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“La Libertà non si baratta con l’ordine”

rizzo

Il titolo di questa nota è un passaggio del discorso ufficiale per il 25 Aprile, tenuto a Vittorio Veneto, dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Passaggio per ribadire e rimarcare alcuni confini, e potremmo dire con forza, affinchè non ci siano dubbi sulle regole inserite nella nostra Costituzione Repubblicana.

"La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva!".

Il Presidente, qualche giorno prima, aveva firmato la legge sulla "legittima difesa" e il ministro dell'interno, Matteo Salvini, aveva esultato pubblicamente, cosciente che una stragrande maggioranza, almeno così sembra stando ai sondaggi, era in attesa, da qualche mese, di poter imbracciare un'ama per difendersi, in casa propria, dai ladri e dai malfattori, uno dei tanti slogan "fai da te" di cui è ricco il vocabolario del ministro dell'interno italiano. Questa legge sulla legittima difesa prevede sufficiente poter dimostrare che una persona percepisca "un grave turbamento" per poter far fuoco in presenza di uno sconosciuto nella propria abitazione.

Il Presidente Mattarella ha accompagnato con una lettera alle Camere questa legge ribadendo alcuni punti essenziali. Sarà sempre la Magistratura a stabilire se ci sia stato o meno "turbamento" e se le condizioni per "interventi risolutivi" esistessero realmente.

Sia il giorno precedente, sia, soprattutto durante questo "25 Aprile", ci sono state manifestazioni di vera e propria intolleranza dai gruppi neo fascisti sia a Milano, sia a Roma e in qualche altra parte del Paese.

La nostra Costituzione, così come quelle dei Paesi democratici, prevede la separazione dei Poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario. Il Parlamento, il Governo e la Magistratura.

Un'eredità fondamentale, un regalo della Rivoluzione Francese del 1789, ma anche di quella americana del 1776, che troviamo in tutte le Carte democratiche autenticamente liberali. 

Dopo gli ultimi avvenimenti, legati, soprattutto, alle manifestazioni della Ricorrenza dell'ultimo 25 aprile, in alcune città del Centro e Nord Italia, e prima della partita di calcio a Milano tra la Lazio e il Milan con striscioni inneggianti a Benito Mussolini, solo per citare gli avvenimenti più recenti, da parte di organizzazioni neofasciste di estrema destra, le "inquietitudini" sono all'ordine del giorno, amplificate dal clima di "eterna campagna elettorale", alla quale questo governo ci ha abituato.

Visto il clima politico, non propriamente sereno, fomentato da una parte della compagine governativa, la puntualizzazione del presidente Mattarella ci sembra molto opportuna.

Cosi come opportune ci sembrano le manifestazioni dei presidi democratici che si sono avute recentemente in molte Piazze del nostro Paese.

Oggi, penso che a nessuno sfugga la campagna di odio, orchestrata con l' "ammiccamento" di ministri e politici, contro gli ultimi, i diseredati, i sofferenti.

Da ogni dove, dimenticando la legge dei "corsi e ricorsi storici" di vichiana memoria, si continua a sostenere che tanto il fascismo è morto e non è riproponibile. E questo nonostante, Casa Pound, Prima Linea e altri satelliti neofascisti li troviamo a seminare zizzania nei luoghi di disagi sociali.

Arturo Carlo Jemolo, chiarissimo insegnante di diritto ecclesiastico, cattolico fervente, combattente partigiano, scrittore e collaboratore della "Stampa" di Torino fino agli ultimi mesi della sua morte, scrive nel 1947: "Come si poteva dimenticare che il fascismo era stata cosa diversissima nelle varie regioni e diversa nei vari periodi; che nell'Emilia ed in Toscana aveva subito mostrato il suo volto sanguinario, ma nel Mezzogiorno lo si era potuto in buona fede ritenere un moto di risanamento, di emancipazione dai signorotti locali, e qualcosa di buono aveva fatto, un certo acceleramento nella mescolanza delle classi lo aveva portato, aveva un po' tratto le donne fuori dalla casa per una qualche partecipazione alla vita pubblica; che nel 1923 e nel 1924 v'erano stati uomini in buona fede, poi coraggiosamente ricredutisi a viso aperto, che vi avevano aderito; come si poteva dare un profilo di sanzione morale a quella che colpiva i fascisti di regioni che non avevano mai conosciuto una spedizione punitiva, e tali in anni già remoti, quando non erano ancora in vista razzismo né guerre di avventura?" (Arturo Carlo Jemolo, La battaglia che non fu data, Il Ponte, (fondata e diretta da Piero Calamandrei) rivista mensile di politica e letteratura, Anno III, no.11-12, Novembre-dicembre 1947. 

Per vent'anni le opposizioni furono ridotte al silenzio; gli uomini migliori, laici e cattolici, pensate ad un Antonio Gramsci o ad un don Luigi Sturzo, furono o confinati o costretti ad emigrare; tanti altri morirono nelle carceri fasciste.

Forse faremmo tutti bene a non lasciare cadere nel vuoto le preoccupazioni del nostro presidente della Repubblica. Certo oggi, non siamo ridotti al "silenzio". Però il Parlamento, quello che doveva occuparsi delle leggi, è costretto ad approvare con l'ultima trovata antidemocratica del "salvo intese": per cui oggi approvano, dopo si vedrà.

Che lezione trarre da questi avvenimenti?

Da una parte, sono proprio vicende, come queste, che dovrebbero indurre chi è chiamato al confronto politico a non cedere ad alcuna prevaricazione, ma riconoscere la necessità del rispetto proprio delle opinioni altrui, considerando interlocutori, e non antagonisti, necessari alla dialettica democratica, soprattutto chi non la pensa come noi. Mentre dall'altra, nonostante tutto, la fine del fascismo e la conquista delle garanzie democratiche e liberali hanno portato, non dimentichiamoci, la Libertà che non è un "regalo" perenne, ma va difesa contro la coercizione, gli abusi, le prevaricazioni, le "mazzette"…! Giorno dopo giorno.

Ed infine importante ci sembra che fatti che appartengono alla nostra storia non siano affidati all'ignoranza con l'unico scopo di essere consegnati al silenzio. 

 

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