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Domenica mattina, una città, due funerali. Il grido del giudice Giordano: "Ora si denunci o è omertà"

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I funerali del piccolo Alessio si terranno tra una manciata di minuti, nella basilica, intitolata a San Giovanni Battista, il patrono di VIttoria, la stessa nella quale, domenica scorsa, l'intera città  si è ritrovata, più numerosa delle altre volte quasi presagisse quanto sarebbe accaduto da lì a poco, per omaggiare il Santo, che secondo la tradizione, una volta salvò la città dal terremoto e dalla distruzione, e al quale in tanti oggi chiedono di salvarla da un male ancor più profondo, quello che ha corroso molte coscienze, dilaniato il tessuto sociale, fatto crescere l'erba cattiva, che si è espansa è molto ha infestato. A causa, soprattutto, del silenzio degli onesti.

Ci sono stati eventi, nella nostra Sicilia, che nella loro drammaticità, e nel dolore che hanno determinato negli uomini, nelle donne, nelle comunità, hanno poi aperto ad una rinascita. È stato così all'indomani della grande strage del 23 maggio 1992, è stato così per quella, successiva che ricorderemo ancora tra pochi giorni, del 19 luglio dello stesso anno. È stato così, anche in questa città, per l'altra strage, quella di una periferia, quella del bar Esso, con i suoi morti, tra i quali alcuni ragazzi innocenti, estranei, che non c'entravano nulla. Esattamente come Alessio e Simone, che non hanno avuto neppure il tempo di consumare gli anni dei giochi. 

Deve essere così anche adesso, anche a partire da qui. È stato raggiunto un punto di non ritorno, nulla può essere considerato come prima. Ci sono i bambini sotto attacco, i nostri figli. Ed oltre al dolore, oltre alla tragedia, oltre all'umiliazione di fronte all'Italia intera di una comunità laboriosa, e conosciuta per la generosità, per la tenacia, per il coraggio dei suoi abitanti, dobbiamo anche sorbirci le parole sprezzanti di quanti dichiarano che la mafia non esiste. Il punto di non ritorno, perché oltre un abominio di queste dimensioni non si può andare.

È tempo, quindi, di una nuova Resistenza che chiami in causa tutte le energie migliori della città, della società, della cultura, delle istituzioni. Una resistenza, prima di tutto, educativa e valoriale. Lo scrive, in uno splendido post pubblicato poco fa, nell'imminenza dei funerali di Alessio, nella sua bacheca Facebook, un giudice vittoriese, Bruno Giordano, in servizio presso gli organici della Suprema Corte di Cassazione. Un intervento, che condividiamo parola per parola, e che riportiamo di seguito.

Quando muore un bambino l'intera comunità si sente in colpa, quando muore per colpa di qualcuno una comunità invoca giustizia, non solo dalla magistratura ma da tutto lo Stato, e si interroga sulle responsabilità individuali, collettive, istituzionali.Quando il 13 giugno 1981 il piccolo Alfredino Rampi precipitò in un pozzo artesiano di Vermicino, tutta l'Italia attese invano di salvarlo e davanti a quel pozzo rimase per 16 ore uno di noi, Sandro Pertini, che parlò di sconfitta nazionale. Da quella tragica metafora dell'improvvisazione dell'emergenza nacque dopo un anno l'istituzionalizzazione della Protezione Civile.
Quando il 2 aprile 1985 la mafia trapanese attenta a Carlo Palermo, uccidendo i due gemellini Asta di cinque anni e la mamma Barbara Izzo, (non solo) i siciliani capiscono che la mafia è un esercito ben lontano dal "codice d'onore" che non vuole toccare donne e bambini. Ma non tutta la comunità siciliana volle capire. Troppe imprese erano dentro il "sistema". Rostagno docet.
Quando il 5 maggio di quest'anno la piccola Noemi viene colpita dai proiettili aberranti di un camorrista, Napoli civile si ribella, prega, reagisce anche con la musica, il Cardinale Sepe porta la parola del Papa, il Presidente della Repubblica pochi giorni fa incontra la piccola portando l'abbraccio degli italiani.
Ora anche Vittoria attende una reazione istituzionale ma nel frattempo è e rimarrà sola. E da sola reagirà, con la forza della coscienza civile.
Accadde nella cattedrale di Palermo nel 1992 dopo che la vedova di Vito Schifani, ai funerali di Giovanni Falcone, gridò ai mafiosi "dovete mettervi in ginocchio", accanto a un impietrito cardinale Pappalardo.
Accadde dopo la strage del 2 gennaio 1999 quando nessuno poté più negare. Può quindi accadere, anche nell'apparente irredimibilità.
Ci vuole innanzi tutto il coraggio di dire, e non solo di parlare.
La faccia solcata dalle lacrime di un giorno non deve girarsi, oggi e domani, dall'altra parte; occorre una denuncia impietosa di cause, conseguenze e misfatti, altrimenti è omertà.
Per capire e prevenire il piombo di un proiettile, un'auto assassina o l'incendio di un'azienda occorre radiografare una comunità e accettarne la diagnosi.
Ma non si può chiedere un colpo di reni a un corpo sociale il cui cuore ha rarefatte pulsioni civili e una mente spenta. Una città dove è più facile comprare un SUV che un libro, ha dimenticato l'umiltà che l'ha resa unica e grande nella storia del meridione.
Come tutti i bambini, anche Alessio e Simone avranno sognato di fare i calciatori, i cantanti, gli ingegneri, i poliziotti, i piloti di formula uno, e chissà forse anche i giudici. Tutti i bambini – anche quelli di Vittoria - hanno diritto a un sogno e gli altri hanno il dovere di aiutarli.

Con la tragedia di Alessio e Simone, sono state tranciate le gambe anche al futuro di una città. E non c'è futuro senza memoria.
Il 17 maggio scorso raggiungendo i suoi 110 anni, Salvatore Cavallo, un agronomo di Vittoria emigrato a Torino molti anni prima con una laurea e una valigia di cartone, esprime il desiderio di rivedere la "sua" Vittoria la quale però non è stata capace di raggiungere e abbracciare questo suo figlio, nonno d'Italia, e portargli simbolicamente Vittoria tra le sue braccia. Egli muore nello stesso giorno di Alessio. Forse è stato un bene che abbia portato con sé un altro ricordo.
Due vite, due funerali nello stesso giorno, del futuro e della memoria, metafora e ossimoro di una Vittoria sconfitta.

 

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