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Come ti truffo... in nome del popolo italiano - prima parte

 Le truffe costituiscono un mondo variegato, il che rende difficile la loro catalogazione. In ogni caso, quali che siano le caratteristiche della truffa, due sono i protagonisti sempre presenti: uno o più truffatori, e uno o più truffati. La sua buona riuscita dipende da tanti fattori, ma soprattutto dai soggetti coinvolti. Se il destinatario è persona facilmente manipolabile, ignorante oppure in condizioni psichiche particolarmente deboli, magari prostrato per un evento tragico accadutogli, le possibilità di riuscita sono maggiori. Ma lo sono anche nel caso in cui il soggetto attivo, colui che commette la truffa sia, per le sue qualità, per la professione che svolge o per la personalità ben nota, particolarmente preparato, capace e sappia muoversi bene in un ambiente che gli è congeniale. Va da sé che avvocati, giudici e notai sono le persone meglio attrezzate per portare a compimento azioni truffaldine. Anche se non è facile stilare una graduatoria che valuti il grado di 'odiosità' di queste azioni, possiamo tuttavia dire che quelle commesse da questi soggetti sono di gran lunga le più meschine, considerato che a commetterle sono operatori del diritto, altrimenti visti come tutori della legalità e in grado di infondere quella fiducia il cui tradimento è alla base di ogni truffa. Ogni magistrato, in Italia, gode di poteri molto consistenti, icasticamente sintetizzati nella nota canzone di Fabrizio de André secondo il quale egli è «arbitro in terra del bene e del male». È quindi normale che quella del giudice sia una professione molto ambita e 'riverita', riferita che sia all'ambito civile, penale o amministrativo.

 Lo stesso vale per coloro i quali non giudicano in senso proprio, ma promuovono l'azione penale, come i pubblici ministeri, e per quei magistrati che,a differenza dei magistrati, svolgono la loro attività non a tempo pieno e non alle dipendenze dello Stato: sono i giudici onorari. È naturale che un potere di questo genere contempli la possibilità di sviluppare una eccellente capacità truffaldina. Succede così che qualche volta giudici professionali (i togati) e non decidono di mettere la loro esperienza, invece che al servizio dello Stato, al servizio dei delinquenti. Così, un giudice di Pace di Napoli, piuttosto che aderire a una delle associazioni di categoria, preferì aderire a una per delinquere: secondo l'accusa, il magistrato in questione, «attraverso un'articolata predisposizione di mezzi e persone ed una distribuzione di compiti tra i diversi aderenti all'associazione criminosa frodava le assicurazioni, falsificando timbri e carte ». Probabilmente il motto al quale si ispirava era: «La legge è uguale per tutti. Basta essere  accomandati». Il soggetto fu radiato dall'albo degli avvocati e dichiarato decaduto come giudice, anche perché, soggiornando al carcere, avrebbe avuto qualche difficoltà a tenere udienza. Nonostante la condanna, ebbe il coraggio di chiedere di essere reintegrato, sostenendo che il provvedimento di decadenza era da ritenersi illegittimo per «violazione di legge» (che faccia tosta!). Ma il T.A.R. gli diede torto, mettendo una pietra tombale su una delle pagine più buie del malaffare giudiziario napoletano (T.A.R. Lazio, Sent. n. 2448 del 6 aprile 2006). In effetti per un giudice non è proprio edificante frequentare certa gente, anche se – diceva Ernest Hemingway – è sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili. A Sessa Aurunca, nel Casertano, nell'estate del 2011 sono finiti in galera non uno ma ben tre giudici di pace in servizio. Evidentemente questi magistrati ritenevano il compenso percepito come vile, più che modesto,  tanto che pensarono bene di arrotondarlo con l'obiettivo di arrivare ad almeno 5000 euro al mese. Per la modesta somma di 1000 euro si misero dunque a 'vendere' l'esito delle cause, concordando con gli avvocati (anche loro corrotti) le nomine di consulenti compiacenti. Accanto ai giudici di pace troviamo altre figure di giudici non professionali, come ad esempio i GOT: acronimo che nelle analisi cliniche indica la transaminasi, ma nel caso in specie sta per 'giudice onorario di tribunale'. Trattasi di magistrati non professionali che, stante la carenza dell'organico, sostituiscono il giudice vero e proprio. E infatti la nostra Gabriella (il suo nome di battesimo) a Vigevano faceva l'avvocato e a Rho faceva il giudice. Nessuna incompatibilità, tuttavia aveva un problema comune a tutti i mortali: era sprovvista del dono dell'ubiquità. Ma in questo mondo a tutto c'è rimedio! Sì, perché la nostra Gabriella, mentre sentiva testimoni e dispensava sentenze a Rho riusciva, contemporaneamente, a difendere clienti a Vigevano. Nello stesso giorno, nella stessa ora e negli stessi minuti. Come? Avvalendosi di una sorella di nome Patrizia, la quale non era né giudice né avvocato, ma semplice laureanda in legge. E soprattutto era sua... gemella. Il tribunale di Brescia, nell'ottobre del 2009, le ha condannate a un anno e tre mesi di reclusione per falso ideologico. Stessa pena per entrambe, probabilmente per evitare che al carcere finisse Patrizia invece che Gabriella, o viceversa.  

  Non potendo beneficiare di una sorella gemella, C. S., una giudice del tribunale fallimentare di Roma pensò bene di creare una sorta di clone, o avatar che dir si voglia. Quando amministrava giustizia (e riscuoteva lo stipendio) risultava essere nata il 7 maggio 1960, mentre quando acquistava immobili o quote di partecipazioni in società gestite dalla madre figurava come nata lo stesso giorno dell'anno dopo. Si dirà: vanità femminile per nascondere un anno di anzianità! Non proprio: l'anno di differenza implica il rilascio di un codice fiscale diverso e dunque i beni acquistati e registrati col codice fiscale di quella 'nata' nel 1961 non avevano, dal punto di vista formale, nulla a che fare con colei che  materialmente effettuava le operazioni. Avrà pensato la giudice: «Se è un dovere rispettare i diritti degli altri, è anche un dovere mantenere i propri». Anche a costo di fare carte false. Questo artifizio – annotò il procuratore generale della Cassazione nel richiederne la sospensione dal servizio – le permetteva di contrarre qualsiasi debito senza mai pagarlo, visto che una era nullatenente e l'altra benestante. Veramente bisogna conoscere bene la legge per poterla aggirare.

 

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