sguardo che gli dette Paolo Borsellino, che già sapeva di essere nel mirino. "Sei sicuro Antonio che
ci rivedremo?" Mascherando il turbamento con tono scherzoso disse che sarebbe stato certo e allora
Borsellino lo abbracciò, dice Caponnetto, «con una forza che mi fece male, mi strinse e non se ne
rendeva conto, ma mi abbracciò come non volesse distaccare, come a volere tenere avvinto qualcosa
di caro e portarselo via. Quello è stato, lì ho sentito, che era l'addio di Paolo».
Un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino, uno che si trova solo occasionalmente a fare quel
mestiere e non ha la vocazione può scappare, chiedere un trasferimento se ne ha il tempo e se gli
viene concesso. Borsellino, invece, ricorda Caponnetto, era di un'altra tempra, andò incontro alla
morte con una serenità e una lucidità incredibili. Semplicità, umanità e amore, questo è stato il vero
esempio di Borsellino. Le cose per le quali vale la pena di vivere Caponnetto, le ha apprese da
Giovanni e Paolo. «Mi hanno insegnato quali sono i valori autentici. Ecco, di questo sono debitore.
La mia è stata un'esistenza normale tutto sommato, nella quale ho avuto una fortuna della quale sono
grato. Io mi ritengo uno degli uomini più fortunati del mondo e non solo per questa splendida
vecchiaia che vivo accanto e insieme ai giovani, crescendo insieme a loro, ma soprattutto perché ho
avuto la possibilità di conoscere questi due uomini eccezionali. Ecco vivere quattro anni e mezzo con
loro in condizioni estremamente difficili ma con una speranza che si rinnovava di ora in ora, che era
più forte di tutti gli ostacoli, uniti dagli stessi ideali, ecco questi quattro anni sono stati per me
un'esperienza incredibile, perché ho appreso da "loro" che ci sono valori nella vita per i quali si può
anche non dare importanza alla morte.»

 «Una morte che doveva avvenire cosi, doveva compiersi la loro missione. Questa loro parabola, da
cui doveva nascere la rigenerazione, da cui è nata la rigenerazione del Paese, doveva compiersi in
quel modo, con quelle modalità tragiche, spaventose perché si rigenerasse il Paese, attraverso questo
profondo dolore, rabbia, voglia di rigenerarsi che è nata da questi due omicidi. Questo è un altro
debito che abbiamo verso Giovanni e Paolo, quello di avere con il loro sacrificio portato il nostro
Paese verso la strada della rigenerazione. Nulla può essere più come prima di Capaci e via d'Amelio.
L'insegnamento che ci hanno lasciato è quello di credere in quello che si fa, proseguire con coraggio,
non perdere mai la fiducia, non cedere mai allo sconforto, rialzarsi sempre e assegnarsi una meta.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Ecco questo è l'insegnamento che ci hanno lasciato: andare avanti
per la nostra strada e recare il nostro granello quotidiano. Non dobbiamo vendere la nostra dignità,
dobbiamo cercare di difenderla, di tenere la schiena alta, di non chinare il capo dinanzi a nessuno,
dinanzi a nessuna prevaricazione, ma denunciarla, agire con coraggio, lo stesso con cui Giovanni e
Paolo, sono andati di fronte alla morte, affinché noi che venivamo dietro di loro, gli ingiusti potessimo
vivere in un Paese più civile.»

Giuseppina Mancini

 

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